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Accordi di doppia imposizione troppo unilaterali?

La Svizzera ha concluso un accordo di doppia imposizione solo con un quarto dei paesi considerati in via di sviluppo. AFP

La politica fiscale svizzera penalizza severamente i paesi in via di sviluppo: è quanto rivela un nuovo studio pubblicato dall’università di Berna. Ma gli esperti della Confederazione, che hanno commissionato il rapporto, ne contestano alcune conclusioni.

In seguito alle crescenti pressioni dall’estero, nel marzo 2009 il Consiglio federale (governo svizzero) ha deciso di allentare la legislazione sul segreto bancario e di riprendere gli standard dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sull’assistenza amministrativa in materia fiscale. Da allora, la Svizzera ha rinegoziato le convenzioni di doppia imposizione (CDI) con 42 paesi, includendo le norme internazionali sullo scambio di informazioni.

Di questi nuovi accordi, pochi sono però stati conclusi con i paesi in via di sviluppo, che si vedono così sottrarre ogni anno miliardi d’entrate fiscali. Nel 2011, l’OCSE stimava queste perdite ad almeno 763 miliardi di franchi annui. Una somma che è in parte legata alla frode, ma pure a pratiche perfettamente legali, anche se moralmente discutibili, di ottimizzazione fiscale.

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A gennaio, un gruppo di ricercatori del World Trade Institute dell’università di Berna ha pubblicato un nuovo rapporto critico sulla politica svizzera in materia fiscale e parla di una situazione in “chiaroscuro”. La Svizzera ha sottoscritto convenzioni di doppia imposizione soltanto con un quarto dei 134 paesi considerati in via di sviluppo o emergenti. E di questi, solo quattro – India, Messico, Uruguay e Corea del Sud – hanno adottato gli standard dell’OCSE. In altre parole, la stragrande maggioranza di questi paesi ottiene ben poche informazioni sul patrimonio sotto gestione in Svizzera, anche quando le richiedono espressamente.

I ricercatori sottolineano che queste nuove convenzioni sono « il risultato di una trattativa tra partner più forti e più deboli e tendono ad avvantaggiare la Svizzera».

«È importante avere accordi fiscali ed è importante che siano equilibrati. Le convenzioni attuali non sono così equilibrate come dovrebbero», afferma Elizabeth Bürgi, esperta di diritto e questioni fiscali all’istituto bernese e coautrice dello studio.

Una conferma per le ONG

Per le organizzazioni non governative, lo studio giunge come una conferma. Da anni, infatti, queste accusano la Svizzera di far pressione sui paesi più poveri affinché abbassino le imposte a carico delle imprese elvetiche, in cambio di una più ampia collaborazione per scovare le fughe di capitali.

«I paesi in via di sviluppo sono esclusi dalla nuova strategia elvetica per una maggiore trasparenza fiscale. Se vogliono rivedere o sottoscrivere un nuovo trattato con la Svizzera, devono essere disposti ad affrontare lunghe e faticose negoziazioni e  fare importanti concessioni per quanto riguarda il regime fiscale imposto agli investitori elvetici», spiega Mark Herkenrath, specialista fiscale presso l’ONG Alliance Sud.

Ciò che Berna chiede ai suoi partner è la diminuzione o la soppressione delle imposte alla fonte percepite sulle entrate derivanti dai diritti di licenza e degli interessi praticati dalle multinazionali svizzere per trasferire i loro introiti nelle rispettive sedi sociali in Svizzera.

Non esiste alcun criterio universale per determinare se un paese può essere considerato “sviluppato” o “in via di sviluppo”.

Nel 2012, la Confederazione censiva 37 paesi in via di sviluppo, secondo la definizione stabilita nell’Ordinanza relativa alle aliquote di dazio preferenziali a favore dei paesi in via di sviluppo.

Lo studio dell’università di Berna riprende le classificazioni della Conferenza dell’ONU sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD), seguite anche dall’Organizzazione mondiale del commercio. Stando all’UNCTAD, nella pratica comune sono considerati come “sviluppati” i seguenti paesi:

– Asia: Israele e Giappone;

– America del Nord: Bermuda, Canada, Groenlandia, Stati Uniti e l’arcipelago Saint-Pierre e Miquelon;

– Oceania: Australia e Nuova Zelanda

– Europa

I paesi in transizione stanno passando da un sistema centralizzato a un’economia di mercato.

