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Amore, morte e sopravvivenza in Inghilterra e in Iran

"Delbaran". Abolfazl Jalili

Tre uomini legati in vario modo ad un defunto vivono le loro piccole speranze e illusioni in una cittadina balneare inglese. Un bambino afgano fuggito in Iran vive precariamente aiutando un'anziana coppia che gestisce una stazione di servizio nel deserto. Sono le vicende narrate rispettivamente in "The lawless heart" e "Delbaran", film in concorso al Festival di Locarno.

The lawless heart

Dan, Nick e Tim, rispettivamente cognato, amante e amico di Stuart si ritrovano al suo funerale. La morte di Stuart spinge i tre a ridefinire le proprie esistenze e a ripensare i propri legami affettivi.

Dan incontra al funerale un’avvenente signora francese, da cui è tentato. Vorrebbe evadere da un matrimonio che sopravvive per inerzia, ma non sa decidersi ad agire, subendo gli avvenimenti. Nick poco dopo la morte di Stuart ha una relazione con una ragazza, ma non riesce a dimenticare l’amante defunto e decide infine di lasciare la cittadina per tornare a Londra. Tim giunge nella cittadina il giorno del funerale, dopo aver viaggiato per il mondo per otto anni. Sembra voler rimettere radici, ma la ragazza sui cui ha messo gli occhi scopre di amare ancora un altro.

Storie di poco conto, piccole gioie e piccole desolazioni che Tom Hunsinger e Neil Hunter, autori di “The lawless heart” (il cuore senza legge), raccontano con leggerezza e garbo, evitando capitomboli nel kitsch. Aiutati in questo dalla struttura narrativa dell’opera, fatta di tre episodi in cui i medesimi avvenimenti sono narrati nella prospettiva dei tre protagonisti.

Ciò che ne esce è un’analisi deliziosa e senza enfasi di gruppo di persone, con tutte le loro complessità, le loro insufficienze, le loro imprevedibilità, ma anche con la loro capacità di vivere, nonostante tutto, e qualche volta di amare.

Delbaran

Tutto un altro mondo invece quello di “Delbaran” dell’iraniano Abolfazl Jalili, un film dominato dalla presenza del paesaggio, un deserto sconfinato e affascinante, in cui il protagonista Kaïm corre avanti e indietro.

Kaïm è un ragazzino afgano, orfano di madre e il cui padre combatte contro i talibani. Riesce a fuggire verso l’Iran e viene accolto come un figlio da Khan e Khale, un’anziana coppia che gestisce una sorta di oasi-stazione di servizio nella regione di frontiera. Kaïm in cambio si rende utile con mille commissioni, correndo di qua e di là sulle strade polverose per cercare pezzi di ricambio, provviste, persone.

Il film disegna il ritratto di una piccola comunità, dispersa su vasto territorio ma solidale al suo interno e verso i profughi afgani che giungono numerosi dalla frontiera. Ma un ufficiale di polizia, sempre alla caccia di immigrati clandestini, scopre l’identità di Kaïm e lo arresta. Solo l’intervento di Khale, che ai paragrafi della legge citati dal poliziotto contrappone i dettami della più semplice, ma non mediabile, umanità, riesce a liberarlo.

Ma un’altra minaccia grava sull’esistenza dei protettori di Kaïm. L’apertura di una nuova strada porta il traffico lontano dalla stazione di servizio. Khan allora si reca nel villaggio vicino per compare chiodi da spargere sulla carreggiata. Tornato a casa però muore. Sarà Kaïm, in un ultimo gesto di fedeltà a chi gli ha prestato aiuto, a portare a termine il sabotaggio.

Un film, quello di Abolfazl Jalili, di poche parole, con un montaggio che suggerisce più che raccontare la vicenda. Il filo conduttore è la corsa nel deserto di Kaïm, il suo frenetico tentativo di tenere insieme un mondo precario, ma pur sempre migliore da quello in guerra da cui viene. Una guerra che non si vede mai nel film, ma che rieccheggia in spari lontani, in un filo spinato, in una mano morta che lascia cadere un involto in cui sono custoditi i soldi che Kaïm tenta di mandare alla sorella rimasta in Afganistan.

Il resto sono solo immagini, essenziali e di grande impatto, e persone, che si parlano poco ma si parlano chiaramente.

Andrea Tognina, Locarno

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