La Svizzera chiede la proibizione delle armi all’uranio impoverito
Il presidente elvetico Moritz Leuenberger chiederà la messa al bando delle armi all'uranio impoverito il prossimo autunno in occasione della revisione della Convenzione dell'Onu su certe armi convenzionali disumane. Lo ha preannunciato giovedì a Ginevra nel corso di un incontro con la stampa estera.
“Anche se non è stata scientificamente dimostrata la pericolosità per la salute umana – ha detto il presidente elvetico- è nostro dovere di politici agire al più presto”.La Svizzera presenterà all’Onu una proposta per la proibizione dell’uso di munizioni all’uranio impoverito.
Mentre in Europa non si placano le polemiche sui proiettili all’uranio impoverito lanciati in Iraq, in Bosnia ed in Kosovo, la Confederazione elvetica prende dunque posizione e chiede alla comunità internazionale di intervenire modificando il diritto internazionale che regola l’utilizzo di alcune armi convenzionali.
E’ una posizione più avanzata, rispetto a quella presa da Italia e da alcuni Paesi scandinavi, nonché dalla Commissione Europea che si erano pronunciati a favore di una moratoria sull’uso delle armi al Depleted Uranium (Du) dopo il clamore scoppiato in seguito alle notizie di casi di leucemia e altre forme tumorali tra i soldati impegnati nelle missioni di pace nei Balcani.
Secondo Leuenberger “anche se non è dimostrato il legame tra i casi di leucemia e l’uranio impoverito, abbiamo la responsabilità come politici di agire subito. Se ci sono dei sospetti sulla pericolosità di queste sostanze non possiamo attendere oltre”. Il presidente ha citato l’esempio della legislazione elvetica sul cosiddetto “elettrosmog”, che “è la più severa al mondo, anche se non sono ancora state dimostrate le relazioni di causa effetto tra i campi magnetici e la salute umana”.
Come noto le armi all’uranio impoverito non sono vietate dal diritto internazionale vigente. Il prossimo autunno è prevista a Ginevra una conferenza dell’Onu per modificare alcuni protocolli della Convenzione del 1980 su “Certe armi convenzionali”, (che proibisce per esempio l’uso dei proiettili dumdum). In quella sede la Svizzera, molto probabilmente insieme ad altri Paesi, intende lanciare la proposta di una messa al bando non solo del Du, ma anche delle bombe a grappolo, le cosiddette “cluster bombs”, estremamente pericolose perché lasciano dietro di se una scia di ordigni inesplosi.
“La proposta era già stata lanciata prima che scoppiassero le polemiche sul Duin Europa – ha detto l’ambasciatore François Nordmann, che guida la delegazione elvetica presso le Nazioni Unite – ed è in linea con l’impegno della Svizzera dimostrato in occasione della campagna anti mine e della messa al bando di tutte le armi che causano sofferenze disumane”.
Parlando ai giornalisti accreditati all’Onu di Ginevra, Leuenberger ha poi elencato le principali sfide che attendono la Svizzera sull’adesione all’Unione Europea, all’Onu e sull’invio di soldati armati nelle missioni di peacekeeping, tre temi su cui dovrà pronunciarsi la popolazione.
Sull’Europa, la posizione del governo è quella di rinviare l’apertura dei negoziati al 2004 e respingere quindi l’iniziativa degli europeisti nella consultazione del 4 marzo. Nel frattempo “occorre preparare il terreno, innanzitutto vigilando sulla corretta applicazione degli accordi bilaterali una volta che saranno ratificati da tutti gli Stati della Unione europea”.
Poi il governo svizzero aprirà nuovi fronti di discussione con Bruxelles in materia di lotta alle frodi doganali e di tassazione del risparmio. “Non vogliamo chela Svizzera sia utilizzata come base per il contrabbando e l’evasione fiscale in Europa” ha ribadito. Leuenberger, il quale ha poi ricordato tra le priorità anche la partecipazione della Svizzera agli accordi di Dublino e di Schengen sulla cooperazione in materia di giustizia, di polizia e di asilo.
Per quanto riguarda la revisione della legge sull’esercito, su cui si vota a giugno e l’adesione all’Onu (oggetto di una votazione popolare il prossimo anno) sono due tappe importanti perché permetteranno, da una parte, una partecipazione più attiva nella Svizzera tra le forze di pace impegnate nei Balcani e, dall’altra, “l’ingresso in un’organizzazione universale, di cui solo ormai il Vaticano non fa parte e a cui Berna devolve già 500 milioni di franchi all’anno”.
Leuenberger ha riconosciuto che esistono delle paure per questo “processo di apertura verso l’esterno” – presenti più nei cantoni tedeschi che in quelli francofoni – anche una certa avversione verso la liberalizzazione del mercato interno e l’abbattimento dei monopoli come quello della posta e delle telecomunicazioni.
Tra le riforme che il governo vuole intraprendere nel settore pubblico ha citato la “creazione di una banca postale per potenziare l’offerta di servizi finanziari” e la concessione “di nuove competenze a Swisscom “perché possa stringere alleanze strategiche e diminuire così al di sotto del 50 percento la quota detenuta dalla Confederazione”.
Maria Grazia Coggiola, Ginevra
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