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Aperto il vertice sociale delle Nazioni unite a Ginevra

Il presidente della Confederazione Adolf Ogi durante il discorso di apertura dinnanzi all'assemblea generale dell'Onu Keystone

Il segretario generale dell'Onu Kofi Annan e il presidente svizzero Adolf Ogi hanno dato avvio lunedì alla sessione speciale dell'Onu sullo sviluppo sociale. Appello di numerosi partecipanti in favore di una globalizzazione dal volto umano.

Dobbiamo investire maggiormente nella salute, nell’educazione e nella sicurezza, affinché la maggior parte della popolazione mondiale possa beneficiare della crescita economica, ha dichiarato il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, inaugurando il vertice sociale di Ginevra. Gli ha fatto eco il presidente della Confederazione, Adolf Ogi, secondo il quale tutti devono poter approfittare dei vantaggi della globalizzazione.

Nella prima giornata di lavori e di dibattiti, diversi altri oratori, capi di Stato e di governo, hanno chiesto un maggiore impegno da parte dei paesi industrializzati per lottare più efficacemente contro la povertà. L’obbiettivo principale di questo vertice sembra già ora quello di trasformare in realtà numerose dichiarazioni d’intenti formulate 5 anni fa a Copenhagen.

Nel 1995, con una solenne promessa 117 dirigenti internazionali si erano impegnati per la prima volta nella capitale danese ad alleviare la povertà mondiale. A cinque anni di distanza i rappresentanti di 188 Stati si riuniscono ora a Ginevra, con uno spirito molto meno trionfalistico e molto più improntato all’autocritica. Dei dieci impegni per lo sviluppo stilati al summit di Copenhagen pochi si sono infatti realizzati.

I 4000 delegati dell’assemblea generale dell’Onu, riuniti in un sessione speciale su suolo elvetico (è la prima volta che l’assemblea generale si svolge fuori da New York) fino a venerdì, dovranno confrontarsi con le nuove cifre della povertà e della disuguaglianza.

Dei sei miliardi di abitanti del pianeta uno su sette patisce la fame, 150 milioni sono disoccupati, 800 milioni non hanno accesso ai servizi sanitari di base, 33 milioni sono contagiati dal virus dell’Hiv, di cui il 95 percento vivono nei paesi in via di sviluppo e 850 milioni sono analfabeti.

Il fossato tra ricchi e poveri è sempre più profondo: quasi tre miliardi di persone vivono con meno di due dollari al giorno e un quinto dell’umanità detiene l’82 percento degli sbocchi commerciali mondiali.

Questo è il fosco quadro che fa da sfondo al Summit sociale inaugurato dal presidente svizzero Adolf Ogi insieme al ministro dell’economia Pascal Couchepin (che guida la delegazione elvetica formata da 28 persone), la ministra dell’interno Ruth Dreifuss e il ministro degli esteri Joseph Deiss.

Il primo ad ammettere questo fiasco è stato Juan Somavia, direttore dell’Oil (Organizzazione Internazionale del Lavoro) e, come ex ambasciatore cileno, uno dei padri spirituali di Copenhagen. “Abbiamo dato alla globalizzazione il beneficio del dubbio – ha detto alla conferenza stampa di presentazione del summit ginevrino – ma oggi ne vediamo gli effetti perversi. La povertà è aumentata, la disoccupazione è aumentata, le disuguaglianze sono aumentate.”. Di chi è la colpa? “Della comunità degli affari che detiene il potere economico – ha aggiunto Somavia – dei governi, dei parlamenti nazionali, dei partiti politici e della società civile che non hanno agito abbastanza”.

Le aspettative che questo summit si concluda venerdì con risultati tangibili sono minime. A parte la scarsa partecipazione di capi di stato e governo (neppure 30 e tra i leader europei partecipano solo quelli di Norvegia, Lussemburgo e ovviamene la Danimarca), non esiste ancora un accordo sul testo della dichiarazione finale, che dovrebbe contenere un piano di azione per dimezzare la povertà estrema nel mondo entro il 2015.

Su punti chiave come l’aiuto allo sviluppo, la giustizia sociale, la riduzione del debito, la messa in comune delle risorse ci sono ancora molte divergenze tra stati europei, Usa e paesi in via di sviluppo.

Una delle proposte che saranno negoziate su richiesta di Canada e Danimarca sarà la cosiddetta “tassa Tobin”, ossia un’imposta minima da 0,1 a 0,25 percento, da applicare su tutte le transazioni finanziarie e da devolvere alla cooperazione allo sviluppo. Un’idea che è diventata il cavallo di battaglia del movimento della contestazione anti globalizzazione.

Maria Grazia Coggiola, Ginevra

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