Una finestra su mondi diversi
Il regista svizzero Alberto Meroni ha partecipato in qualità di giurato al Festival internazionale del documentario organizzato da Aljazeera a Doha, nel Qatar. Un'occasione per scoprire tematiche e sensibilità diverse da quelle occidentali.
«Per quale motivo sono stato scelto nella giuria? Da cosa nasce cosa: nell’ambito del mio lavoro ho curato le riprese e il montaggio del documentario di Gianni Padlina che ha vinto il festival nel 2007. Il mio nome è stato quindi segnalato come possibile giurato, poi ho dovuto inviare la mia candidatura e infine sono stato selezionato», spiega Alberto Meroni.
Il regista ticinese – classe 1978 – è stato uno dei più giovani giurati della rassegna, tenutasi dal 21 al 24 aprile 2011. «La composizione della giuria era davvero eterogenea e quindi stimolante: per esempio hanno partecipato un direttore televisivo cinese, il responsabile di un gruppo radiotelevisivo messicano, un autore e regista australiano, una giornalista spagnola».
I 300 film selezionati – sui 2’500 candidati – sono stati divisi in tre categorie: lungo (fino a 90 minuti), medio (fino a 60 minuti) e corti (fino a 30 minuti). Alberto Meroni si è occupato – con altri quattro giurati – di questi ultimi.
Storie con 21 nipoti
A colpire in positivo Alberto Meroni è stato soprattutto «il desiderio da parte degli autori mediorientali e africani di far conoscere vari aspetti della loro quotidianità, spesso poco noti e quasi completamente assenti dalle cronache».
Per esempio, spiega il regista, «sono stati presentati documentari che mostrano come in Palestina e Israele la vita continua comunque al di là delle continue violenze, a immagine di un movimento artistico che con grande difficoltà cerca di esprimersi e farsi sentire».
Oppure «una pellicola che ha illustrato la situazione di un villaggio indiano composto quasi esclusivamente da vedove, poiché tutti gli uomini lavorano in miniera e muoiono a causa della silicosi, la malattia dei minatori».
Un altro documentario che è piaciuto molto ad Alberto Meroni è quello che descrive «con finezza e senza alcun pietismo» la vita di un giovane giardiniere africano. In seguito alla morte delle sorelle, l’uomo si trova a dover crescere – insieme alle sue piante – ben 21 nipoti!
L’opera premiata nella categoria “cortometraggi” racconta invece il sogno di un giovane pecoraio africano: riuscire a frequentare una scuola, che però risulta troppo costosa.
In generale, riassume il regista ticinese, «ho potuto vedere dei documentari sicuramente diversi per tematica e ambientazione: vi erano opere dalla Giordania, dal Pakistan, dall’Iran. Poche volte nella mia vita ho potuto approfittare dello sguardo da parte di autori provenienti da questi paesi. Al limite qualche immagine al telegiornale…».
Un cinema giovane
Anche dal punto di vista del linguaggio cinematografico, «si nota una certa differenza rispetto alle produzioni occidentali, in cui la padronanza della tecnica è migliore, ovviamente anche per ragioni finanziarie legate ai costi del materiale».
Secondo Alberto Meroni, il cinema documentario proveniente da Africa e Medio Oriente «è ancora giovane: sta affinando la tecnica e approfondendo l’utilizzo di questo mezzo espressivo».
A questo proposito, chiediamo al giurato svizzero quante speranze hanno i documentari visti a Doha di arrivare sugli schermi televisivi nel resto nel mondo. «Di principio i film vengono presentati ai festival per essere visti. In seguito molto dipende dalle redazioni televisive e degli spazi a disposizione per i documentari», risponde.
Per esempio, spiega Meroni, «Al Jazeera vive di documentari, e ne produce anche. Per gli autori delle pellicole è quindi molto importante riuscire a presentare un buon lavoro a Doha, affinché il riconoscimento apra loro altre porte. Questo significherebbe soprattutto poter lavorare in condizioni più professionali: non va infatti dimenticato che molti sono piccoli produttori indipendenti. Per loro, la strada che porta all’Europa passa proprio da Doha».
Nel segno del dialogo
Al di là delle immagine e delle tecniche cinematografiche, il Festival del documentario di Doha ha rappresentato un momento di incontro. «Il filo conduttore di tutta la rassegna è stato il dialogo. Infatti gran parte delle storie raccontavano di situazioni drammatiche figlie dell’incomprensione, sia essa religiosa, culturale, tra vicini».
Se invece, osserva Meroni, «riuscissimo a vedere – anche grazie a manifestazioni come questa – i tanti punti comuni che ci uniscono nonostante le differenze, probabilmente ci sarebbero molte più notizie positive e documentari di altro genere».
Nato il 19 aprile 1978, Alberto Meroni vive a Pianezzo (Svizzera). Lavora come regista e produttore di pubblicità, documentari, trasmissioni televisive e cortometraggi.
La passione per il cinema e la tv lo accompagna sin dall’infanzia. Autodidatta, a sedici anni riceve una proposta di collaborazione come operatore per l’attuale TeleTicino. Tre anni dopo passa alla regia e realizza i primi lavori come autore.
Nel 2003 – dopo aver lavorato anche come impiegato di commercio – si mette in proprio e fonda la casa di produzione audiovisiva inmagine.ch collaborando con agenzie pubblicitarie svizzere e italiane, altre case di produzioni e emittenti televisive.
Dal 2009 partecipa all’insegnamento della tecnica di ripresa e di montaggio al Conservatorio di Scienze Audiovisive (CISA), e insegna alla Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana (SUPSI).
Tra le sue produzioni più premiate figurano il documentario L’artigiano glaciale e il cortometraggio Ombre.
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