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Svizzera-UE: è finita l’era della cordialità?

Guy Parmelin e Ursula von der Leyen
Guy Parmelin e Ursula von der Leyen firmano gli Accordi bilaterali III a Bruxelles nel marzo 2026. Keystone / Peter Klaunzer

Nuove incertezze aleggiano sui rapporti tra Berna e Bruxelles. L'imprevedibilità di entrambe le parti accresce il nervosismo. Cosa sta succedendo? Un'analisi.

Qual è il piano?

La situazione assomiglia a quella di un’emergenza in mare: se un’operazione ha la precedenza, tutto il resto deve attendere. In questi casi, la guardia costiera ordina un “silence mayday”. Le comunicazioni radio sono interrotte, chi non è direttamente coinvolto nell’operazione di salvataggio deve tacere.

L’accordo tra il Governo svizzero e la Commissione europea funziona in modo analogo: finché il nuovo pacchetto di accordi non sarà ratificato dai rispettivi Parlamenti, nulla deve interferire. Questo è quanto Svizzera e UE hanno concordato nel giugno 2025.

“Consapevoli di quanto sia delicato il processo di ratifica dell’ampio pacchetto bilaterale per la Svizzera e l’Unione Europea, entrambe le Parti dovrebbero sostenere la conclusione positiva di questo processo, consolidando al contempo le relazioni bilaterali.”, si legge nella dichiarazione congiuntaCollegamento esterno che il ministro degli esteri svizzero Ignazio Cassis e il commissario dell’UE per il commercio Maroš Šefčovič hanno solennemente firmato lo scorso anno. L’UE e la Svizzera si impegnano inoltre a “collaborare strettamente e in buona fede”.

Il percorso verso questo pacchetto di accordi è stato particolarmente accidentato: 13 anni, 200 round negoziali e una battuta d’arresto. Nel 2021 il Consiglio federale ha interrotto i negoziati, l’UE ha reagito con misure punitive. È quindi comprensibile il desiderio delle delegazioni che questo complesso accordo possa essere portato a buon fine, senza ulteriori ostacoli dell’ultimo minuto.

Qual è la situazione attuale?

A marzo il Consiglio federale ha trasmesso il pacchetto al Parlamento. Le due camere lo discuteranno entro la fine dell’anno. I votanti saranno chiamati a esprimersi alle urne non prima del 2027. Il dibattito politico si concentra attualmente su questioni formali. Ancora non è chiaro se si voterà sull’intero pacchetto o sui singoli accordi.

La questione più controversa è tuttavia quella relativa alla procedura di voto: come si farà per il risultato? Si terrà conto sia della maggioranza dei cantoni, sia di quella dei votanti, come avviene per le iniziative popolari, o basterà la semplice maggioranza popolare, come nei referendum? Il Consiglio federale sostiene quest’ultima variante, ma ambienti che privilegiano la prima hanno lanciato un’iniziativa popolare, la cosiddetta “iniziativa bussola”.

Il processo è stato molto più snello nell’UE: a febbraio tutti e 27 gli Stati membri hanno approvato il pacchetto di accordi.

Anche l’UE si intromette?

Tuttavia, ad aprile l’UE ha avviato due progetti che per la Svizzera rappresentano una sfida. Da un lato, Bruxelles vorrebbe che i frontalieri che perdono il posto di lavoro in Svizzera ricevano l’indennità di disoccupazione elvetica. Il Parlamento europeo deve solo confermare formalmente la decisione. Il trasferimento dell’onere di versare l’indennità di disoccupazione alla Svizzera potrebbe costare al Paese fino a 900 milioni di franchi all’anno, stima la Segreteria di Stato dell’economia.

In secondo luogo, l’UE non ha escluso la Svizzera dagli aumenti dei dazi sull’acciaio, da cui sono invece esonerati gli Stati membri dello Spazio economico europeo. Invece dell’attuale 25%, a partire da luglio la Svizzera rischia quindi pagare, al di sopra di un determinato contingente, un dazio del 50% sull’acciaio a partire da un certo contingente. L’industria siderurgica svizzera reagisce allarmata e parla di un “divieto di esportazione di fatto”.

Anche il presidente della Confederazione Guy Parmelin si è espresso in termini decisi in un’intervista alla radio svizzera di lingua tedesca (SRF): “Ho detto all’UE: abbiamo già problemi con l’acciaio. Ora si aggiunge anche questa indennità di disoccupazione. Entrambe le questioni si aggiungono al pacchetto in discussione in Parlamento. Posso solo dire che tutto questo non aiuta”.

Come reagisce il Consiglio federale?

Il Consiglio federale intende portare la questione delle indennità di disoccupazione per i frontalieri nell’UE davanti al cosiddetto comitato misto. Si tratta della procedura più semplice quando tra l’UE e la Svizzera sorgono controversie o c’è “necessità di interpretazione”, per usare i termini della diplomazia. “Probabilmente il comitato misto dovrà affrontare discussioni difficili”, afferma Parmelin.

Il tempismo dell’UE, tuttavia, è una coincidenza. “Questo progetto è stato discusso nell’UE per molti anni”, spiega la professoressa di diritto europeo Astrid Epiney. “Ora i Paesi dell’UE hanno finalmente raggiunto un accordo tra loro.” Il regolamento riguarda del resto anche altri Paesi dove lavorano molti frontalieri, quali il Lussemburgo o la Germania.

Riguardo alla controversia relativa ai dazi sull’acciaio, il presidente della Confederazione afferma: “È una misura inammissibile. Dobbiamo trovare soluzioni e un compromesso che sia accettabile per la Svizzera”.

