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Lutto nel mondo occidentale, timori in Afghanistan

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Mentre in quasi tutte le parti del mondo si commemorano le vittime degli attacchi terroristici di martedì contro gli Stati Uniti, la superpotenza si prepara ad azioni di ritorsione. Nel mirino, con tutta probabilità, l'Afghanistan, dove risiede l'indiziato numero uno, Osama Bin Laden - e dove l'unica organizzazione internazionale ancora presente è il Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Il dipartimento della difesa americano ha diramato l’ordine di richiamo per 35 mila riservisti della Guardia nazionale e della Riserva – un ordine che si inserisce nel quadro dell’autorizzazione al Pentagono data dal presidente George W. Bush di richiamare «fino a 50 mila riservisti», da impiegare per la difesa del territorio, senza escludere ulteriori richiami per le rappresaglie di guerra da condurre contro “chi ha organizzato e favorito gli attacchi contro New York e Washington”.

I Taleban al potere in Afghanistan hanno intanto giurato di vendicare con «ogni mezzo» la probabile rappresaglia dopo gli apocalittici attentati di New York e di Washington ed hanno fatto appello ai musulmani di tutto il mondo ad unirsi contro il nemico comune: gli Stati Uniti. Il “mullah supremo” Mohammad Omar ha accusato gli Stati Uniti di essere alla ricerca di un pretesto per colpire il suo Paese e placare un’opinione pubblica assetata di vendetta

Frattanto in Afghanistan – dove ha le sue basi l’organizzazione di Osama Bin Laden, il ricco saudita considerato che gli Stati Uniti sospettano di essere il mandante degli attacchi terroristici – rimane la delegazione della Croce rossa internazionale. L’organizzazione umanitaria non vuole abbandonare alle proprie sofferenze un popolo che è allo stremo, dopo vent’anni di guerra e tre di siccità.

“I nostri colleghi afgani – precisa il responsabile dell’informazione, Mario Musa – sono più di un migliaio e stanno lavorando. Abbiamo solo ridotto lo staff degli espatriati a coloro che svolgono funzioni essenziali, come personale medico ed infermieristico”. Ma dalla base logistica in Pakistan, in cui lo abbiamo raggiunto telefonicamente, ad un centinaio di chilometri dall’Afghanistan, Mario Musa si dice pronto a ritornare con i suoi colleghi in Afghanistan, “Non appena la situazione si sarà chiarita”.

“Per il CICR l’Afghanistan è la missione più grossa: non siamo solo a Kabul, ma anche nelle province e lo siamo dall’inizio del conflitto, che risale a vent’anni fa. Quello che riteniamo essenziale ora è garantire comunque l’assistenza agli ospedali, e poi la presenza.

Il Dipartimento degli affari esteri (DFAE) tramite il suo sito web, avverte intanto che le tensioni internazionali in queste ore si sono accresciute e che il potenziale rischio è aumentato in modo particolare nel Medio Oriente, Iran, Pakistan, Afghanistan e Maghreb. Per quanto concerne l’Afghanistan il DFAE raccomanda da tempo di non recarsi in questo paese dove è in atto una guerra.

Il mondo commemora le vittime degli attentati

Nella giornata di venerdì, sia negli Stati Uniti che in moltissimi altri paesi, si sono svolte manifestazioni di cordoglio per le vittime degli attentati. A Washington, si è svolta una cerimonia alla presenza del presidente Bush e di moltissime personalità del mondo politico americano. In tale occasione, Bush ha affermato che l’America «risponderà all’attacco ricevuto e libererà il mondo dal male».

Anche in Svizzera, come nel resto dell’Europa, il paese si è fermato per tre minuti a mezzogiorno, per un momento di raccoglimento per le vittime dell’attacco agli Usa. Nessun treno è partito alle 12, e nella maggior parte delle città si sono fermati i mezzi pubblici. Silenzio e riflessione anche negli ospedali, nelle amministrazioni federale e cantonale, nonché alla radio e alla televisione.

Tracce degli attentatori anche in Svizzera?

Venerdì, i vertici dell’Ufficio federale di polizia hanno reso noto che ci sono indizi secondo cui «alcune persone implicate negli attentati terroristici sarebbero passate dalla Svizzera». Ma non è stato finora operato alcun arresto. Berna si mantiene in contatto con gli inquirenti americani per fornire loro informazioni utili all’inchiesta.

Il ministro della difesa Samuel Schmid ha affermato che al momento la Svizzera non è direttamente minacciata e che quindi non si prevede un rafforzamento delle misure di sicurezza adottate finora.

Sono intanto sei gli svizzeri dispersi e si teme che si trovino sotto le macerie delle Torri Gemelle: vanno ad aggiungersi ai due morti elvetici già accertati, ma di 280 altri confederati non si hanno ancora notizie. L’ambasciatore Walter Thurnherr, capo della Divisione svizzeri all’estero in seno al DFAE, ha espresso poche speranze che i sei concittadini dati per «dispersi» possano risultare vivi: si pensa che al momento dell’impatto degli aerei contro le due torri si trovassero dentro o nelle vicinanze degli edifici.

Traffico aereo permettendo, due psicologi verranno inviati negli Usa, dove parecchi svizzeri necessitano infatti di sostegno morale. Il personale del Consolato generale a New York è stato rafforzato con funzionari dell’ambasciata di Washington e della missione permanente all’ONU. Occorre far fronte alle richieste di parecchi turisti svizzeri che chiedono aiuto o semplicemente vogliono tornarsene a casa.

Voli da Kloten, ma non Swissair

Riprende, seppur timidamente, il traffico aereo internazionale con gli USA: velivoli di compagnie americane sono decollati da Kloten e altri aeroporti europei, ma quelli della Swissair sono rimasti bloccati al suolo. Lo spazio aereo Usa è ancora chiuso alle compagnie straniere, ad eccezione di quelle canadesi. La Swissair è in attesa dell’autorizzazione ad atterrare sul suolo americano e venerdì sono stati annullati 13 voli per New York, Miami, Los Angeles, Atlanta, Boston e Chicago.

swissinfo e agenzie

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