Deiss negli USA esprime la preoccupazione svizzera per il clima
La Svizzera è preoccupata per il cambiamento di rotta degli Stati Uniti in materia di politica climatica e chiede al presidente George W. Bush di riconsiderare la decisione di ritirarsi dal protocollo di Kyoto. Lo scrive Moritz Leuenberger in una lettera indirizzata al presidente americano e consegnata da Joseph Deiss, in visita negli USA, al suo omologo Colin Powell.
Condividiamo assolutamente l’inquietudine dell’Unione Europea per le posizioni dell’amministrazione Bush in materia ambientale. In questa dichiarazione rilasciata a swissinfo al termine del suo incontro con Colin Powell, Joseph Deiss enfatizza quello che sembra essere il maggior punto d’attrito tra Berna e Washington.
Al segretario di Stato, il capo del dipartimento degli Affari Esteri ha consegnato una lettera indirizzata al presidente americano e firmata da Moritz Leuenberger. Il presidente della Confederazione chiede in particolare al suo omologo di riconsiderare il ritiro americano dal protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici: “i cambiamenti climatici pongono rischi reali per l’intero pianeta e la Svizzera è convinta che gli sforzi profusi dalla comunità internazionale nel quadro del protocollo di Kyoto siano l’unica soluzione possibile per raccogliere la sfida , su scala mondiale, che ci pone il surriscaldamento del clima”.
Al termine del faccia a faccia, durato poco più di mezz’ora, il ministro degli esteri svizzero si è fermato a parlare con i giornalisti sul piazzale antistante l’entrata principale del Dipartimento di Stato.
Per Deiss tre erano in sostanza gli obiettivi: oltre a quello di far partecipe l’amministrazione americana delle inquietudini sulla politica della superpotenza in materia di ambiente, una valutazione della posizione americana sulla quarta Convenzione di Ginevra e la richiesta di una revisione delle sanzioni contro l’Iraq.
Depositaria della Quarta Convenzione di Ginevra sulla protezione della popolazione civile nei paesi in guerra, la Svizzera dovrebbe organizzare, su richiesta della lega Araba, una Conferenza per valutare le eventuali violazioni di tale convenzione da parte di Israele. Una proposta che è osteggiata dallo stesso Stato ebraico e dal governo americano, come Powell ha ricordato al suo ospite. “E’ troppo presto per dire se organizzeremo la conferenza malgrado il no degli Stati Uniti” ha spiegato Deiss ai giornalisti.
Sul terzo argomento affrontato nel breve summit dei capi della diplomazia americano e svizzero, potrebbe invece esserci una convergenza di opinioni. Berna vorrebbe in effetti vedere attuate nei confronti dell’Iraq le cosiddette “smart sanctions”, una sorta di embargo mirato a punire i gerarchi del regime di Bagdad senza colpire drammaticamente, come è ora il caso, la popolazione civile.
Pur non aderendo all’ONU la Svizzera ha pienamente sottoscritto e applicato le risoluzioni del consiglio di sicurezza riguardanti il boicottaggio dell’Iraq. Ma il governo elvetico è ben cosciente che in 10 anni sono stati soprattutto i civili ha farne le spese.
L’amministrazione Bush aveva già ventilato nel mese di gennaio la possibilità di riconsiderare le misure restrittive rivedendo le modalità di applicazione dell’embargo. “Per la Svizzera- ha spiegato ancora Deiss a swissinfo- si tratta innanzitutto di alleviare le sofferenze degli iracheni”.
Ma non è un mistero per nessuno il fatto che una ventina di aziende elvetiche vorrebbero poter finalmente investire in quel paese. In quest’ottica, un mutamento delle normative che regolano il boicottaggio anti-iracheno sarebbe al tempo stesso nell’interesse della popolazione irachena e delle imprese elvetiche.
Al termine della sua prima visita a Washington, il ministro degli esteri elvetico ha poi potuto incontrare due personalità dei “think tanks” washingtoniani, i serbatoi di cervelli nel settore delle scienze politiche: Lee Hamilton, del Woodrow Wilson Center e Norman Hornstein dell¹American Enterprise Institut.
Cancellati invece gli incontri previsti con due parlamentari: negli Stati Uniti è tempo di vacanze scolastiche e deputati e senatori stanno rispettando coralmente lo “spring break” lasciando Washington per ritornare nei loro Stati.
Roberto Antonini, Washington
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