Clima: 185 Paesi cercano un accordo a Marrakesh
Nuova tornata di trattative in Marocco per il protocollo di Kyoto. L'Unione Europea sembra decisa a proseguire con il suo ruolo di traino, con o senza gli Stati Uniti.
Dalle parole ai fatti?
Di strada, almeno a livello politico, se ne è fatta dal 1992 quando a Rio de Janeiro si lanciò il primo grido d’allarme sullo stato di salute del pianeta. Il secondo passo importante fu preso a Kyoto, nel 1997: la riduzione del 5% di produzione di anidride carbonica (rispetto ai dati del 1990) fino al 2012. Ma l’applicazione delle misure approvate a Kyoto resta il nodo da sciogliere: come interpretare le regole che imporrebbero di ridurre i gas nocivi prodotti dai paesi industrializzati.
“Il giro di boa politico c’è stato a Bonn. Si tratta ora di chiarire i vincoli giuridici delle sanzioni e la messa a punto di un sistema di controllo. La decisione finale può essere trovata solo quando un numero sufficiente di stati avranno ratificato il protocollo di Kyoto”. Così si è espresso in un’intervista con swissinfo Beat Nobs, delegato svizzero a Marrakesh.
Il compromesso di Bonn
I punti su cui si discuterà in queste due settimane a Marrakesh sono ad esempio i cosiddetti “sinks”, criteri secondo i quali certi tipi di agricoltura e di selvicoltura potrebbero portare ad una riduzione di anidride carbonica. Altro tema spinoso il “commercio delle emissioni” che prevede per i vari paesi la possibilità di acquistare una sorta di “licenza di emissione” da altri stati con margini più larghi da rispettare.
In realtà l’accordo di compromesso raggiunto a Bonn quest’estate ha allentato parecchio i criteri di riduzione delle emissioni, tanto da far dire a Greenpeace e ad altre organizzazioni ambientaliste che lo spirito di Kyoto è stato stravolto.
Diverse priorità
Gli Stati Uniti (il maggior produttore di anidride carbonica al mondo) avevano fatto scalpore con il rifiuto da parte del presidente George W. Bush, proprio all’inizio del suo mandato, di ratificare il protocollo di Kyoto. Forse imperfetto, questo accordo è infatti per ora lo strumento internazionale più importante con cui si cerca di combattere le emissioni nell’atmosfera di gas nocivi all’ambiente.
Gli Stati Uniti non si dicono naturalmente contrari di principio alla protezione del clima, ma vogliono un approccio che non colpisca l’economia, quindi che non li costringa a ridurre in alcun modo la produzione industriale o i consumi. Dopo gli attentati contro l’America, non penalizzare la produzione industriale è diventata per gli USA una priorità ancora più forte. Di conseguenza difficile pensare che tornino sulla propria decisione e accettino improvvisamente Kyoto. Ma è anche vero che dall’11 settembre gli Stati Uniti sono impegnati a livello diplomatico per la lotta al terrorismo. E forse una normalizzazione dei propri rapporti con il resto del mondo in tema anche d’ambiente potrebbe essere una buona carta da giocare sul tavolo delle alleanze politiche.
Mentre a luglio nel vertice di Bonn l’Unione Europea e molti altri paesi hanno fatto passi politici importanti verso il superamento di ostacoli burocratici e metodologici per la ratifica del trattato di Kyoto, gli Stati Uniti promettevano che avrebbero presentato a Marrakesh un piano alternativo. Solo alla fine della conferenza, con la riunione ministeriale dal 7 all’9 novembre, sapremo se questo piano alternativo esiste davvero.
La Svizzera ottimista
Secondo Beat Nobs in Marocco ci sono buone probabilità che si facciano progressi per risolvere questi benedetti aspetti tecnici. In Svizzera comunque, che vengano ratificati gli accordi di Kyoto o meno, “siamo già un passo avanti rispetto alle altre nazioni” ricorda ancora l’esperto dell’Ufficio federale dell’ambiente, delle foreste e del paesaggio. Con la legge sul CO2, in vigore dal maggio del 2000 le riduzioni si potrebbero fare, indipendentemente da Kyoto. La delegazione svizzera guidata dal presidente della Confederazione e ministro dell’ambiente Moritz Leuenberger.
swissinfo e agenzie
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