Accordo “elastico” alla conferenza sul clima di Bonn
Alla conferenza sul clima di Bonn è stato raggiunto un accordo per ridurre le emissioni nell'ambiente. Il compromesso, proposto dalla delegazione belga, ha trovato il favore della maggioranza dei 170 paesi coinvolti. Con la risoluzione si è abbandonata la linea, definita a Kyoto nel 1997 e sostenuta da Europa e Svizzera, per aprire la strada a molte concessioni.
Le posizioni
In verità gli esperti del clima sono concordi: intervenire contro l’inquinamento del pianeta è più che mai necessario. I dati oggettivi indicano infatti che la temperatura media terrestre è salita di quasi un grado nell’ultimo secolo e che le nuove stime per il futuro indicano valori ancora più allarmanti. Le precipitazioni sono in aumento e le catastrofi naturali si susseguono a ritmo sempre più incalzante.
Per frenare i cambiamenti climatici è necessario agire. Ma l’applicazione di misure atte a ridurre le emissioni è una decisione di natura essenzialmente politica. La conferenza di Bonn non ha fatto che confermare la difficoltà delle istituzioni nel sostenere misure necessarie, ma impopolari. Il voltafaccia degli Stati Uniti all’accordo di Kyoto del 1997 ha dato fiato a molti altri scettici.
I timori verso un rallentamento della crescita ha portato ad una coalizione del no, denominata “gruppo ombrello”, che ha avvicinato le forze di Giappone, Canada, Australia e Russia ai dubbi statunitensi. A questo gruppo di “leoni dell’inquinamento” si sono aggiunta la coalizione di 77 paesi sottosviluppati, anch’essa intenzionata a salvare il proprio accesso alla prosperità.
Il nuovo compromesso
Con l’accordo di compromesso, presentato dal ministro dell’ambiente olandese Jan Pronk, i margini di riduzione sono stati fortemente allentati. In particolare il commercio delle quote d’emissione, cioè la possibilità di contrattare fra diversi paesi le misure per ridurre le emissioni, è stato ampliato al massimo.
I paesi in via di sviluppo sono stati praticamente liberati da clausole di impegno rigide e la compensazione, attraverso maggiori superfici boschive, è riconosciuto. Uno scacco per la posizione dell’Unione Europea, anche Svizzera, fedele agli accordi iniziali.
Secondo i calcoli di Greenpeace, il traguardo originario di una riduzione delle emissioni pari al due per cento, si è capovolto in una crescita “legalizzata” analoga.
Ad evitare il naufragio, non solo del protocollo di Kyoto, ma anche dell’opzione Pronk, è stato il sì della delegazione giapponese. Il paese asiatico si è avvicinato all’ultimo minuto alle posizioni europee. Con il segnale verde del plenum potrà iniziare il processo di ratifica che dovrebbe concludersi nel giugno del 2002.
Le reazioni elvetiche
Secondo il capo della delegazione elvetica, Beat Nobs, c’è ragione di fiducia: “Anche se le decisioni prese non sono estreme, riteniamo che questo accordo vada nella direzione giusta per la realizzazione dei Protocolli di Kyoto”.
“Nell’ultima fase delle negoziazioni – ha continuato il delegato svizzero – si è sentita la volontà di raggiungere un traguardo. Nessuna delegazione ha fatto dell’ostruzionismo”. Ma Nobs ricorda: “Abbiamo raggiunto degli accordi di base. Rimangono ancora molti dettagli da definire”.
Perché il protocollo di Kyoto entri in vigore è necessario che almeno 55 paesi che producono da soli il 55 per cento delle emissioni ratifichino i nuovi accordi. “Speriamo che questa quota sia già raggiunta in occasione della prossima conferenza sullo sviluppo sostenibile che avrà luogo a Johannesburg l’anno prossimo”, conclude Nobs.
Daniele Papacella
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