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Villi Hermann: non dimentichiamo l’intellighenzia

Villi Hermann sta lavorando attualmente alla realizzazione del lungometraggio Torno subito Keystone

Ticinese d'adozione, Villi Hermann è uno dei registi svizzeri più conosciuti ed impegnati. Tra le sue opere, che hanno ricevuto diversi importanti riconoscimenti in Svizzera e all'estero, ricordiamo San Gottardo ('77), Es ist kalt in Brandenburg ('80), Matlosa ('81), Innocenza ('86), Bankomatt ('89) e Luigi Einaudi-Diario dell'esilio svizzero, presentato l'anno scorso al Festival internazionale del film di Locarno. Dopo 30 anni di carriera, Villi Hermann rappresenta ancora oggi uno degli autori più critici e sensibili della Svizzera.

“Viaggiare con un passaporto rossocrociato non è più un privilegio come anni fa. Anzi, diversi giovani oggi lo rifiutano: stranieri, nati in Svizzera e cresciuti da noi. Quelli della seconda generazione, i “secondo”, non lo desiderano per niente, preferiscono quello europeo che va dalla Finlandia al Portogallo. Magari fa bene a noi “isolani” riflettere sulla nostra identità, sulla nostra cosiddetta diversità, il discusso “Sonderfall Schweiz”. Dopo le scosse dell’ex-senatore D’Amato di New York, nessuno in America ci confonde più con gli svedesi.

Durante la tempesta sulla questione dei fondi in giacenza ho preso parte ad alcune conferenze tenute in California sul cinema svizzero e sulla seconda guerra mondiale. Da allora, non dimenticherò mai più i sorrisi ironici e sibillini che tutti avevano quando rispondevo “I’m from Switzerland”. Eravamo considerati un paese con campi di concentramento, un popolo che custodiva e rivendeva l’oro strappato dalle bocche dei cittadini ebrei, che nascondeva l’oro nazista, che dava rifugio a gerarchi fascisti italiani e nazisti tedeschi.

Un paese che prosperava grazie al segreto bancario e ai soldi di tutti i dittatori sudamericani, asiatici e africani. Un paese che non vuol neanche far parte dell’ONU. Un paese off-limits. Facevamo l’apertura delle news televisive ed eravamo in prima pagina quasi ogni settimana. Mi sentivo aggredito per questa generalizzazione totale del giudizio espresso nei nostri confronti.

E per combattere tutto ciò, la Svizzera si difendeva con l’aiuto d’agenzie americane di marketing e con un diplomatico dal titolo marziale, capo della taskforce, un ministro che “trapanava”. Che questo diplomatico aspirasse più tardi a diventare capo dei banchiere svizzeri, ciò confermava agli americani i loro pregiudizi sul nostro “behavior”. Ironia della storia, quel diplomatico avrebbe poi occupato il posto di ambasciatore a Berlino, nella Germania unificata, dove avevamo avuto un ministro filonazista durante la seconda guerra mondiale, un ministro che era sempre molto “gioioso”.

Durante il mio viaggio americano, ho incontrato negli archivi di Washington una signora che aveva iniziato delle ricerche sul comportamento delle banche svizzere e del nostro governo all’epoca. Mi chiedeva sconsolata: “Ma non sapevate veramente niente?” Ma sì, si sapeva già tutto, solo lo sapevano in pochi, storici e addetti al lavoro, e le loro pubblicazioni erano leggibili solo a specialisti. I nostri archivi svizzeri, negli anni 50-70, erano congelati a Berna e difesi da funzionari impregnati di guerra fredda. La ricercatrice non riusciva a capire il fatto che io sia stato schedato dalla nostra polizia politica solo per aver chiesto accesso a documenti concernente gli anni 38-42, in vista della preparazione di un film.

Ma a che cosa servono le bastonate americane ed internazionali? La cultura progressista svizzera ha già smascherato anni fa la doppiezza governativa. Oggi abbiamo una commissione Bergier che ha fatto molto lavoro informativo, le banche hanno pagato, noi svizzeri sappiamo di più su quel periodo, sono uscite tante pubblicazioni storiche. Ma giornali d’importanza nazionale continuano a scrivere di campi di concentramento in Svizzera, come se niente fosse e nel puro stile yankee.

Diplomatici svizzeri intervistati sulla cultura, su un film per loro importante, citano come esempio l’ultimo successo americano del cinema più commerciale, ma dimenticano che abbiamo anche noi una cultura cinematografica. Se parlano di un libro da leggere, citano l’ultimo successo letterario straniero, ma non menzionano la nostra letteratura. Però, se chiedessimo loro di parlare di un buon dolce, non menzionerebbero mai una “Sachertorte”, ma sicuramente un “Baslerläckerli”, un cioccolato della Lindt o della Nestlé.

E allora come faranno gli americani o i nostri vicini, a conoscerci, a incontrarci intellettualmente, a dialogare, se quelli che ci rappresentano dimenticano sovente che anche la Svizzera ha creatori e pensatori? Magari disturbiamo un po’ la bella festa globalizzata.”

Villi Hermann

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