Democrazia diretta

Cinquanta sfumature di democrazia: si può misurare il potere del popolo?

Confrontare Paesi è diventato uno sport popolare in tutto il mondo, con indici annuali che classificano tutto, dalla felicità alla salute. Anche i sistemi politici sono sempre più misurati. Ma possiamo davvero dire chi ha la "migliore" democrazia?

Questo contenuto è stato pubblicato il 14 luglio 2020 - 09:42
Philip Schaufelberger (Illustrazione)

"Non tutto ciò che può essere contato conta, e non tutto ciò che conta può essere contato". Albert Einstein

La Svizzera è una "democrazia in declino", indica l'istituto di ricerca Freedom House, con sede a Washington, nel suo rapporto del 2020. Ecco il motivo di questa valutazione critica: "Il diritto di voto per gran parte della popolazione è limitato e i musulmani sono confrontati con discriminazioni legali e di fatto".

Simile è il giudizio del britannico Economist Intelligence Unit, un altro noto gruppo di classificazione della democrazia, ma per un motivo diverso: la "bassa affluenza alle urne". In tutto il mondo, intanto, i ricercatori del gruppo londinese – che valutano 60 criteri diversi, dal funzionamento del governo alle libertà civili – osservano che la tanto proclamata flessione della democrazia globale quest'anno si è fermata, a seguito di una maggiore partecipazione politica.

Per un Paese come la Svizzera, che ha vissuto la prima rivoluzione democratica di successo in Europa nel 1848 e che per lungo tempo è stata un'isola liberale in un continente monarchico, queste note critiche dei ricercatori internazionali possono essere un sano campanello d'allarme, afferma Roger de Weck, autore e giornalista che all'inizio di quest'anno ha pubblicato un libro in cui illustra 12 proposte per rendere la democrazia svizzera più democratica.

Ovviamente, la Svizzera non è l'unica ad aver bisogno di un check-up democratico, soprattutto da quando la pandemia di Covid-19 ha lanciato l'ultima sfida alle società libere. Ma come si può fare un controllo dello "stato di salute" democratico in modo equo e trasparente?

David Altman, professore di scienze politiche alla Pontificia Università Cattolica del Cile e autore del libro "Cittadinanza e democrazia diretta contemporanea", pubblicato nel 2019, ha seguito per molti anni gli sforzi per misurare la democrazia: "Stiamo assistendo a un ritorno alla competenza scientifica e alle valutazioni basate sull'evidenza", dice il politologo, che è anche uno degli architetti del progetto di ricerca Varieties of Democracy (V-Dem), il più grande sforzo di raccolta dati al mondo che mira a concettualizzare e misurare la democrazia.

V-Dem, che ha sede presso l'Università di Göteborg in Svezia, offre un nuovo approccio al mondo della misurazione della democrazia: "Impieghiamo 170 coordinatori nazionali e 3'000 esperti, che compilano e confrontano più di 350 diversi indicatori", afferma Anna Lührmann, vicedirettrice dell'istituto. E a differenza di progetti simili, le loro statistiche sono accessibili al pubblico. "Il nostro set di dati è trasparente e aperto a tutti. Ognuno li può utilizzare come 'mattoncini Lego' per costruire le proprie ricerche o analisi", aggiunge. In effetti, il set di dati aperti di V-Dem è ora utilizzato da una rete crescente di organizzazioni internazionali come la Banca Mondiale, la Comunità delle Democrazie e IDEA Internazionale.

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Misure imparziali?

Non sorprende che per un argomento sensibile – e taluni direbbero soggettivo – come la democrazia, le classifiche non sfuggano alle critiche.

"Ci sono due problemi con la maggior parte delle classifiche della democrazia", dice Matt Qvortrup, professore di scienze politiche e relazioni internazionali alla Coventry University. "In primo luogo, i loro dati grezzi non sono disponibili per il pubblico; in secondo luogo, i loro indicatori sono orientati verso le forme tradizionali di governo rappresentativo".

Come conseguenza di tale propensione, le forme più recenti di democrazia partecipativa e diretta sono sottovalutate nelle classifiche, cosa che – secondo Qvortrup – penalizza Paesi come la Svizzera, l'Uruguay, Taiwan o anche la Germania e gli Stati Uniti (a livello regionale e locale). Il livello di "partecipazione" in alcune classifiche, invece, deriva semplicemente da alcuni criteri come l'affluenza alle elezioni o l'adesione ai sindacati. E di conseguenza, la Norvegia – pur non avendo il diritto di referendum nella sua Costituzione – è regolarmente etichettata dall'Economist come il Paese più partecipativo del mondo.

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Nonostante i limiti e le sfide legate alla concettualizzazione e alla misurazione del potere dei cittadini in tutto il mondo, i risultati di tali valutazioni sono importanti.

"Miliardi di dollari e di euro vengono spesi ogni anno per promuovere la democrazia sia all'interno che all'estero", dice Anna Lührmann di V-Dem. "Questi investimenti dipendono dai giudizi sullo stato attuale e sulle prospettive future di un Paese". Per questo motivo abbiamo bisogno di modi adeguati di misurazione della democrazia".

Nel caso della Svizzera, questo è di fondamentale importanza, poiché sostenere la democrazia in tutto il mondo è un dovere costituzionale.

Che succede, dottore?

Per quanto riguarda la diagnosi: nonostante le differenze e le difficoltà nel misurare le democrazie e le autocrazie nel mondo, la maggior parte delle classifiche oggi concorda sul fatto che "mai prima d'ora così tante persone hanno vissuto in democrazie e al contempo mai prima d'ora il valore della democrazia è stato così contestato", dice Kevin Casas-Zamora di IDEA Internazionale.

A livello mondiale, c'è una chiara tendenza: i Paesi con forti governi rappresentativi basati su regimi maggioritari, come il Regno Unito o l'Ungheria, stanno retrocedendo nelle classifiche, mentre le democrazie rappresentative organizzate in modo più proporzionale (come i Paesi nordici) stanno facendo meglio.

Mentre il mondo nel suo complesso sta vivendo un'ondata di autocratizzazione, più della metà dei Paesi rimangono democrazie. L'attuale terza ondata di autocratizzazione ha però nuove caratteristiche: mentre le prime si sono verificate in Paesi in cui tali tendenze erano già in atto, questa ondata si sta verificando soprattutto nelle democrazie stesse. E mentre prima i regimi autocratici arrivavano al potere attraverso invasioni straniere o colpi di Stato militari, oggi il processo è più sottile e graduale, e spesso camuffato da cambiamenti legali.

Un tipico esempio di un tale sviluppo "legale" verso l'autocrazia è la Russia, dove un plebiscito dall'alto per permettere a Vladimir Putin di rimanere al potere fino al 2036 è stato accelerato all'ombra della pandemia di Covid-19. Pratiche altamente discutibili come questa offrono un contrappunto a quelli che dovrebbero essere gli ingredienti chiave per il funzionamento di una società democratica.

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