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Votazioni federali: “No all’Europa” e alle altre due iniziative

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Il popolo svizzero e i Cantoni hanno respinto in blocco i tre oggetti in votazione. L'iniziativa "Sì all'Europa" è stata bocciata da oltre i tre quarti dei votanti e non ha ottenuto neppure il consenso dei Cantoni romandi. Pure rifiutata, da oltre i due terzi degli svizzeri, l'iniziativa della Denner per "Farmaci a prezzi più bassi", mentre l'iniziativa "Strade per tutti" è stata silurata da quasi l'80 percento della popolazione. Con oltre il 55 percento, la partecipazione al voto è stata la più alta dalla votazione sullo Spazio economico europeo nel 1992.

Rispettando le previsioni e una tradizione secolare, decisamente sfavorevole alle iniziative, il popolo svizzero ha sgomberato senza esitazioni i tre oggetti sottoposti a votazione federale. Era ormai scontato il massiccio No della Svizzera tedesca e del Canton Ticino (79 percento) all’iniziativa “Sì all’Europa”. Si attendeva pure la bocciatura dell’ennesima iniziativa della Denner, questa volta sui medicinali, e della proposta di introdurre un limite massimo di velocità di 30 chilometri nei centri urbani.

L’unica sorpresa è emersa invece dal chiaro rifiuto espresso addirittura dai Cantoni romandi al progetto di aprire immediatamente negoziati sull’adesione all’Unione europea. La Svizzera, anche quella più europeista, non ha in pratica una grande voglia di Europa. E, questo, nonostante la confermata simpatia dei popoli europei nei confronti del nostro paese: ancora pochi mesi fa, da un sondaggio condotto nei 15 risultava che per il 70 percento degli interrogati poneva la Svizzera in prima posizione tra i candidati più desiderati in vista di un allargamento dell’Unione europea.

Il risultato negativo ottenuto dall’iniziativa “Sì all’Europa” rappresenta indubbiamente un duro colpo per gli “euroturbo”. Pur non nutrendo grandi speranze di raccogliere l’assenso popolare, erano alla ricerca di un buon risultato – in cifre almeno il 40 percento di voti favorevoli – per mantenere aperto il dialogo e l’obbiettivo dell’adesione in tempi non troppo lontani.

Volendo forzare la mano a parlamento e governo, i promotori dell’iniziativa si sono trovati di fronte non solo uno, ma addirittura due blocchi avversari. Da una parte, come sempre, gli antieuropeisti assoluti, capeggiati dall’UDC di Christoph Blocher. Dall’altra, anche i timidi simpatizzanti di un’apertura all’Europa, ancora fortemente indecisi sulle loro ambizioni di adesione e, in ogni caso, convinti della necessità di non accelerare i tempi.

Per raggiungere un risultato decoroso, i promotori dell’iniziativa avrebbero dovuto trovare argomenti validi per convincere almeno questi ultimi a sostenere la loro causa. Un tentativo completamente fallito. Già l’anno scorso, l’iniziativa era naufragata durante l’esame parlamentare e non era neppure riuscita a strappare un controprogetto. Soltanto socialisti e verdi si erano espressi in suo favore.

Negli ultimi mesi, durante la campagna politica in vista del voto, il sorprendente appoggio accordato dai delegati del Partito popolare democratico aveva fatto nascere qualche illusione – subito cancellata, però, dal voto contrario espresso dalla maggior parte delle sezioni cantonali dello stesso partito.

La pesante sconfitta subita dagli ultraeuropeisti, affondati anche in Romandia, evidenzia l’attuale mancanza in Svizzera di argomenti forti per dare un colpo di acceleratore all’integrazione europea, per imporre rapidi cambiamenti all’assetto isitituzionale e alla democrazia diretta, per compiere insomma un passo di portata storica.

Lo ha capito e dimostrato il Consiglio federale, pur dovendo esporsi a evidenti critiche per la sua posizione piuttosto ambigua: sì all’obbiettivo strategico dell’adesione, no all’apertura rapida di negoziati sull’adesione. Attualmente, al popolo svizzero mancano numerosi incentivi per raggiungere un’Europa che porge la mano alla Confederazione. La ripresa economica, dopo la lunga crisi degli anni ’90, ha tolto anche una delle poche motivazioni possibili: basti ricordare che in Svizzera la disoccupazione sfiora appena il 2 percento, mentre tra i 15 rimane nettamente superiore all’8 percento.

Meglio quindi, secondo la schiacciante maggioranza del popolo, proseguire la via solitaria dei piccoli passi. Attendere dapprima l’entrata in vigore degli accordi bilaterali, verificare la loro utilità e i loro vantaggi per la Svizzera, rilanciare nuovi negoziati sulla partecipazione ai trattati di Schengen e Dublino, rispondere alle richieste di Bruxelles in materia di armonizzazione fiscale e segreto bancario. E, soprattutto, riflettere in seguito, con più calma, su eventuali passi verso una maggiore integrazione europea.

In ogni caso, il verdetto popolare di questa fine settimana allontana per diversi anni lo “spettro” dell’adesione all’Unione europea e, probabilmente, anche un’eventuale tentativo di riaprire il dialogo su questa opzione fontamentale della politica estera svizzera. Forse soltanto tra una decina di anni si potrà dire comunque con chiarezza, in che misura i promotori dell’iniziativa abbiano frenato, con troppa fretta, il loro stesso progetto.

Armando Mombelli

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