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Siccità nelle foreste svizzere: “Un faggio non può trasformarsi in un cactus”

faggio
Il faggio è l'albero a foglie caduche più diffuso in Svizzera. Keystone / Christian Beutler

La siccità eccezionale di quest’anno comporta danni irreversibili per le foreste svizzere. Non è però soltanto la mancanza di precipitazioni a compromettere la salute degli alberi.

Alberi dalle chiome ingiallite già a metà luglio, quando la vegetazione dovrebbe essere verde e rigogliosa: l’immagine che offrono le foreste svizzere nel pieno dell’estate è insolita anche per chi le studia da decenni. “Sapevo che questo scenario si sarebbe prima o poi verificato. Ma non pensavo che accadesse già quest’anno e con un’intensità così marcata”, dice a Swissinfo Ansgar Kahmen, professore di ecologia fisiologica delle piante all’Università di Basilea.

L’essicamento e la caduta anticipata delle foglie non rappresentano un semplice meccanismo di difesa temporanea alla mancanza di acqua. Sono il segnale di danni profondi e irreversibili ai tessuti degli alberi, spiega Kahmen.

Per il ricercatore, il 2026 rappresenta un punto di svolta per le foreste svizzere. “L’entità dei danni è tale da farci ritenere che molti degli alberi che hanno già perso il fogliame moriranno nell’immediato o nei prossimi anni”, afferma.

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La crescente mortalità degli alberi favorita da condizioni climatiche sempre più calde e aride potrebbe compromettere la funzione protettiva dei boschi alpini contro valanghe, frane e altri pericoli naturali. Riduce anche la capacità della foresta di assorbire l’anidride carbonica (CO2), un potente gas a effetto serra, e contrastare il cambiamento climatico. Lo stress idrico rende inoltre gli alberi più vulnerabili all’attacco di parassiti e alle malattie.

Le foreste svizzere non scompariranno, sottolinea Kahmen. “Ma i boschi con cui siamo cresciuti, che hanno un forte valore affettivo per la popolazione svizzera e dell’Europa centrale, non esisteranno più”.

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Nessun germoglio nei faggi colpiti dalla siccità

L’estate di quest’anno ricorda quella del 2018, quando circa il 5% delle superfici boschive di faggi in Svizzera aveva subito un ingiallimento prematuro. Molti esperti ed esperte di ecologia forestale avevano ipotizzato che gli alberi stessero anticipando la cosiddetta senescenza fogliare, ovvero il naturale processo di deperimento delle foglie tipico dell’autunno.

Tuttavia, nella primavera seguente molti faggi non sono riusciti a sviluppare nuove gemme, segno che avevano subito danni gravi e duraturi, come confermato anche da un recente studioCollegamento esterno dell’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (WSL).

La siccità colpisce in particolare il meristema, il tessuto da cui l’albero genera nuove foglie e germogli, spiega Ansgar Kahmen. Ricerche condotte in Svizzera, compresa quella di Kahmen in un bosco sperimentaleCollegamento esterno nel cantone di Basilea Campagna, indicano che molti alberi, e soprattutto i faggi, hanno difficoltà a riprendersi dopo questi episodi di stress idrico.

Da un lato, afferma Kahmen, è stato sorprendente constatare quanto alcune specie arboree presenti in Svizzera siano vulnerabili. Dall’altro, però, tutto è riconducibile a un fattore molto semplice: l’accesso all’acqua. Gli alberi che dispongono di radici sufficientemente profonde da raggiungere gli strati di suolo ancora umidi, oppure più estese, sono quelli che resistono meglio alla siccità, spiega l’esperto.

foresta di faggi in cui alcuni alberi hanno foglie ingiallite
Alcuni alberi di questa foresta di faggi nel canton Giura presentano un ingiallimento precoce delle foglie, 29 luglio 2026. Keystone / Jean-Christophe Bott

La “sete dell’aria” sottrae acqua dalle piante

Nel periodo 2018-2022, il numero di alberi morti e danneggiati è aumentato in Svizzera, con un incremento di circa il 50% in alcune regioni, secondoCollegamento esterno l’Inventario forestale nazionale. La mortalità nel 2018 è stata superiore a quella registrata durante la cosiddetta “estate canicolare del secolo” del 2003.

