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Il caso di Emin Huseynov e la Svizzera


Azerbaigian: “Chi critica, viene costretto al silenzio”




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L'oppositore al regime azero Emin Huseynov ha potuto raggiungere la Svizzera questa fine settimana, dopo essersi rifugiato per quasi un anno nell'ambasciata elvetica a Baku. (IRFS)

L'oppositore al regime azero Emin Huseynov ha potuto raggiungere la Svizzera questa fine settimana, dopo essersi rifugiato per quasi un anno nell'ambasciata elvetica a Baku.

(IRFS)

Per far tacere le voci critiche s’impiegano non di rado metodi pesanti in Azerbaigian. Lo dimostra il caso dell’oppositore Emin Huseynov, rifugiatosi dall’agosto dell’anno scorso nell’ambasciata elvetica e fuggito in Svizzera questa fine settimana. Anche Amnesty International e le Ong svizzere non sono apprezzate nella repubblica caucasica. 

In Azerbaijan ha luogo attualmente la prima edizione dei Giochi europei, organizzati dal Comitato olimpico internazionale. In margine a questo evento si sono riaccese le critiche internazionali nei confronti del regime autoritario del presidente Ilham Aliyev. Giovedì scorso, un giorno prima dell’apertura della manifestazione sportiva, le autorità hanno vietato l’ingresso nel paese ai rappresentanti di Amnesty International (AI), che intendevano pubblicare a Baku il loro rapporto sulla situazione dei diritti umani in Azerbaigian. 

Ciò non ha comunque impedito all’organizzazione che si batte in difesa dei diritti umani di diffondere a livello internazionale il suo documento, intitolato "I Giochi della repressione. Le voci che non sentirete ai primi Giochi europei". Vi denuncia i metodi repressivi utilizzati nel paese caucasico, dove sono state fatte tacere quasi tutte le voci indipendenti della società civile. Gli oppositori che non si trovano in carcere, sono fuggiti all’estero o preferiscono tacere per evitare rappresaglie, sostiene AI. 

Svizzera – Azerbaigian 

L’Azerbaigian rappresenta il partner economico più importante della Svizzera nella regione del Caucaso. Le esportazioni elvetiche sono costituite principalmente da gioielli, macchine, orologi e prodotti farmaceutici. Diverse aziende elvetiche sono inoltre attive in Azerbaigian. 

L’azienda Axpo partecipa alla costruzione della Trans Adriatic Pipeline (TAP), che entro alcuni anni dovrebbe permettere di trasportare gas dall’Azerbaigian verso l’Italia, attraverso Georgia, Turchia, Grecia e Albania. 

In Svizzera è tra l’altro attiva la compagnia petrolifera azera SOCAR, che nel 2012 ha ripreso la rete di stazioni di rifornimento di carburanti della società ESSO. 

Caso eccezionale

Tra coloro che sono finiti nel mirino delle autorità azere vi è anche Emin Huseynov, noto oppositore al regime e direttore dell’Istituto per la libertà di stampa. Accusato di aver evaso il fisco, dieci mesi fa il 35enne azero si era rifugiato nell’ambasciata svizzera a Baku per sfuggire agli arresti. Sabato scorso, dopo intensi sforzi di mediazione per risolvere questo caso eccezionale, Huseynov ha potuto trasferirsi in Svizzera, accompagnato da Didier Burkhalter. 

Secondo il ministro elvetico degli affari esteri, che si era recato a Baku per l’apertura dei Giochi europei, la partenza di Huseynov ha fatto seguito a difficili discussioni iniziali e grandi tensioni. “Ho conosciuto personalmente il presidente Aliyev l’anno scorso. Dopo diverse discussioni siamo giunti alla conclusione che la cosa migliore era che Huseynov potesse lasciare l’Azerbaigian”, ha dichiarato Burkhalter alla radio RTS. 

La situazione dell’oppositore era alquanto precaria, come dimostra un verdetto della Corte europea dei diritti umani del maggio scorso. La Corte ha condannato l’Azerbaigian, membro dal 2001 del Consiglio d’Europa, per violazione di diverse garanzie della Convenzione europea dei diritti umani ai danni di Huseynov. Arrestato nel 2008 durante una riunione pacifica in un bar, l’oppositore era stato trattenuto arbitrariamente e maltrattato dagli agenti di polizia. 

