Voto sul ticket scolastico in Ticino: respinte iniziativa e controprogetto
L'iniziativa popolare denominata "per un'effettiva libertà di scelta della scuola" è stata nettamente respinta domenica dagli elettori ticinesi: il 74,1 per cento ha votato no. Netto il risultato contrario anche per il controprogetto, con il 72,3 per cento di no. La partecipazione al voto è stata del 43,1 per cento.
Risultato estremamente netto quindi, per una votazione che alla vigilia appariva incerta e che in ogni caso sembrava aver spaccato in due la società ticinese.
La questione che aveva diviso gli animi dei ticinesi era la seguente: «È giusto che i genitori i cui figli frequentano le scuole private ricevano sussidi da parte dello Stato?»
A questo tema sono state dedicate pagine e pagine di lettere al direttore sui giornali, una marea di commenti e opinioni, una manifestazione pubblica di scolari a Bellinzona. Inoltre innumerevoli dibattiti pubblici e discussioni alla radio e alla televisione. Quasi troppe.
Tutti erano contenti che questo finesettimana finalmente si andasse alle urne. Comunque il dibattito almeno un esito positivo l’ha avuto. Ha generato uno scambio di vedute, anche duro, sul sistema scolastico ticinese, sulla scuola pubblica e sulla legittimazione delle scuole private.
Il popolo ticinese era chiamato a decidere in prima linea se accettare l’iniziativa popolare denominata «Per un’effettiva libertà di scelta», lanciata nel 1997 e firmato da 25’000 persone.
L’iniziativa chiedeva un contributo per le famiglie i cui figli frequentano una scuola privata. L’importo variava fra circa 1500 e 7500 franchi per anno e figlio, a seconda del reddito della famiglia.
Il contributo era calcolato in base al costo medio per allievo della scuola pubblica di pari grado. Comunque anche famiglie con un reddito imponibile superiore a 70’000 franchi avrebbero potuto ricevere il sussidio.
Il controprogetto accettato dal Gran Consiglio l’8 novembre 2000 voleva invece limitare il contributo agli allievi delle scuole dell’obbligo. In più prevedeva la possibilità di ricorso nel caso in cui una scuola privata non ammettesse un allievo.
I costi a carico dello stato sarebbero ammontati a circa 10 milioni di franchi per l’iniziativa (pure approvata dal Gran Consiglio); a circa 5 milioni per il controprogetto.
Ma gli oppositori avevano invitato ad essere cauti rispetto a queste cifre. Infatti, visto che i contributi sarebbero stati destinati alle famiglie e non alle scuole, in futuro le spese dello stato sarebbero potute crescere parallelamente ad un aumento degli allievi delle scuole private (oggi sono circa cinque per cento della popolazione scolastica).
Per i fautori della iniziativa e del controprogetto i soldi parevano comunque ben pochi, se paragonati ai 700 milioni all’anno che lo Stato spende per le proprie scuole. Anche le scuole private svolgono una funzione di interesse pubblico, dicevano, e offrono spesso servizi, come la mensa e il doposcuola, che la maggior parte delle scuole statali non offre.
In più, secondo i sostenitori della riforma, le scuole pubbliche rappresentano dei modelli educativi alternativi, hanno una funzione pionieristica nella pedagogia e offrono una libertà di scelta ai genitori.
Gli oppositori non erano ovviamente d’accordo. A loro modo di vedere, lo stato deve garantire la libertà di fondare e gestire scuole private, ma non partecipare al finanziamento di un sistema scolastico parallelo. Ci sono buone scuole pubbliche in tutto il cantone. Se qualcuno per motivi propri decide di non frequentare queste scuole, sono affari suoi. E c’è di più: accettare l’iniziativa avrtebbe significato promuovere un sistema scolastico a due velocità.
Ed è proprio su questo punto che il dibattito si è fatto acceso. Il presidente del Partito liberale radicale e co-presidente del comitato «2 volte No», Giovanni Merlini, ha ripetutamente sottolineato che questa votazione aveva il carattere di una decisione di principio sul futuro del cantone. Si decideva in che direzione andare.
Gli iniziativisti, guidati dall’avvocato Luigi Mattei, hanno replicato che altri stati, come per esempio la Svezia, conoscono sussidi ben più alti per gli istituti privati pur mantenendo una scuola pubblica di ottimo livello. Anzi: la scuola privata contribuirebbe alla crescita della scuola pubblica.
Per sottolineare quest’impostazione, i sostenitori del finanziamento alla scuola privata hanno utilizzato l’immagine del primo consigliere federale ticinese, Stefano Franscini, per la loro campagna pubblicitaria. «Un’icona rubata» si è lamentata la controparte, ricordando che proprio l’immagine di Franscini, in quanto padre fondatore della scuola pubblica, figurava in tutte le aule del cantone.
Il paese appariva comunque spaccato sull’oggetto in votazione. Il Partito socialista (PS) e il Partito liberale radicale (PLR) propugnavano il doppio no. Il Partito popolare democratico (PPD) e la Lega raccomandano invece due sì.
Ma alcuni liberali si erano espresso per il controprogetto, mentre alcuni democristiani vi si sono opposti, perché lo ritenevano espressione di ambienti troppo vicini a «Comunione e Liberazione» (CL), un movimento che suscita opposizioni all’interno stesso del PPD. In effetti, alcune delle nuove scuole private sono state fondate da CL.
Anche il governo ticinese era spaccato. Aveva deciso di non intervenire, ma ha raccomandato di aderire al controprogetto. Decisiva è stata l’opinione di Marina Masoni (PLR), che con Luigi Pedrazzini (PPD) e Marco Borradori (Lega) era riuscita a creare una maggioranza in favore del controprogetto. Una decisione amara per il radicale Gabriele Gendotti, il nuovo capo del Dipartimento di istruzione e cultura, che da sempre si batte contro qualsiasi sostegno alle scuole private.
Rimane da sperare che il dibattito sulla scuola ticinese pubblica non finisca con la votazione. I problemi sono tanti e devono essere affrontati. Troppi anni sono passati senza nuovi impulsi.
Qualche responsabilità pesa sul PLR, il cui defunto consigliere di stato Giuseppe Buffi aveva a cuore più l’Università della Svizzera Italiana e il Festival del film di Locarno che non la scuola. Un argomento questo che durante il dibattito – nonostante le tante pagine scritte – è rimasto però tabù
Gerhard Lob
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