Il susseguirsi di episodi di siccità estrema negli ultimi anni ha favorito la mortalità nelle foreste svizzere. La scarsità di precipitazioni in estate o la ridotta disponibilità di acqua nel suolo non sono però l’unica spiegazione.

Ansgar Kahmen richiama l’attenzione su un altro fattore: la “sete dell’aria” o, nel linguaggio scientifico, il deficit di pressione di vapore (VPD). Con l’aumento delle temperature, l’aria può contenere quantità maggiori di vapore acqueo e diventa quindi più “assetata” di umidità. Di conseguenza, sottrae più acqua dalle foglie e dal suolo.

Queste condizioni mettono le piante in una situazione difficile. Devono mantenere aperti i pori microscopici presenti sulla superficie delle foglie, chiamati stomi, per assorbire il CO₂ necessario alla fotosintesi e alla crescita. Ma in condizioni così aride, le piante devono anche chiudere gli stomi per limitare la perdita d’acqua.

“Per ogni molecola di CO2 assorbita, la pianta perde un migliaio di molecole di acqua”, spiega Kahmen.

Il VPD cresce in modo esponenziale con la temperatura. Quando durante un’ondata di caldo la temperatura dell’aria sale da 25°C a 35°C (incremento del 40%), il VPD aumenta dell’80%. Secondo uno studioCollegamento esterno del WSL, negli ultimi quattro secoli l’atmosfera in Europa non è mai stata così secca come oggi.

“Penso che la diminuzione dell’umidità atmosferica abbia effetti sulla vegetazione ancora più rilevanti dell’aumento delle temperature, anche se i due fenomeni sono collegati”, afferma Kahmen. A parità di precipitazioni, sostiene, gli ecosistemi si seccano oggi molto più rapidamente rispetto a venti o trent’anni fa, dice.

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Quali alberi nelle foreste del futuro?

Gli alberi possiedono una certa capacità di adattamento e, soprattutto quelli più giovani, sono in grado di modificare il proprio funzionamento o la propria morfologia quando l’acqua è scarsa, spiega Kahmen. Possono ad esempio sviluppare radici più profonde o ridurre la loro chioma.

“Ma ci sono dei limiti strutturali: un faggio non può trasformarsi in cactus”, afferma.

Raggiunti questi limiti, la composizione di specie arboree di una foresta inizia a cambiare. In Svizzera, il faggio e l’abete rosso sono tra gli alberi che risentono maggiormente dell’aumento delle temperature e della frequenza delle siccità. Più resilienti sono invece il rovere, un tipo di quercia, il frassino e il ciavardello.

Tuttavia, anche le specie autoctone di quercia che tollerano meglio le temperature attuali raggiungono i propri limiti, osserva l’esperto. “Dobbiamo considerare la possibilità di introdurre specie submediterranee o addirittura mediterranee”.

La sfida è individuare quali specie siano adatte al clima di domani. Non è affatto semplice, secondo Kahmen, perché ciò implica prendere decisioni al di fuori dell’esperienza maturata finora. Inoltre, l’introduzione di specie non autoctone rischia di entrare in conflitto con gli obiettivi di tutela della natura, orientata per definizione a conservare gli ecosistemi esistenti.

Per Kahmen, sarà fondamentale avere foreste il più possibile diversificate. Quanto maggiore è il numero di specie presenti, tanto più elevate sono le probabilità che almeno una parte di esse si adatti alle future condizioni climatiche, dove eventi come la siccità del 2026 rischiano di diventare la norma.

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A cura di Gabe Bullard / VdV

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