Ricorso della procura di Bastia sulla non estradizione dell’ex br Loiacono-Baragiola
Non è ancora conclusa la vicenda dell'estradizione dalla Francia in Italia di Alvaro Loiacono-Baragiola (foto). La procura di Bastia ha presentato ricorso contro la sentenza che l'11 ottobre aveva dichiarato non estradabile in Italia l'ex brigatista.
La notizia del ricorso in cassazione della procura di Bastia è stata comunicata all’agenzia di stampa italiana Ansa dai legali di Baragiola, che non hanno indicato la motivazione del ricorso, affermando che «le possibilità che sia accolto sono scarsissime».
Il ricorso è stato presentato l’ultimo giorno utile, il quinto, dopo la sentenza, secondo fonti giudiziarie che hanno chiesto l’anonimato e si basa su aspetti procedurali strettamente attinenti al diritto e «alla lettura della convenzione di estradizione tra Francia ed Italia del 1957».
Il 13 ottobre il ministro italiano della giustizia Piero Fassino aveva scritto alla collega francese Elisabeth Guigou, auspicando «una nuova determinazione delle autorità giudiziarie, favorevole alle richieste italiane». Nel dispositivo della sentenza della Camera d’accusa, la sezione della corte d’appello competente in materia di estradizione, si spiega che la decisione è dovuta al fatto che la procedura di condanna in contumacia, in vigore in Italia, è contraria all’ordine pubblico francese.
Per la legge francese un imputato ha il diritto di essere riprocessato e non può finire direttamente in prigione, come avverrebbe per Loiacono-Baragiola.
Intanto la procura di Roma ha aperto un’inchiesta dopo le rivelazioni fatte da Alvaro Loiacono-Baragiola sulla sua fuga dall’Italia alla fine del 1980. Dichiarazioni rilasciate a Parigi dallo stesso ex brigatista ad un giornalista del quotidiano italiano Corriere della Sera, che ha pubblicato l’intervista nella sua edizione di domenica.
Le dichiarazioni dell’ex brigatista rosso hanno suscitato vivaci reazioni politiche in Italia, oltre all’apertura, come detto, di un’inchiesta da parte della Procura di Roma, intenzionata a verificare la veridicità delle affermazioni.
Nell’intervista l’ex brigatista afferma che nel 1980, dopo essere stato condannato per l’omicidio dello studente greco di destra Mikis Mantakas, riuscì a sottrarsi alla giustizia italiana andando in Algeria grazie ad una presentazione ufficiale del Partito comunista italiano (Pci) al Fronte di Liberazione nazionale algerino. «Se ne occupò mio padre – ha reso noto l’ex brigatista – iscritto al Pci dagli Anni Cinquanta, il quale contattò le persone giuste nel partito per procurarmi la raccomandazione con gli algerini».
45 anni, Alvaro Lojacono-Baragiola ha sulle spalle una condanna all’ergastolo nel processo Moro-quater, per il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, diventata definitiva il 14 maggio del 1997. Secondo la giustizia italiana, Lojacono-Baragiola aveva partecipato al sequestro Moro, facendo parte del commando che agì in via Fani. Dei membri di quel commando, con Alessio Casimirri e Rita Algranati, è uno dei brigatisti coinvolti nelle vicende giudiziarie del caso Moro solo in un secondo tempo.
Dopo alcuni anni di latitanza, si era rifugiato a Croglio, in Canton Ticino, dove vive la madre Ornella Baragiola, cittadina elvetica e dove ha ottenuto la cittadinanza svizzera, prendendo il cognome della madre.
Le autorità svizzere lo hanno arrestato nel 1988 a Lugano e lo hanno poi processato per l’uccisione del giudice Tartaglione. Condannato in prima istanza all’ergastolo, in cassazione si era visto ridurre la pena a 17 anni di reclusione. Dopo nove anni di detenzione, Baragiola ha ottenuto la semilibertà nel 1997 per seguire corsi di giornalismo e nell’ottobre 1999 è tornato in libertà.
swissinfo e agenzie
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