Lanciata la campagna contro l’iniziativa sulla «ridistribuzione delle spese militari»
Il comitato «No a una Svizzera senza sicurezza», che riunisce circa 150 parlamentari, ha avviato venerdì la campagna contro l'iniziativa che vuole ridurre le spese militari, in votazione il 26 novembre.
Secondo lo schieramento borghese sarebbe «irresponsabile» dimezzare il budget dell’esercito. Per il comitato, l’iniziativa dimentica i risparmi già effettuati. Dal 1991 al 2001, nel settore militare saranno stati spesi circa nove miliardi meno del previsto, ha dichiarato il consigliere nazionale Peter Hess (PPD/ZG). Non sono previsti aumenti, salvo la compensazione del rincaro.
Secondo gli iniziativisti, invece, l’esercito svizzero è oggi sovradimensionato: bisogna riformarlo e ridurne gli effettivi. La «cura dimagrante» non dovrà però causare un aumento delle spese nel settore dell’armamento. L’iniziativa «risparmi nel settore militare e della difesa integrata – per più pace e posti di lavoro con un futuro», presentata nel 1997, mira a dimezzare nel giro di dieci anni le spese per la difesa, prendendo come punto di riferimento i crediti destinati ai militari nel 1987.
Se, come previsto dall’iniziativa, il budget militare fosse dimezzato rispetto al livello del 1987, tra dieci anni la difesa nazionale riceverebbe 1,8 miliardi di franchi in meno all’anno. In questo modo, parlamento e governo non potrebbero più fissare le spese con la flessibilità necessaria, ha sottolineato Hess.
Orbene, anche in futuro la Svizzera dovrà poter reagire con scioltezza e rapidità alle situazioni di crisi. Il mondo – ha spiegato il consigliere agli stati UDC bernese Samuel Schmid – è certamente mutato dalla fine della guerra fredda, ma il rischio di conflitto non è del tutto escluso. A suo modo di vedere, l’iniziativa è in contraddizione con il rapporto Brunner sulla politica di sicurezza. Il documento afferma tra l’altro la necessità per la Svizzera di disporre di un esercito credibile, in grado di far fronte rapidamente ai pericoli.
Secondo la consigliera nazionale radicale Maya Lalive d’Epinay (Svitto) il vero obiettivo dell’iniziativa è in realtà quello di abolire l’esercito a tappe. Il popolo svizzero – ricorda il comitato – non ha voluto seguire questa via, bocciando nel 1989 l’iniziativa «per una Svizzera senza esercito» e, nel 1993, quella contro l’acquisto di 34 aerei da caccia FA/18.
Gli oppositori alla cosiddetta iniziativa «ridistributiva» hanno pure criticato l’attribuzione di un terzo delle somme risparmiate alle attività di promozione della pace. Già oggi la Svizzera compie sforzi non indifferenti in questo settore e questo suo impegno sarà rafforzato, ha sottolineato Peter Hess, ricordando che la cooperazione allo sviluppo e l’aiuto umanitario contribuiscono pure alla promozione della pace.
Infine, il comitato «No a una Svizzera senza sicurezza» se l’è presa con il progetto d’istituire un fondo di un miliardo di franchi, destinato a sostenere la riconversione in posti di lavoro civili degli impieghi militari soppressi dai tagli finanziari.
Al riguardo, la consigliera nazionale liberale di Ginevra Barbara Polla ha ricordato che potrebbero essere soppressi fino a 10 000 posti di lavoro. A suo modo di vedere il fondo è però una cattiva soluzione. Nessun impiego può infatti essere garantito a lungo termine se non vi è domanda. È il mercato a determinare ciò che è realizzabile e non la pianificazione di Stato, ha concluso.
swissinfo e agenzie
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