Cornelius Koch: "uomini-topi" alla frontiera

Padre Koch ha commemorato l'anno scorso la Festa nazionale svizzera dinnanzi alle canalizzazioni di Como, dove ogni notte decine di profughi cercano rifugio Keystone Archive

Nato nel 1940 in Romania, in una famiglia di rifugiati economici svizzeri. Così padre Cornelius Koch ricorda le sue origini: il padre, tessitore turgoviese, costretto a cercare lavoro all'estero. Oggi, Cornelius Koch è diventato il "padre dei disperati", migliaia di esuli del Sud che si ammassano ogni anno alla frontiera tra Como e Chiasso nel tentativo di raggiungere il Nord dell'Europa, per trovarvi rifugio e lavoro.

Questo contenuto è stato pubblicato il 13 marzo 2001 - 15:33

"Sulzer, Loki, Erb-Garage, Rieter, Töss: ricordo i nomi di tutte le fermate del bus dalla stazione ferroviaria di Winterthur fino a Töss. Vi ho abitato per 6 mesi. Mi trovavo bene." Alban, ragazzo 16enne proveniente dall'Albania, ha dovuto lasciare comunque la Svizzera l'anno scorso. Ora è apprendista fabbro in Italia, nella località di frontiera Como-Ponte Chiasso.

Ancora oggi dice "macchiiina" con la pronuncia sbagliata degli albanesi che imparano l'italiano. Il tedesco lo parla bene. Ma adesso Como è diventata la sua seconda patria e non Winterthur. Un'organizzazione, sostenuta da numerosi volontari svizzeri e italiani, offre la possibilità di seguire un apprendistato a Alban e a 70 altri giovani profughi minorenni, espulsi dalla Svizzera. Meno criminalità giovanile a Como e 70 amicizie per l'Italia, nei cuori di questi giovani per i prossimi 70 anni.

Squilla il mio telefono. Devo recarmi immediatamente dall'altra parte della frontiera: la Croce Rossa di Tavernola mi segnala che la polizia italiana ha fermato una famiglia afgana di 7 persone, respinta alla frontiera svizzera. I carabinieri stanno raccogliendo le loro generalità: impronte digitali, fotografie, documenti.

Attraverso la dogana e passo dinnanzi alla Chiesa di Ponte-Chiasso. Proprio qui, due anni fa, padre Renzo Beretta è stato ucciso da un povero disperato. Durante il viaggio in automobile mi attraversano alcuni pensieri. "Come è possibile che la morte di questo modesto prete di campagna abbia commosso mezza Europa. 5000 persone hanno partecipato al suo funerale nel Duomo di Como, un ministro italiano e 4 cardinali. La sua morte pesava sulla nostra coscienza."

Negli ultimi 30 anni, 10'000 profughi avevano trovato rifugio nella sua parrocchia. Il campanile della chiesa era stato trasformato in un dormitorio. Per i profughi, espulsi da ogni parte, la sua era la prima porta che si apriva. Como è come la cruna di un ago per la gente del Sud che cerca rifugio al Nord. Adesso arrivano anche dall'Afganistan.

Eccomi finalmente di fronte alla "mia" famiglia afgana. Davanti i genitori e dietro, in fila indiana, i 5 bambini. Nei loro volti leggo la disperazione - il lungo viaggio, la frontiera svizzera chiusa e di nuovo la polizia italiana. Offro loro tutti i soldi che mi ritrovo in tasca, 120'000 lire. Rifiutano, come spesso in questi casi, non sono mendicanti. Insisto: "per i bambini, für die Kinder, for the children". Il più piccolo sorride quando gli porgo un minuscolo campanello, che tolgo dal mio portachiavi.

La triste carovana se ne va da qualche parte, il suono del campanello si spegne. Al centro della Croce Rossa di Tavernola non si hanno più avute notizie di loro. Forse sono finiti anche loro nelle fognature di Como, dove dormono centinaia di loro simili, espulsi ovunque. "Uomini-topi", come vengono chiamati da queste parti.

Cornelius Koch

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