Il maestro svizzero che svelò lo sfruttamento di emigrate ed emigrati in Brasile nel XIX secolo
Centosettant'anni fa, in Brasile, uno svizzero capeggiò una rivolta rivelando lo sfruttamento dell'emigrazione europea in America Latina nel XIX secolo. Una storia che mette in luce dilemmi tuttora centrali nei dibattiti su migrazione, lavoro forzato e responsabilità dello Stato.
Nel 1885, il cittadino svizzero Thomas Davatz lasciò il suo Paese in cerca di opportunità. Emigrò in Brasile, uno dei maggiori produttori mondiali di caffè, sottoposto allora a crescenti pressioni da parte del Regno Unito che metteva in discussione un modello economico basato sulla manodopera schiavizzata in Africa. Una legge chiamata Aberdeen Act autorizzava la Marina britannica a catturare le navi negriere brasiliane. È su questa spinta che la tratta transatlantica di schiave e schiavi verso il Brasile era stata vietata nel 1850.
In questo contesto emersero le prime iniziative dal Paese volte ad attirare immigrazione europea per sostituire la forza lavoro che cominciava a ridursi nelle piantagioni. Proprietarie e proprietari terrieri credevano che ciò avrebbe conferito al Paese un’immagine di civiltà e “sbiancato” una popolazione ormai assai influenzata da quella africana ridotta in schiavitù.
In Svizzera, Davatz era insegnante di scuola primaria ed era una figura molto rispettata in Prettigovia, nei Grigioni, dove viveva e lavorava. Aveva ricevuto una fervente educazione religiosa in ambienti evangelici legati alla Innere Mission, un movimento protestante del XIX secolo diffuso in Svizzera e in altre regioni dell’Europa riformata.
Personalità influente, Davatz guidò l’arrivo di uno dei gruppi di emigranti a contratto con una società brasiliana che fungeva da intermediaria tra possidenti in Brasile e manodopera svizzera.
“L’idea era che, per civilizzare la nazione, fosse necessario portare qui gente dall’Europa”, afferma Victor Missiato, analista politico e professore di storia alla Mackenzie Presbyterian University di San Paolo del Brasile. “C’erano sia una tesi di imbiancamento che una di civilizzazione, basate su un’interpretazione errata della teoria dell’evoluzione di Charles Darwin, che aveva molta presa nel XIX secolo”.
Lo Stato brasiliano promosse quindi l’immigrazione con politiche quali la concessione di terreni, l’assunzione di persone addette al reclutamento in Europa e la diffusione di propaganda per attirare lavoratrici e lavoratori. Nel 1848 approdarono le prime famiglie di lingua tedesca, provenienti da vari stati germanofoni compresa la Svizzera. Il gruppo al quale apparteneva Davatz raggiunse il Brasile nel luglio del 1855.
“Queste contadine e questi contadini in arrivo dall’Europa erano, in un certo senso, riluttanti all’industrializzazione. A differenza delle molte altre che emigravano nelle città, puntavano a una soluzione rurale delle crisi europee”, spiega lo storico dell’Università di Campinas, in Brasile, Alberto Luis Schneider. “Giunsero con la prospettiva di acquisire proprietà terriere, anche piccole, ma le loro speranze furono frustrate dai progetti dei grandi possidenti”.
Dalla Prettigovia a Limeira
“Nell’agosto del 1854 iniziai a pensare al Brasile”, scrisse Thomas Davatz nel libro di memorie Die Behandlung der Kolonisten in der Provinz St. Paulo in Brasilien und deren Erhebung gegen ihre Bedrücker (Il trattamento dei coloni nella provincia di San Paolo in Brasile e la loro insurrezione contro gli oppressori).
“Lì le mie belle speranze sarebbero diventate realtà, suggerivano i numerosi racconti di conferenze, lettere, stampati e relazioni di ogni tipo. In questa felice attesa decisi, in veste di membro della Commissione per il soccorso ai poveri, di presentare una proposta al mio Comune affinché fornisse le risorse necessarie a chi desiderava imbarcarsi per il Brasile ma non aveva mezzi per pagare il viaggio”.
Questa eminenza portò a Davatz anche benefici personali. Giunto in Brasile, lavorò nella piantagione di Ibicaba nella città di Limeira, nell’entroterra dello stato di San Paolo, e vi assunse un ruolo amministrativo. Secondo Ilka Stern Cohen, coautrice del libro Brazil Through the Eyes of Thomas Davatz (Il Brasile visto con gli occhi di Thomas Davatz), egli aveva anche il mandato ufficiale di inviare alla Svizzera un rapporto sulle condizioni di vita e di lavoro nella colonia, destinato alle autorità elvetiche, che promuovevano l’emigrazione come forma di politica sociale volta a migliorare le condizioni di vita delle cittadine e dei cittadini in un’epoca in cui il Paese era ancora ampiamente rurale e povero.
La ribellione
Dopo un anno e mezzo nella piantagione, dove lavorava come insegnante per le figlie e i figli di colone e coloni, Davatz chiese di avviare delle trattative in relazione a vari problemi che aveva individuato nel cosiddetto sistema di partenariato. Questo modello, gradualmente adottato nel Brasile del XIX secolo perlopiù nelle piantagioni di caffè come alternativa alla schiavitù, garantiva a chi migrava un appezzamento di terra da coltivare, purché condividesse la produzione con chi possedeva il terreno. Una formula presentata come lavoro libero e cooperativo.
Di fatto, tuttavia, le famiglie immigrate venivano costrette a un indebitamento costante. Erano obbligate ad acquistare beni e servizi dal padronato, con conti controllati unilateralmente. Ne risultavano debiti che limitavano la mobilità e l’autonomia di lavoratrici e lavoratori svizzeri, trasformando questa forma di impiego formalmente libero in un sistema caratterizzato da coercizione e sfruttamento paragonabili alla schiavitù.
