ONU: nessuna impunità per i responsabili delle atrocità in Libia

Combattenti fedeli al governo riconosciuto dalle Nazioni Unite dopo la conquista della città di Tarhouna (situata a 65 chilometri a sud-est di Tripoli) il 5 giugno 2020. Keystone / Str


Mentre il conflitto libico si è in gran parte internazionalizzato, il Consiglio per i diritti umani dell'ONU ha adottato lunedì il principio di una missione d'inchiesta per indagare sui crimini di guerra commessi nel paese nordafricano dal 2016. La risoluzione ad hoc è sostenuta dalla diplomazia svizzera, da tempo impegnata nella lotta contro l'impunità. Intervista a Hasni Abidi, specialista del mondo arabo.

L'adozione della risoluzione dell'Onu giunge in un momento critico della guerra in Libia, dopo che dall'aprile dell’anno scorso il maresciallo Khalifa Haftar, l'uomo forte nella regione orientale, ha lanciato una grande offensiva per prendere il potere a Tripoli. Un'offensiva sostenuta da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Russia e meno apertamente dalla Francia.

Grazie al sostegno della Turchia, che ha inviato armi, in particolare droni, e di miliziani siriani, il governo di unità nazionale di Faïez Sarraj – riconosciuto dalle Nazioni Unite nel marzo 2016 – è riuscito da quest’anno a respingere le truppe del maresciallo e ha riconquistato diverse città vicino a Tripoli.

La risoluzione è stata adottata lunedì all'unanimità al termine della 43a sessione del Consiglio per i diritti umani. Presentata dall'Unione africana e co-sponsorizzata da Germania, Spagna, Turchia e Qatar, invita l'Alto Commissario per i diritti umani (Michelle Bachelet) a "istituire e inviare in Libia una missione d'inchiesta" per "documentare le accuse di violazioni dei diritti umani internazionali e del diritto umanitario (...) commesse da tutte le parti in Libia dall'inizio del 2016 (...) al fine di garantire che gli autori di tali violazioni e abusi debbano rispondere dei loro atti".

La Svizzera preoccupata per l'intensificarsi del conflitto

La proposta di un meccanismo d'indagine indipendente è stata sostenuta dalla diplomazia svizzera già l'anno scorso. Venerdì scorso, durante il dibattito che ha accompagnato la presentazione del rapporto ad hoc di Michelle Bachelet, la rappresentante svizzera Samira Cizero Ntasano ha sottolineato la preoccupazione di Berna per l'intensificarsi delle ostilità e delle violazioni del diritto internazionale umanitario "da parte di tutte le parti in conflitto". Per affrontare questo problema, "la Svizzera sostiene la creazione di un meccanismo di accertamento dei fatti che garantisca la responsabilità e spezzi il circolo vizioso dell'impunità".

Il conflitto ha portato a un aumento della repressione sia a Tripoli che a Bengasi, ha aggiunto la diplomatica svizzera. “La Svizzera è preoccupata per la mancanza di protezione per migranti e rifugiati. (...) La detenzione arbitraria, la violenza sessuale, il lavoro forzato e altre forme di tratta di esseri umani, così come le condizioni disumane nei centri di detenzione sono inaccettabili e devono essere immediatamente fermate”.

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Direttore del Centro di studi e ricerche sul mondo arabo e mediterraneo di Ginevra, Hasni Abidi insegna presso l'Istituto di studi globali dell'Università di Ginevra. Gli abbiamo chiesto di valutare la decisione del Consiglio per i diritti umani nella dinamica di questa guerra alle porte dell'Europa.

swissinfo.ch: Qual è il significato della risoluzione per questo conflitto apparentemente incontrollabile?

Hani Abidi: In questo periodo di estrema tensione intorno a Tripoli e alla città di Sirte, il deterioramento della situazione della sicurezza, alimentato dalla presenza di elementi stranieri, come i mercenari del gruppo russo Wagner o i miliziani siriani inviati dalla Turchia, complica la situazione interna in Libia. Tanto più che l'assenza dello Stato di diritto è totale, poiché i due governi in conflitto non sono in grado di far fronte al rischio di un'intensificazione dei combattimenti e all'arrivo massiccio di attori stranieri.

