La Svizzera diventerà il 190esimo membro dell’ONU?
L'argomento mobilita tutte le energie dei due campi e il risultato della battaglia per l'adesione della Svizzera all'ONU segnerà a lungo la vita politica del Paese.
La campagna per l’adesione all’ONU è cominciata molto presto. Già a partire dall’estate scorsa, nella stampa, sono stati pubblicati i primi annunci per l’adesione. Scotta probabilmente ancor oggi la secchissima bocciatura subita dai fautori dell’adesione 15 anni fa. Allora, un’ondata di no bocciarono la proposta. E questo contro il parere di Consiglio federale e parlamento.
Questa iniziativa, depositata il 6 marzo 2000 da un largo comitato interpartitico, ha ottenuto l’appoggio del governo, dei principali partiti, tra cui anche una parte dell’isolazionista Unione democratica di centro, degli ambienti economici e delle Chiese. Gli obiettivi dell’ONU nei settori della pace e della sicurezza, per le questioni sociali ed economiche, per l’aiuto umanitario, per l’ambiente e per i diritti dell’uomo corrispondono a quelli della Svizzera. Per l’economia si tratta inoltre di un ottimo investimento a lungo termine.
Ma questa bella unanimità non garantisce ancora all’iniziativa di ottenere la maggioranza del popolo e dei cantoni il prossimo tre marzo. In agguato c’è l’UDC, che, insieme all’Azione per una Svizzera neutrale e indipendente, intende appellarsi a valori ancora saldamente radicati in una buona parte della popolazione. Qui, aderire significa perdere la neutralità, mettere il popolo sotto tutela internazionale e sperperare il danaro pubblico.
Il rapporto fra la Svizzera e l’ONU
Nel 1920 i cittadini accettarono di far parte della Società delle Nazioni, antenata dell’ONU, perché Berna era riuscita a far riconoscere il particolare statuto di Paese neutro della Svizzera. Niente riconoscimento del genere invece nel 1945, al momento della fondazione dell’ONU, e dunque niente adesione della Svizzera a un’organizzazione presto segnata dalle tensioni paralizzanti fra mondo comunista e capitalista.
La prospettiva di un’adesione con il mantenimento della neutralità tornò poi d’attualità alla fine degli anni ’60. Ci vollero però ancora tre rapporti prima che il governo si decidesse a presentare al parlamento un messaggio sull’adesione, il 21 dicembre 1981. Proposta bocciata il 16 marzo 1986 dal 75% del popolo e da tutti i cantoni.
La questione cadde dunque nel purgatorio della politica, per essere ripescata, dopo la fine della contrapposizione dei blocchi, da alcuni interventi parlamentari alla fine degli anni ’90 e da un’iniziativa popolare. Nel 1998, il governo decide di iscrivere l’adesione nel suo programma legislativo e, dopo una procedura di consultazione, decide di fissare la votazione per il 3 marzo 2002.
L’ONU, oggi
Con la fine della guerra fredda e le riforme strutturali avviate negli ultimi anni dal segretario generale Kofi Annan, l’ONU è diventata uno strumento importante per le relazioni internazionali. Il clima all’interno del Consiglio di sicurezza – uno dei principali organi, insieme all’Assemblea generale – sembra essere maggiormente improntato alla collaborazione. L’organizzazione ha assunto una dimensione universale, con l’adesione di 189 paesi, ed è aumentata la necessità della collaborazione internazionale in seguito all’aumento dei problemi di carattere globale.
Per gli Stati, oggi l’ONU è diventata un forum per l’elaborazione di politiche e strategie, un luogo di trattative e un’organizzazione operativa per attuare obiettivi comuni con mezzi comuni. Il Consiglio federale fa notare come la priorità chiave dell’ONU si situi nel campo della pace e della sicurezza, intervenendo anche in situazioni di crisi con misure preventive, di reazione e anche di imposizione.
Tra le priorità dell’ONU figura anche la dimensione sociale, ad esempio con la lotta contro l’AIDS. Ricordiamo anche l’impegno per la crescita economica; la presenza d’emergenza nelle regioni colpite da crisi e catastrofi; la definizione di importanti convenzioni per il clima o la diversità biologica; la lotta per il riconoscimento dei diritti umani in tutti i paesi membri.
Lo statuto della Svizzera nell’ONU, oggi
Dal 1948, la Svizzera ha, insieme al Vaticano – l’altro paese non membro – uno statuto di osservatore. Questo significa che la Svizzera segue i lavori degli organi principali, è parte contraente della maggior parte delle convenzioni, è impegnata in diversi fondi e programmi e versa il 30 percento della quota che sarebbe tenuta a versare in quanto membro.
Lo statuto di osservatore significa anche che la Svizzera può prendere la parola all’Assemblea generale soltanto se nessun membro vi si oppone. Non ha diritto di voto né di eleggibilità nemmeno al Consiglio di sicurezza. Questo statuto precario ostacola sempre di più la difesa della Ginevra internazionale, dove si trova la sede europea dell’ONU. La scelta di Ginevra risale a un’epoca in cui la Svizzera poteva far valere il suo statuto di paese neutro al di sopra delle parti.
