Il popolo svizzero rifiuta tagli radicali all’esercito
Il 62 percento dei votanti hanno respinto l'iniziativa del Partito socialista che mirava a ridurre della metà le spese per la difesa nazionale. Un risultato quasi identico a quello ottenuto nel 1989 dall'iniziativa sulla soppressione dell'esercito.
È ormai trascorso più di un decennio dal crollo del muro di Berlino e dalla votazione federale sull’iniziativa “per una Svizzera senza esercito” che chiedeva di sopprimere le forze armate nel nostro paese. 11 anni dopo non sembra tuttavia molto cambiato l’atteggiamento del popolo svizzero nei confronti della propria difesa nazionale e neppure gli equilibri tra sostenitori e oppositori dell’esercito.
Oltre il 62 percento dei votanti hanno infatti respinto questo fine settimana l’iniziativa lanciata dal Partito socialista nel 1997, che chiedeva di dimezzare le spese per le forze armate e d’impiegare una parte dei fondi risparmiati per operazioni di pace, per l’aiuto allo sviluppo e per misure in favore della politica sociale in Svizzera. Nel 1989 l’iniziativa sulla soppressione dell’esercito era stata bocciata dal 64 percento degli aventi diritto al voto.
Il processo di distensione avviato negli ultimi 10 anni tra Est e Ovest in Europa, dalla fine della Guerra fredda, non ha quindi apportato grandi modifiche al rapporto tra la popolazione e le forze armate nazionali. Probabilmente questo fatto è dovuto soprattutto alla ristrutturazione operata in questi ultimi anni all’interno dello stesso esercito.
Da un lato, le spese per la difesa nazionale sono già state ridotte del 28 percento rispetto al 1987. Dall’altro, gli obbiettivi delle forze armate si sono notevolmente trasformati in questi ultimi anni: l’esercito si è adeguato all’evolvere dei tempi e ha assunto sempre più attività di promozione della pace in Svizzera e all’estero. Pensiamo soltanto alle operazioni militari condotte nell’ambito del Partenariato per la pace con le forze della Nato e all’invio di soldati svizzeri in Kossovo.
In questi ultimi 10 anni non è neppure cambiato il divario tra la Svizzera latina e quella tedesca nei confronti dell’esercito. Già nel 1989 nei cantoni romandi e in Ticino si erano registrate le più alte percentuali di voti favorevoli alla soppressione delle forze armate. A Ginevra e nel Giura l’iniziativa “per una Svizzera senza esercito” aveva addirittura ottenuto più del 50 percento dei voti.
Non molto diversi i risultati raccolti dall’iniziativa del Partito socialista, sottoposta questo fine settimana a votazione federale. La proposta di dimezzare le spese militari è stata sostenuta in modo nettamente maggiore nella Svizzera francese, conquistando addirittura la maggioranza dei voti in diversi cantoni: Vaud 51 percento, Neuchâtel 54, Ginevra 60 e Giura 62.
Anche nel canton Ticino l’iniziativa ha registrato un buon risultato con quasi il 49 percento dei consensi. Da notare che nessun cantone della Svizzera tedesca ha invece accolto positivamente la proposta dei socialisti.
Soddisfazione è stata espressa chiaramente dal presidente della Confederazione Adolf Ogi. Secondo il capo del dipartimento della difesa gli svizzeri hanno dimostato di volere un esercito in grado di assolvere i compiti previsti dalla Costituzione. Il verdetto popolare conferma inoltre che la riforma dell’esecito in corso sta seguendo la strada giusta.
Delusi invece ii promotori dell’iniziativa. Per il Partito socialista, la loro proposta ha comunque avuto il merito di suscitare un dibattito pubblico sulle spese militari, in margine alla riforma dell’esercito. Secondo il Gruppo per una Svizzera senza esercito, che ha lanciato una nuova iniziativa per la soppressione delle forze armate, il risultato deludente del voto va attribuito alla debole campagna promossa negli ultimi mesi.
Ricordiamo che in base all’iniziativa le spese sarebbero state ridotte alla metà rispetto a quelle dei conti dell’anno 1987. Un terzo della somma risparmiata, ossia 600 milioni di franchi, sarebbe obbligatoriamente stato destinato al rafforzamento della politica di pace sul piano internazionale, tramite, ad esempio, la cooperazione allo sviluppo, la diplomazia preventiva dei conflitti, il disarmo e la sicurezza collettiva.
Per aiutare le imprese che si fossero trovate in difficoltà in seguito alla riduzione delle commesse militari, era stato previsto un fondo di riconversione di un miliardo di franchi per creare nuovi posti di lavoro.
Il governo ha dal canto suo fatto notare come il dipartimento della difesa abbia già risparmiato circa 9 miliardi di franchi dal 1991. Sempre per il Consiglio federale, il dimezzamento delle spese militari avrebbe comportato la perdita di oltre 6000 posti di lavoro e avrebbe seriamente compromesso la credibilità e l’efficacia delle forze armate.
Il Parlamento ha seguito la posizione del governo, bocciando l’iniziativa con 122 voti contro 62 in Consiglio nazionale e con 36 voti contro 6 al Consiglio degli Stati.
Armando Mombelli
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