Il cordone ombelicale per curare malattie gravi
Donare il cordone ombelicale subito dopo il parto e salvare così la vita di persone malate di leucemia: è questa una delle ultime frontiere aperte dalla medicina dei trapianti, in via di affermazione anche in Svizzera.
Il principio è semplice: nel sangue del cordone ombelicale – spiega il professore ginevrino Bernhard Chappuy – si trova un particolare tipo di cellule, dette “staminali”, che essendo ancora a uno stadio primitivo possono evolversi in diversi tipi di tessuti. Queste cellule vengono utilizzate per curare chi ha gravi malattie del sangue (soprattutto leucemie) attraverso un trapianto che può sostituire quello di midollo osseo.
Se la madre acconsente alla donazione – e se i test preliminari hanno escluso la presenza di malattie o tare ereditarie – si può così prelevare dal cordone appena reciso un campione di sangue (circa 80 millilitri) che verrà poi congelato e depositato in speciali “banche del cordone”. Gli ambienti medici sottolineano che al momento del prelievo non c’è alcun rischio, né per il neonato né per la madre. Con la nuova tecnica, anzi, si sfrutta al meglio un tessuto che finora veniva gettato via.
Per ogni campione viene in seguito preparata una scheda con tutti i dati che lo riguardano, da immettere in un sistema informatico internazionale che collega le varie “banche del cordone”, facilitando la ricerca di un tipo di sangue compatibile per chi è malato. Naturalmente è anche possibile fornire il campione a un familiare (è il cosiddetto “trapianto autogeno”): in questo caso i problemi di compatibilità sono notevolmente ridotti.
I trapianti di cellule del cordone hanno successo soprattutto con i bambini, data la piccola quantità di sangue disponibile in ogni campione. Si sta però studiando la possibilità di “coltivare” le cellule prelevate, per far sì che si moltiplichino e possano così essere sufficienti a curare anche un adulto.
In Svizzera lo sviluppo delle “banche del cordone” viene portato avanti dal gruppo di lavoro “Swiss Cord Blood”, collegato a “Swisstransplant”. Per il momento ne esistono due, una a Basilea (dal ’97-’98, finanziata per metà dall’ospedale cantonale e per metà da privati) e l’altra a Ginevra (presso l’ospedale cantonale universitario dal 2000, tutta privata), per un totale di circa 200 campioni conservati. Il Ticino ha ricevuto qualche tempo fa proposte di collaborazione dall’Italia, lasciate per il momento in sospeso, mentre entro il 2001 dovrebbe venir presentato un piano d’azione svizzero.
“Il grosso probema da risolvere – sottolinea Chappuy – è di natura finanziaria: se il dono della madre è gratuito, la preparazione dei campioni, il congelamento e la loro conservazione sono procedure costosissime”. Attualmente nella Confederazione non è così possibile accogliere più di una-due donazioni al giorno. D’altra parte, affidarsi solo a fondi privati potrebbe diventare rischioso per la trasparenza e l’ etica delle “banche del cordone”. Si spera quindi in un riconoscimento – anche economico – da parte dello Stato, magari nel contesto dell’attuale elaborazione della nuova legge sui trapianti.
Alessandra Zumthor
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