La Svizzera è oggi formalmente membro di tutte le organizzazioni specializzate delle Nazioni Unite, come, ad esempio, l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura, l’Organizzazione per l’educazione, la scienza e la cultura, l’Organizzazione mondiale della sanità, l’Organizzazione internazionale del lavoro e l’Unione postale universale. Fa parte anche delle istituzioni di Bretton Woods, vale a dire il Fondo monetario e la Banca mondiale. Contrariamente agli anni passati, oggi la Svizzera non ha però più alcun suo rappresentante alla testa di un organismo dell’ONU. Si può dunque dire che il nostro paese ha perso quel prestigio di cui godeva in passato in seno all’organizzazione.
I costi dell’adesione
Oggi, la Svizzera paga il 30% del contributo che dovrebbe pagare se fosse membro. La sua partecipazione finanziaria, che si limita al budget ordinario, era nel 2000 di circa 6 milioni di franchi, che passerebbe a poco meno di 20 milioni in caso di adesione. A questo si aggiungerebbero i costi per le operazioni di mantenimento della pace: circa 39 milioni. In tutto, quasi 53 milioni in più di quanto paga già oggi. Il contributo svizzero, calcolato sul prodotto nazionale lordo, ammonterebbe a quasi l’1,3% del totale del budget dell’ONU.
Sulla base di una statistica del 1997, la Svizzera si trovava, insieme a Danimarca e Finlandia, al 19esimo posto dei contributori dell’ONU. Se fosse stata membro a tutti gli effetti, si sarebbe trovata al 14esimo posto, tra la Cina e la Russia. Da segnalare che oggi la Svizzera, pur non essendo membro, paga già circa 470 milioni di contributi alle istituzioni specializzate di cui è membro.
Gli argomenti per un sì
Con il crollo del Muro di Berlino è venuta meno l’opposizione fra est e ovest. L’ONU è diventata il portavoce riconosciuto di questa comunità multipolare. Se la Svizzera continuerà a restarne fuori, la sua scelta neutrale verrà scambiata per una posizione di comodo. L’adesione le permetterà di far valere i propri interessi e di condividere le responsabilità.
La neutralità non è minacciata dall’adesione: altri stati neutrali come Svezia, Austria, Finlandia e Irlanda lo dimostrano. L’ONU non esige l’abbandono della neutralità e il Consiglio federale non intende rinunciarvi. Aderendo, la Svizzera otterrebbe finalmente diritto di parola nell’assemblea generale e nelle commissioni dove si prendono decisioni rilevanti che riguardano direttamente anche la Svizzera, come il Programma ambientale o l’Alto commissariato per i rifugiati. Potrebbe anche farsi eleggere al Consiglio di sicurezza, organismo che delibera in campo economico e militare.
In quanto membro a pieno titolo, potrebbe meglio difendere gli interessi della Ginevra internazionale, un polo molto dinamico e vitale, le cui attività generano ogni anno fino a tre miliardi di franchi. Ma tutta l’economia svizzera è interessata, perché anche le ditte trarrebbero beneficio da una situazione politica mondiale più stabile e potrebbero meglio partecipare alle importanti commesse dell’ONU. Inoltre, la vicenda dei fondi ebraici ha aperto gli occhi a molti imprenditori, che hanno capito l’estrema importanza di contatti politici internazionali. Per la federazione delle imprese svizzere economiesuisse, l’adesione costituisce un eccellente investimento a lungo termine.
Questi argomenti hanno convinto la stragrande maggioranza del parlamento. La camera bassa ha votato per l’adesione con 151 voti contro 44, mentre i senatori l’hanno avallata con 37 voti contro due.
Le ragioni del no
Gli scettici sono condotti dal tribuno populista dell’UDC Christoph Blocher e dall’Azione per una Svizzera neutrale e indipendente, a lui molto vicina. Le ragioni del no si cristallizzano attorno alla paura di perdere la neutralità. Secondo l’ASNI, la lettera di accompagnamento della domanda di adesione, nella quale il governo precisa che la Svizzera è e rimarrà uno Stato neutrale, non è sufficiente.
Gli oppositori dicono che agendo in questo modo il Consiglio federale e il Parlamento violano la Costituzione. La Svizzera si farà coinvolgere in conflitti che non la riguardano. Inoltre, temono che questo sia soltanto un passo intermedio verso una successiva adesione alla NATO.
Per l’ASNI, il prezzo da pagare è troppo alto e la Svizzera non avrà più peso di quanto ne abbia già oggi. Inoltre, in caso di adesione, l’ONU influirebbe sempre di più anche sul nostro diritto nazionale, senza che i cittadini possano difendersi. L’adesione, dicono, serve a politici, funzionari e diplomatici per ottenere posti di prestigio e ben pagati.
Mariano Masserini
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