Rallegrandosi per la partenza di Huseynov, Alain Bovard, giurista presso AI, ricorda che la sua organizzazione ha documentato i casi di un’altra ventina di persone imprigionate per ragioni politiche. “Vogliamo che anche queste persone possano ritrovare la libertà”. 

Il rappresentante di AI non è al corrente delle ragioni che hanno portato le autorità azere a lasciar partire Huseynov. “AI aveva chiesto di visitare l’oppositore presso l’ambasciata svizzera, ma il permesso è stato negato per ragioni sconosciute. La sua situazione era diventata insostenibile. Non so però come si è giunti alla sua partenza … e non voglio neppure saperlo”. 

Bovard intente contattare prossimamente Huseynov, tramite il Dipartimento federale degli affari esteri, per conoscere i suoi piani. “Deve riflettere bene, se vuole inoltrare una domanda di asilo in Svizzera. Forse preferisce ritornare a casa, sperando di poter fare di più nel suo paese”. 

Ong non desiderate 

Nel paese caucasico, dotato di grandi riserve di petrolio e di gas nel Mar Caspio, non è facile operare neppure per le organizzazioni non governative (Ong). Soprattutto per quelle locali, rileva Bovard: “La situazione è terribile. Chi esprime una critica, rischia una denuncia e viene messo a tacere”. Alcune Ong provenienti da altri paesi, come Oxfam o World Vision, sono state costrette ad abbandonare le loro attività in Azerbaigian. 

L’Aiuto protestante svizzero (HEKS/EPER) aveva già dovuto ritirare tempo fa parte del suo personale, trasferendolo in Georgia. Ora, in un comunicato pubblicato il 15 giugno, l’ong elvetica ha annunciato di aver chiuso tutti i suoi uffici in Azerbaigian e abbandonato ogni progetto. 

Helvetistan

La Svizzera presiede un gruppo di voto in seno al Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, che comprende Polonia, Serbia, Uzbekistan, Turkmenistan, Azerbaigian, Kirghizistan e Tagikistan. 

Grazie alla costituzione di questo gruppo, soprannominato non ufficialmente “Helvetistan”, la Svizzera occupa uno dei 24 seggi nei consigli d'amministrazione del FMI e della Banca mondiale ed è rappresentata nei loro comitati ministeriali. In tal modo può partecipare attivamente nelle due istituzioni e determinarne il corso.

“Per ragioni a noi non note, le autorità azere hanno deciso di non prolungare la registrazione del nostro ufficio locale di coordinamento, impedendo quindi ogni attività sul posto. Già alla fine del 2014, la realizzazione dei progetti era diventata difficile, dato che le autorità non avevano più accordato i permessi necessari alla nostra Ong e ai suoi partner locali”, indica il comunicato. HEKS/EPER era attiva dal 2004 nelle regioni rurali del paese, dove si occupava della produzione e della vendita di prodotti agricoli, come pure della formazione dei piccoli contadini. 

Rotte le relazioni con l’OSCE 

Stessa sorte è toccata anche all’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), di cui l’Azerbaigian fa parte dal 1992. All’inizio di giugno, i suoi delegati hanno ricevuto l’ordine di chiudere entro un mese l’ufficio di Baku. L’OSCE aveva preso in esame tra l’altro il conflitto tra l’Azerbaigian e l’Armenia per la contesa regione del Nagorno-Karabakh, rimasto irrisolto dalla dissoluzione dell’Unione sovietica nel 1991. Sollecitata da swissinfo.ch, la sede centrale dell’OSCE a Vienna non ha voluto far sapere in che modo intende reagire a questo ultimatum. 

Anche il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) ha reagito con toni vaghi all’annuncio della chiusura degli uffici dell’OSCE a Baku. Quest’anno la Svizzera non ha più la presidenza dell’organizzazione, compito assunto dalla Serbia. “La Svizzera è chiaramente a disposizione per sostenere gli sforzi dell’organizzazione e della sua presidenza nell’ambito di questo dossier”, indica il DFAE. 

La situazione dei diritti fondamentali e dei diritti umani in Azerbaigian rimane però problematica, come mostra anche la graduatoria relativa al rispetto della libertà di stampa in ogni paese, stilata da Reporter senza frontiere. L’Azerbaigian vi figura al 162esimo rango su 180 paesi presi in considerazione. La repubblica caucasica si trova al 126esimo posto (su 175) nella classifica dei paesi più corrotti elaborata da Transparency International. 


Traduzione di Armando Mombelli, swissinfo.ch

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