I paesi che non rientrano in nessuna delle due categorie sono considerati in via di sviluppo.

Una strategia unilaterale

Il rapporto del World Trade Institute sottolinea che «la Svizzera e altri paesi dell’OCSE stanno portando avanti una strategia unilaterale per imporre ai paesi in via di sviluppo bassi regimi fiscali in modo da creare condizioni quadro favorevoli agli investimenti stranieri».

In particolare, alcune multinazionali attive nel commercio di materie prime sono state accusate a più riprese da gruppi di pressione di aver utilizzato dei sotterfugi contabili per sottrarre entrate fiscali ai paesi poveri dove vengono estratte queste ricchezze naturali.

Alcune multinazionali basano parte delle loro attività amministrative, come i diritti di licenza, in Svizzera e fatturano i loro servizi alle filiali. Ciò permette di diminuire in tutta legalità il fatturato dichiarato dalla filiale e dunque l’importo delle tasse pagate. Per impedire una fuga di capitali, gli Stati impongono un’imposta alla fonte su questi pagamenti. Dunque se la Svizzera riduce le imposte alla fonte, ciò ha delle conseguenze dirette sui paesi in via di sviluppo, spiegano le ONG.

Elizabeth Bürgi cita l’esempio del Messico che ha accettato un tasso del 7,5% contro il 12,5% previsto in Perù. Più estremo il caso della Georgia, dove l’accordo di doppia imposizione con la Svizzera libera le imprese elvetiche dal pagamento di un’imposta alla fonte. «Questi paesi hanno dovuto accettare il principio delle entrate “zero” per poter beneficiare dello scambio di informazioni», afferma Elizabeth Bürgi.

Né sorprendente, né concludente

Il Dipartimento svizzero degli affari esteri (DFAE), che ha commissionato lo studio all’istituto bernese, ha indicato che i risultati non l’hanno sorpreso e che sono conformi a quelli messi in evidenza da ricerche simili condotte altrove, come nei Paesi Bassi.

Lo scorso agosto, il governo olandese aveva deciso di offrire a una ventina di paesi in via di sviluppo la possibilità di rinegoziare gli accordi di doppia imposizione per impedire alle multinazionali di evadere il fisco. E questo dopo la pubblicazione di diversi studi critici sul tema.

Da parte sua, il portavoce del DFAE Stefan von Below indica che il rapporto dell’università di Berna non ha fornito alcuna prova formale, ma rappresenta un contributo importante alle discussioni attualmente in corso in Svizzera e all’estero sui flussi finanziari illeciti in provenienza dai paesi in via di sviluppo.

Stefan von Below sostiene che gli accordi di doppia imposizione sono equi, dato che la Confederazione ha puntato su una riduzione delle aliquote fiscali durante i negoziati con tutti gli Stati. Per quanto riguarda il numero limitato di accordi siglati con i paesi in via di sviluppo, von Below precisa che è dovuto al volume modesto delle attività economiche in relazione alla Svizzera. Ciò nonostante, prosegue il portavoce, la Convenzione multilaterale dell’OCSE sulla reciproca assistenza amministrativa in materia fiscale, firmata dalla Svizzera nell’ottobre del 2013, permetterà di aggiungere una ventina di paesi in via di sviluppo alla lista elvetica.

Errori

Pascal Duss, esperto di questioni fiscali bilaterali alla Segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali, guarda con occhio più critico ai risultati dello studio che dal suo punto di vista contiene diversi errori.

«Dicono che gli accordi sono “il risultato di una trattativa tra partner più forti e più deboli e tendono ad avvantaggiare la Svizzera”. Non è assolutamente il caso».

L’esperto aggiunge che la Svizzera ha firmato accordi di doppia imposizione solo con quei paesi in via di sviluppo coi quali ha un certo livello di scambi economici. Duss ritiene inoltre irrealista pretendere un trattamento equivalente tra tutti i pesi, perché gli accordi di doppia imposizione creano una specie di «ponte» tra i regimi fiscali di due paesi e non  sono «mai identici». «Gli autori dello studio saranno anche dei bravi avvocati, ma non sono certo dei fiscalisti. Molte delle loro idee sono davvero utopiche».

(Traduzione dall’inglese)

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