Un ruolo di pioniere per la Svizzera nel disarmo chimico?
La situazione è esplosiva. Decine di migliaia di tonnellate di armi chimiche sono disseminate in paesi come la Russia, paesi oggi confrontati con enormi difficoltà economiche e sociali. Bisogna allora lasciare che la Russia paghi per gli eccessi della Guerra fredda o incamminarsi sulla via di una collaborazione ragionevole per evitare il peggio? Il parlamento svizzero ha scelto questa seconda via.
Ci sono volute decine d’anni di negoziati prima che la Convenzione sulle armi chimiche entrasse in vigore il 29 aprile 1997. Essa regola la distruzione delle armi chimiche, da completare entro il 2007, e mira a impedire, tramite controlli internazionali, a impedire la fabbricazione di armi chimiche per fini militari. La convenzione è già stata ratificata da 139 Stati, ma la sua applicazione, soprattutto nell’ambito della distruzione delle armi chimiche esistenti, non costituisce una priorità politica.
Se prendiamo il caso della Russia, paese che dispone del maggior numero di armi chimiche, constatiamo che quel Paese non sarà in grado di distruggere le armi chimiche senza un aiuto internazionale. Questo si spiega con l’ampiezza degli stock (40.000 tonnellate di sostanze da combattimento), i costi per l’eliminazione (fino a 10 miliardi di dollari), che la Russia non può assumersi, lo scarso aiuto concesso finora dagli altri paesi e la mancanza d’interesse che in quel paese si accorda alla distruzione di queste armi.
Il fallimento del processo di distruzione delle armi chimiche in Russia priverebbe la convenzione della sua credibilità e porterebbe un duro colpo agli altri trattati internazionali per il disarmo che riguardano armi di distruzione di massa. Queste armi incombono come una spada di Damocle su tutta l’umanità, minacciando la sicurezza e la stabilità internazionale (terrorismo). Il più grosso pericolo immediato è quello di catastrofi che potrebbero colpire i siti d’immagazzinamento in Russia, provocando distruzioni di massa e contaminazioni su larga scala.
Che cosa può fare allora la piccola Svizzera in questo campo? L’eliminazione delle armi chimiche non è soltanto una questione di soldi, ma comporta anche aspetti politici e sociali. La diplomazia svizzera, che da quando la guerra fredda è terminata ha dovuto cercarsi un altro ruolo, potrebbe proporre in questo settore i suoi tradizionali buoni uffici ed assumere così un ruolo di pioniere nei confronti della comunità internazionale.
La mozione accettata dal Consiglio nazionale, dopo che la Camera alta l’aveva già fatta sua all’unanimità, obbliga in Consiglio federale a presentare un messaggio al parlamento sul suo impegno in questo settore. La mozione chiede un concetto politico globale che tenga conto delle esperienze fatte finora e proponga gesti concreti da parte della Svizzera. Azioni concrete sul piano multinazionale, bilaterale, con organizzazioni non governative, con gli specialisti del Laboratorio AC di Thun (istituto che gode oggi di un’ottima reputazione internazionale) e con esperti di economia.
La mozione ha carattere vincolante per il Consiglio federale, che avrebbe preferito la forma più blanda del postulato. Il governo ritiene infatti di fare già parecchio in questo settore, dal momento che il disarmo chimico costituisce una delle priorità della sua politica estera.
Di fronte al pericolo che incombe, la maggioranza dei parlamentari ha però rifiutato queste esitazioni ed ha anche spazzato via le obiezioni miopi della destra nazionalista, che non vuole “pagare con i soldi del contribuente” gli eccessi passati della corsa agli armamenti. Le somme da stanziare per questo impegno ammonterebbero, secondo la mozione, a circa 50 milioni di franchi suddivisi sull’arco di dieci anni.
Non si tratta di pagare la fattura di spese che non abbiamo fatto noi, ha precisato il deputato evangelico Walter Donzé. “Con il suo esempio e le sue conoscenze, la Svizzera può ottimamente profilarsi a livello internazionale. In questo settore abbiamo già una posizione leader. Da questa posizione privilegiata si tratta ora di andare avanti.”
Mariano Masserini
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