“Proprietarie e proprietari terrieri brasiliani provenivano da una forte tradizione schiavista. Fare i conti con manodopera libera era fuori dalla loro cultura”, osserva Alberto Luis Schneider, “e questo ha sicuramente giocato un ruolo importante nei problemi che sono emersi”.
Secondo la storica Béatrice Ziegler, docente alla Scuola universitaria professionale della Svizzera nordoccidentale (FHNW), Davatz iniziò a monitorare sistematicamente i registri delle spese e delle entrate e a verificare i libri contabili delle famiglie colone. Il suo lavoro di insegnante e il suo grado di istruzione lo resero un leader naturale nella comunità svizzera.
“In queste analisi, individuò tra l’altro prezzi degli alimentari gonfiati, frodi nella pesatura del caffè consegnato e irregolarità nei prezzi pagati per la produzione”, riferisce. “Sulla base di questi dati, concluse che colone e coloni che stavano sostituendo la schiavitù venivano sistematicamente raggirati”.
Sebbene non risultino violenze diffuse dall’una o dall’altra parte, lo scontro fu notevole. Chi possedeva le piantagioni e fino ad allora aveva fatto affidamento sulla schiavitù si rifiutò di accettare qualsiasi richiesta. Davatz e seguaci – temendo che il leader fosse arrestato o che gli si usasse violenza, come era comune per schiave e schiavi – si presentarono alla sede della piantagione e minacciarono il personale.
Il timore che la rivolta potesse ispirare africane e africani in schiavitù spinse il padronato e la politica locale a chiedere provvedimenti severi contro Davatz, che fu accusato di essere una spia straniera e di danneggiare le relazioni diplomatiche tra i due Paesi.
Secondo Victor Missiato della Mackenzie Presbyterian University, nelle piantagioni di caffè le comunità svizzere vivevano affianco a schiave e schiavi africani ma occupando una posizione giuridicamente distinta e gerarchicamente superiore, in un sistema ancorato alla schiavitù.
Il loro lavoro era ancora ampiamente utilizzato e, sebbene la tratta transatlantica fosse stata ufficialmente vietata nel 1850, la schiavitù rimase pienamente legale in Brasile fino all’abolizione del 1888, con il persistere del traffico illegale e di un attivo commercio interno.
Nel 1857, Davatz lasciò la piantagione sotto la protezione di colone e coloni per recarsi a Santos, principale porto di partenza dal Brasile dell’epoca. Da lì rientrò in Europa via mare, con l’appoggio discreto di connazionali e sotto la sorveglianza delle autorità brasiliane, benché non fosse stato arrestato né ufficialmente espulso.
Rientro in Patria, e nella storia
Tornato in Svizzera, nel tentativo di frenare l’emigrazione dal Paese, l’insegnante pubblicò un resoconto dettagliato nel quale denunciava il sistema di sfruttamento delle immigrate e degli immigrati europei nelle piantagioni di caffè brasiliane. Fu questa testimonianza scritta, più di qualsiasi punizione giudiziaria in Brasile, a trasformare la sua esperienza in un caso di risonanza internazionale.
“La relazione di Thomas Davatz non era l’ennesima pittoresca descrizione del Brasile che ci si aspettava da uno straniero”, spiega Ilka Stern Cohen. “Affrontava questioni delicate come l’oppressione, gli abusi di potere e le reazioni di chi subiva, argomenti certamente scomodi e ampiamente sconosciuti al pubblico nazionale”.
L’impatto fu immediato, commenta Béatrice Ziegler. “I primi effetti si ebbero nei Grigioni. Il Governo era in attesa del rapporto Davatz perché intendeva consentire a molte più persone di emigrare. Giunto il rapporto, non solo dovette abbandonare l’idea, ma paventò le proteste delle famiglie con emigranti, della stampa e dei circoli politici. Inoltre, molti comuni, benché molto poveri, avevano anticipato i fondi per l’emigrazione e temerono che colone e coloni non li avrebbero mai rimborsati”.
Anche altre regioni di lingua tedesca ne furono influenzate. Poco dopo l’insurrezione, e con l’emergere di relazioni di emigranti come Theodor Heusser e Jean-Jacques Tschudi, in Prussia si sviluppò un’intensa campagna contro la continua emigrazione verso il Brasile, che fu ufficialmente vietata nel 1859, scoraggiando così le e gli emigranti di lingua tedesca dal trasferirvisi.
In Svizzera, aggiunge Ziegler, pur restando l’emigrazione una responsabilità cantonale, le agenzie di alcuni cantoni furono presto sottoposte a un controllo più rigoroso. Nel 1888, entrò in vigore una legge nazionale che regolava in modo più chiaro il processo di emigrazione, rafforzando l’idea che lo Stato fosse direttamente responsabile di proteggere le proprie cittadine e i propri cittadini all’estero.
In Brasile, i retaggi di quel periodo sono ancora visibili. Nel 2024, il Ministero del lavoro e dell’occupazione ha reso noto il salvataggio di oltre 2’000 lavoratrici e lavoratori da condizioni analoghe alla schiavitù, evidenziando il persistere di condizioni di sfruttamento nel mondo del lavoro.
A cura di Virginie Mangin/ts
Traduzione di Rino Scarcelli
In conformità con gli standard di JTI
Altri sviluppi: SWI swissinfo.ch certificato dalla Journalism Trust Initiative
Potete trovare una panoramica delle discussioni in corso con i nostri giornalisti qui.
Se volete iniziare una discussione su un argomento sollevato in questo articolo o volete segnalare errori fattuali, inviateci un'e-mail all'indirizzo italian@swissinfo.ch.