Tutto ciò ha accelerato l'aumento della criminalità, dei crimini di guerra, dei crimini contro l'umanità, come dimostra la recente scoperta di fosse comuni.

Questa risoluzione risponde al deterioramento della sicurezza e alle sue conseguenze umanitarie. Risponde anche a un cambiamento di paradigma e a una timida ripresa diplomatica dopo la vittoria del governo di Tripoli e il ritiro delle forze del maresciallo Haftar.

Dopo il fallimento dei colloqui di pace condotti dall'ONU e le dimissioni a marzo di Ghassan Salamé, capo della missione ONU per la Libia, l'Unione Africana e i paesi associati stanno cercando di colmare il vuoto, questa volta nel diritto internazionale. 

Il governo di Faïez Sarraj è però l'unico ad essere riconosciuto dall'ONU. Questo riconoscimento non ha alcun peso?

In realtà, il conflitto sta sfuggendo di mano ai libici. La Libia è diventata ostaggio delle alleanze e degli accordi tra le potenze coinvolte in questa guerra. Ma è anche ostaggio di una guerra di influenza condotta da un numero significativo di potenze regionali. Questa risoluzione è un modo per ricordarci che il governo del maresciallo Haftar non è legittimo, che è fuorilegge, a maggior ragione con la presenza di mercenari che non obbediscono a nessuna regola di legge e alle convenzioni internazionali.

Vi sono state molte critiche nei confronti del silenzio internazionale, e in particolare europeo, sulle interferenze straniere, mentre la Libia veniva consegnata a miliziani che hanno uno scarso rispetto per le Convenzioni di Ginevra, soprattutto nei territori controllati dal maresciallo Haftar. Questo ha motivato i redattori della risoluzione, che si basa sul riconoscimento internazionale del governo di Tripoli presentato piuttosto come vittima.

I sostenitori del maresciallo Haftar, soprattutto la Francia, lo presentano come il miglior baluardo contro gli islamisti, soprattutto i Fratelli musulmani. È un pericolo reale?

Invocare il pericolo islamista è un elemento di mobilitazione. Il maresciallo Haftar ha sfruttato eccessivamente questa argomentazione per ottenere il sostegno internazionale. Ed è un dato di fatto che nell'ovest della Libia la presenza islamista è importante, con i Fratelli musulmani e altri islamisti che sono diventati attori politici. Ma il maresciallo Haftar ha al suo fianco anche una grande milizia guidata da islamisti radicali. E Faïez Sarraj non ha i mezzi per aprire un fronte interno con i miliziani che oggi lo sostengono.

Resta il fatto che la questione ideologica non è l'elemento decisivo in questa guerra che spiegherebbe la sfrenata competizione tra potenze straniere. Si tratta piuttosto di una questione economica legata alle notevoli risorse energetiche del Paese e alla posizione strategica della Libia.

La risoluzione dedica diversi paragrafi al destino dei migranti e dei rifugiati in Libia. Chi controlla la loro situazione?

Dalla caduta di Muammar Gheddafi nel 2011, la Libia è diventata un paese di transito, mentre era principalmente un paese di immigrazione. L'arrivo di migranti dal confine con l'Egitto è meno controllato rispetto al confine occidentale con la Tunisia e l'Algeria. Il sud è ora sotto il controllo di diverse tribù fedeli al maresciallo Haftar. La responsabilità è quindi condivisa.

Il trattamento dei rifugiati e dei migranti sfugge completamente al controllo del governo di Tripoli. Le bande criminali si arricchiscono con il traffico di migranti. La caduta degli organismi statali sia nelle regioni orientali che occidentali ha incoraggiato queste bande, divenute intoccabili e dotate di grandi finanze e forti sistemi di difesa.

Agiscono impunemente. Questo è un elemento che alcuni governi europei vogliono utilizzare, un motivo per incitare alcuni Stati o la NATO a intervenire per proteggere i migranti, con il rischio di scatenare nuovamente una guerra umanitaria, come quella che ha prodotto l'attuale caos in Libia.

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