Afghanistan, una società tra fratture e ricomposizione

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I bombardamenti anglo-americani sull'Afghanistan colpiscono un Paese devastato da decenni di guerra e alle prese con una società multietnica.. L'opinione dell'etnologo svizzero, specialista dell'Afghanistan, Pierre Centlivres.

Questo contenuto è stato pubblicato il 15 ottobre 2001 - 15:41

L'Afghanistan è destinato a diventare per sempre uno spazio di miseria, di macerie e di guerra? Perché un conflitto così lungo, perché tanti sforzi di pace, svaniti nel nulla? La crisi è così complessa e profonda che la situazione attuale sembra irrisolvibile e senza spiegazione. Per vederci più chiaro è quindi utile conoscere la storia e la configurazione politica, sociale ed ideologica di questo Paese.

Il regno d'Afghanistan, fondato attorno alla dinastia pashtun durrani nel 18esimo secolo, venne neutralizzato nel corso del 19esimo secolo dalla volontà dell'Impero britannico e dalla Russia imperiale . Divenne uno Stato-tampone alle frontiere imposte dai potenti vicini, bloccato nelle sue ambizioni territoriali. Questa situazione d'isolamento contribuì a ritardarne lo sviluppo, mentre l'élite religiosa si chiudeva in un'attitudine conservatrice.

Concezioni diverse del mondo e della società

La complessità del problema afghano non è legata solo alla presenza di una moltitudine di tribù e gruppi etnici, che parlano una trentina di lingue diverse ma anche a fratture ideologiche e culturali fra concezioni diverse del mondo e della società. Una concezione si basa sui valori tribali, sull'autonomia dell'individuo e la frammentazione del tessuto sociale. Una mira invece a centralizzare il potere e a costruire uno Stato-nazione, aspirazione incarnata a lungo dalla monarchia afghana. Un'altra ancora, che impregna tutta la società afghana, è quella sopranazionale dell'Islam, sia praticato nella sua forma tradizionale, sia inteso come ritorno alla fonte, sia riformulato nel messaggio rivoluzionario.

Ogni rivoluzione porta una parvenza di soluzione a queste contraddizioni. I taliban, anche se di origine tribale, affermano, attraverso il mullah Omar, il "comandante dei credenti", di voler andare oltre il codice tribale afghano per ristabilire la pura legge islamica. La loro ambizione dichiarata è pure quella di controllare tutto il territorio nazionale.

Il mullah Omar, pur nella sua unicità, fa pensare ad altri mullah del 19esimo e 20esimo secolo, i "mad mullahs", come li chiamavano a torto i britannici - non erano infatti così pazzi - leaders carismatici che riunivano, nel nome dell'Islam, le tribù divise, aizzandole contro l'oppressore, almeno per un certo tempo.

Tuttavia, il movimento taliban e il suo capo rappresentano un fenomeno nuovo, a livello nazionale, addirittura regionale, con un ambizioso programma di rigore e di purificazione. Di recente, sotto l'influenza della cerchia di Bin Laden, il programma dei mullah si è radicalizzato, assumendo una dimensione internazionale e anti-occidentale.

Nell'attuale crisi, l'ipotesi di un ritorno di Zaher Shah sembra una soluzione accettabile. Evoca un altro Afghanistan, limitato alle sue frontiere nazionali, dotato di un regime parlamentare che, per il tramite dell'ex sovrano, riunisca in una confederazione le varie correnti e fazioni. In effetti, nessuna soluzione è duratura se non viene riconosciuto il ruolo della maggioranza pashtun. Per gli altri gruppi etnici, la cui identità si è affermata nel corso del conflitto, un'egemonia pashtun illimitata, sarebbe accettabile? Indipendentemente dalla formula scelta, i divari all'interno della società afghana non mancheranno di manifestarsi.

Pierre Centlivres

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