Nelle sue dichiarazioni all’SRF Parmelin fa riferimento alla dichiarazione comune sulla convivenza nel periodo di transizione: “Abbiamo concordato che finché la popolazione non avrà deciso sul pacchetto, non devono emergere nuove incertezze. E ora ci troviamo di fronte a due questioni delicate in rapida successione”.

«Cooperazione in buona fede»: il ministro degli Esteri Ignazio Cassis e il capo della diplomazia dell’UE Maroš Šefčovič a Bruxelles nel 2025.
Il ministro degli Esteri Ignazio Cassis e il capo della diplomazia dell’UE Maroš Šefčovič a Bruxelles nel 2025. Keystone

Quali ostacoli sorgono in Svizzera ?

L’UE ne è consapevole, ma ogni volta si tratta comunque di un gioco di pazienza: in Svizzera nulla, nemmeno una firma del governo, è mai definitivo, finché non è stata detta l’ultima parola, che spetta alla cittadinanza.

Questo vale naturalmente anche per i trattati con l’UE. Attualmente, però, in Svizzera è in corso anche un’altra campagna di voto con potenziali conseguenze per le relazioni con l’UE. In giugno i cittadini svizzeri si esprimeranno sull’iniziativa dell’UDC “No a una Svizzera da 10 milioni”.

Questa iniziativa mette in discussione, almeno a lungo termine, la libera circolazione delle persone. Se la popolazione votasse sì, la Svizzera dovrebbe in ultima analisi limitare l’immigrazione dall’UE.

La questione è se lo smantellamento della libera circolazioe rappresenti solo l’ultima ratio in caso di sì? Una dichiarazione del consigliere federale Beat Jans, ministro svizzero della giustizia, suona come un avvertimento. Nel corso di “Arena”, noto talk show politico della televisione svizzera di lingua tedesca, Jans, presentando la posizione del governo contraria all’iniziativa, ha affermato che dopo un sì la Svizzera sarebbe costretta a mettere immediatamente in discussione la libera circolazione delle persone.

«Dobbiamo mettere in discussione la libera circolazione delle persone prima ancora che entri in vigore»: Beat Jans a «Arena» sulla «Svizzera dei 10 milioni».
In caso di “sì” all’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni”, si dovrebbe rimettere immediatamente in discussione la libera circolazione delle persone, sostiene il ministro di giustizia e polizia Beat Jans. SRF

“L’abolizione della libera circolazione delle persone sarebbe a quel punto contemplata dalla Costituzione. Quando i 10 milioni saranno raggiunti, non ci sarà più margine di interpretazione. Dovremmo però limitare già prima la libera circolazione, per evitare che si arrivi a quel punto. Dovremmo dire agli europei che vengono a lavorare da noi che non potranno più portare con sé la famiglia”.

Il ministro della giustizia prevede quindi di iniziare a smantellare la libera circolazione immediatamente dopo l’eventuale sì all’iniziativa dell’UDC, in concreto, impedendo il ricongiungimento familiareCollegamento esterno per i nuovi immigrati.

La dichiarazione era certamente rivolta a un pubblico nazionale. Infatti Jans ha aggiunto: “In questo modo mettiamo a rischio l’intero percorso bilaterale.” Ci si può chiedere se la dichiarazione sia stata ben ponderata dal punto di vista della politica estera. Il testo dell’iniziativa, in ogni caso, non richiede interventi immediati sulla libera circolazione delle persone.

Tuttavia, in caso di approvazione dell’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni” il 14 giugno, l’UE vorrà sapere esattamente cosa aspettarsi dalla Svizzera. Astrid Epiney, esperta di questioni UE, afferma: “All’estero, nel caso di vittoria dell’iniziativa, regnerà probabilmente il silenzio. Ciò non significa tuttavia che l’UE non seguirà la questione con la massima attenzione”.

Come reagirà l’UE?

Swissinfo ha posto due domande all’ambasciata dell’UE a Berna. La prima riguarda la posizione dell’UE sull’accusa rivolta dal presidente della Confederazione Guy Parmelin all’UE di violare la buona fede. La seconda mira a capire cosa pensi l’UE dell’affermazione del ministro della giustizia Beat Jans, secondo cui la Svizzera prevede di sospendere il ricongiungimento familiare per i cittadini dell’UE in caso di sì all’iniziativa UDC.

La rappresentanza dell’UE in Svizzera non ha risposto a nessuna delle due domande. Neppure la portavoce capo della Commissione europea a Bruxelles ha commentato le domande del quotidiano “Neue Zürcher Zeitung” sui dazi sull’acciaioCollegamento esterno.

Tutto questo può essere letto come segnale che il tempo delle parole e della cordialità è finito? Senza dubbio si potrebbe leggere la situazione attuale in questi termini. Astrid Epiney, esperta di UE, offre tuttavia anche un’altra letttura “La strategia dell’UE è di immischiarsi il meno possibile nei dibattiti di politica interna, anche nei Paesi membri.” Bruxelles si esprime solo quando c’è davvero un problema.

Da questo punto di vista, il problema al momento risiede prevalentemente da una parte. Quella che si esprime.

Articolo a cura di Samuel Jaberg

Traduzione di Andrea Tognina

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Dibattito
Moderato da: Katy Romy

Che importanza rivestono gli accordi bilaterali tra Svizzera e Unione Europea per gli svizzeri e le svizzere che vivono all’estero?

Secondo voi, quali sono i vantaggi o gli svantaggi degli accordi tra Berna e Bruxelles? In che modo potrebbero influenzare la vostra vita?

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