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Incertezza sul dopo-Arafat

Tutta la stampa svizzera dà grande risalto alla morte del leader storico palestinese swissinfo.ch

La stampa svizzera rende omaggio alla figura storica di Yasser Arafat. Dopo la sua scomparsa sorgono speranze, ma anche timori per il processo di pace.

A detta di diversi commentatori, un ruolo decisivo spetta ora soprattutto agli israeliani.

“Mr. Palestine”: Arafat si era guadagnato il diritto di portare questo soprannome, utilizzato dai media occidentali, pur “non avendo conseguito molti successi nella sua vita”, rileva la Neue Zürcher Zeitung, che ripercorre le tappe principali della vita del leader palestinese.

“Quando Arafat è apparso sulla scena politica negli anni Sessanta, la Palestina e i palestinesi non esistevano ancora a livello internazionale. È stato Arafat a postulare l’esistenza di un nazionalismo palestinese, quale strumento per la liberazione dei territori persi”, sottolinea il giornale zurighese.

Obbiettivo di vita mancato

“Arafat è morto. Anche lui, che sembrava seguire delle proprie regole, ha dovuto piegarsi alle leggi della natura”, osserva il Tages Anzeiger, evocando i numerosi pericoli scampati miracolosamente dal leader palestinese durante la sua vita.

Anche la sua morte dimostra invece che il “simbolo delle aspirazioni del popolo palestinese” non è riuscito a raggiungere quello che era “l’obbiettivo della sua vita”: Arafat non potrà essere seppellito a Gerusalemme.

“Uno Stato palestinese indipendente, con capitale Gerusalemme, rimane ancora lontano all’orizzonte”, constata laconicamente il quotidiano zurighese.

Gli stessi problemi

I nuovi dirigenti palestinesi saranno forse “più concilianti”, ma si ritroveranno di fronte agli stessi problemi, annota ancora il Tages Anzeiger.

Gli israeliani e i palestinesi che siederanno al tavolo dei negoziati disporrano ancora una volta di un potere tutt’altro che uguale. Spetterà quindi agli Stati uniti e all’Europa creare un giusto equilibrio.

Palestinesi divisi

Anche il Bund rileva la complessità dei problemi che rimangono da risolvere, a cominciare da quelli che emergono all’interno del fronte palestinese.

“Nonostante l’unità suscitata ora dalla morte di Arafat, i palestinesi rimangono una società caratterizzata da divisioni e brutalità. I nuovi leader non sono popolari, mentre la corruzione e il clientelismo rappresentano più la regola che l’eccezione”, afferma il giornale bernese.

Nuovi leader riconosciuti internazionalmente

Più ottimista la Basler Zeitung, secondo la quale, con Mahmud Abbas e Ahmed Kurei, i palestinesi sono attualmente ben rappresentati.

Si tratta di due “coautori degli accordi di pace di Oslo e godono quindi di un’ottima reputazione internazionale”.

La loro legittimità a riprendere la successione di Arafat dovrà però venir confermata nell’ambito di elezioni democratiche.

“Il popolo palestinese aspira a tenere queste elezioni. Ma elezioni libere saranno possibili soltanto se Israele e la comunità internazionale contribuiranno a crearne le premesse: Israele ritirandosi dai territori palestinesi, mentre gli Stati uniti e l’Europa con aiuti finanziari”, sottolinea il quotidiano basilese.

Intransigenza israeliana

La Tribune de Genève mette l’accento sul ruolo che spetta in futuro alle autorità israeliane: “Israele deve ora affrontare le proprie responsabilità ed accettare dei compromessi”.

Ma l’attuale linea politica intransigente degli israeliani, che rifiutano il rimpatrio dei rifugiati palestinesi e non accettano discussioni sull’annessione di Gerusalemme-est lascia presagire “un dialogo fra sordi”.

Anche per il quotidiano Le Matin, la pace è nelle mani degli israeliani: “Dalla loro capacità di fare le giuste concessioni e di dimostrare la loro volontà di limitare l’azione degli estremisti dipenderanno le vere possibilità di instaurare un regime di pace”.

Dello stesso tenore 24 Heures: “Privati dell’alibi Arafat, gli israeliani non potranno più accontentarsi di un semplice ritiro da Gaza, perché in tal caso favorirebbero gli estremisti palestinesi”.

Shalom Sharon?

Pure La Regione si interroga, con un tono pessimistico, sul futuro ruolo degli israeliani nel processo di pace. “Quale può dunque essere la “pace di Sharon”? Che non ha mai voluto saperne di Oslo, Camp David, Taba, iniziativa di Ginevra?”.

In ogni caso, la situazione attuale non potrà durare a lungo. Il dialogo dovrà essere reinstaurato: “Prima o poi israeliani e palestinesi, costretti alla convivenza, dovranno pur tornare sul tracciato partito da Oslo. Tutto in Terra Santa è possibile. I miracoli. Come le più tragiche illusioni”.

Sharon non è un ostacolo

“Morto Arafat, rimane Sharon”, constata il Corriere del Ticino, secondo il quale il premier israeliano non rappresenta “un ostacolo per la pace”.

“Nonostante sia visto come un falco, associato storicamente agli insediamenti israeliani – uno dei maggiori ostacoli alla pace – la realtà è ben diversa”, afferma il quotidiano ticinese.

Sharon non è mai stato guidato da una “visione dogmatica”, ritiene il CdT, ed ora ha veramente deciso di “ritirarsi da Gaza e creare nuove condizioni che ridiano speranza alla pace”.

“E questo, con tutte le ombre del suo passato, soltanto Sharon oggi lo può fare”.

Quale leader per il mondo arabo?

Da parte sua, Le Temps s’interroga sul dopo Arafat, non solo per il popolo palestinese, ma per tutto il mondo arabo.

Per il quotidiano romando, il leader palestinese rappresenta un’icona difficilmente rimpiazzabile. “Arafat concentrava l’aspirazione del riconoscimento di un’identità araba nel mondo”.

I suoi possibili successori, l’egiziano Moubarak, il colonnello Geddhafi, il re Abdallah di Giordania o il principe saudita Abdallah riusciranno difficilmente a provare la loro legittimità a prendere il suo posto.

L’identikit del nuovo possibile rais, “un uomo longilineo, barbuto, che si sposta la notte fra l’Afghanistan e il Pakistan”, fa venire i brividi, conclude Le Temps.

swissinfo, Anna Passera e Armando Mombelli

1929, Yasser Arafat nasce il 24 agosto al Cairo.
1969, due anni dopo la sconfitta nella Guerra dei sei giorni, diventa il leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP).
1988, Arafat annuncia di fronte alle Nazioni Unite che l’OLP intende rinunciare alla lotta armata.
1993, conclusione degli accordi di Oslo.
1994, Arafat ottiene il premio Nobel per la pace congiuntamente ai dirigenti israeliani Yitzhak Rabin e Shimon Perez.
1996, il Rais viene eletto presidente dell’Autorità palestinese.
2004, Arafat si spegne l’11 novembre a Parigi.

La comunità internazionale si riunisce venerdì al Cairo, dove si svolgono i funerali militari di Yasser Arafat.

La Svizzera viene rappresentata dalla minitra degli affari esteri, Micheline Calmy-Rey.

La salma del leader palestinese verrà trasferita in seguito a Ramallah, in Cisgiordania, dove Arafat sarà sepolto all’ombra della moschea Al Aqsa, uno dei principali luoghi sacri dei musulmani.

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