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Apre la «Daros Collection» a Zurigo: nuovi spazi espositivi – nuove sfide per l’arte

I locali dell'ex birreria trasformati in spazio espositivo. Daros Collection

Con l'esposizione «Warhol, Polke e Richter: In the Power of Pinting 1» è stata inaugurata venerdì a Zurigo la «Daros Collection», un nuovo spazio museale che occupa oltre mille metri quadri della ex birreria «Löwenbräu». Il progetto è l'ultima di una serie di iniziative private che stanno cambiando profondamente il panorama dei musei in Svizzera.

Il panorama dei musei svizzeri si arricchisce di un nuovo spazio espositivo per l’arte contemporanea. A Zurigo infatti apre i battenti la «Daros Collection», occupando un’ulteriore ala della birreria ormai in disuso della «Löwenbräu». Nello stesso edificio si concentrano dunque ora la collezione Migros, il Museo d’arte contemporanea e diverse gallerie d’arte private.

Con questa apertura si definisce ulteriormente il nuovo carattere dell’ex quartiere industriale della città che, con la chiusura delle fabbriche, ha completamente cambiato la sua identità rivolgendosi al terziario. La curatrice dell’esposizione, Eva Keller, sottolinea l’importanza anche simbolica del luogo che diventa ora «un centro con gli impulsi più significativi nel panorama artistico svizzero».

Dietro al nome Daros si nasconde Thomas Schmidheiny che con questa iniziativa permette al vasto pubblico di accedere ad una selezione della sua collezione privata.


La prima proposta della Daros collega una quarantina di opere di tre artisti di rilievo del ventesimo Secolo. L’americano Andy Warhol (1928-1987), figura centrale della «Pop Art», è presente nella selezione con le sue opere grafiche. A lui sono accostati i suoi contemporanei tedeschi Gerhard Richter e Sigmar Polke.

Questi due autori, come Warhol, si occupano di «disastri collettivi e individuali», in dialogo con una società in movimento. Il primo con una pittura al confine tra immagine della realtà e pittura pura che rifiuta gli schemi della composizione, e il secondo elaborando materiale fotografico e o di recupero in modo decostruttivista, in opposizione ad un consumismo in crescita.


Collezioni private in crescita

Ad aprire la strada anche a questa iniziativa zurighese è l’esperienza fatta da altri collezionisti. Fra i magneti dell’attenzione del pubblico, si contano diverse istituzioni che riescono ad offrire un programma espositivo di livello internazionale captando l’interesse di un pubblico sempre più vasto.

Fra queste il museo Beyeler di Riehen, presso Basilea, la Fondation Gianadda a Martigny o la collezione di Ursula Hauser e Iwan Wirth a San Gallo. In questi casi l’apertura al pubblico delle opere, spesso in edifici commissionati ad architetti di spicco, ha raccolto un considerevole successo. Un museo interamente dedicato a Paul Klee è in fase di realizzazione a Berna. Anche in questo caso le curve del progetto realizzato da Renzo Piano saranno parte del programma, un ulteriore richiamo per un pubblico che con sempre più interesse si riversa anche nei musei.

Grazie ad una ampia attività promozionale e alla attenta pianificazione e coordinazione delle esposizioni questi privati sono riusciti a creare dei veri e propri eventi. In poco tempo la collezione Beyeler di Riehen, presso Basilea, ha tolto il primato ai tre musei delle belle arti pubblici della città renana, registrando oltre 250’000 entrate nel solo 2000. Dietro all’impegno finanziario non indifferente ci stanno anche delle riflessioni economiche rilevanti.

Far conoscere ad un ampio pubblico le opere, soprattutto d’arte contemporanea, è un’operazione finanziaria che contribuisce ad aumentare la notorietà dei singoli artisti e dunque ad aumentare il valore commerciale dell’opera.

Nuovi indirizzi per il collezionismo

I collezionisti privati hanno evidentemente imboccato una nuova strada nella gestione della propria passione per le opere d’arte. Mentre in passato questi sostenevano in maniera discreta le istituzioni pubbliche, oggi preferiscono nuove soluzioni per rendere accessibile le opere raccolte. Questa nuova impostazione è da ricondursi, in parte, al difficile rapporto con le istituzioni classiche dell’arte pubbliche, ormai da secoli depositarie della divulgazione del bello, ma che non sempre riescono a rispondere ai mutamenti di mercato e della richiesta del pubblico.

I musei d’arte, comunali o cantonali, sono spesso legati a fondazioni complesse e necessitano di una legittimazione democratica che impone un ampio dibattito e dunque tempi non indifferenti. Anche la limitatezza dei fondi e degli spazi a loro disposizione si dimostra spesso un elemento frenante per lo sviluppo. Sia Beyeler a Basilea che Hauser e Wirth a San Gallo avevano cercato in un primo tempo una soluzione con i musei delle rispettive città, ma gli ingranaggi istituzionali non sono stati in grado di offrire delle soluzioni soddisfacenti per i donatori.

Dalla frattura con le sedi classiche dell’arte visiva, si è delineata la scelta per istituzioni agili e indipendenti. Nel caso della Daros Collection di Schmidheiny, si tratta di una società anonima che Eva Keller definisce: «La soluzione più agile per una struttura in crescita che da collezione puramente privata cerca adesso il contatto diretto con il pubblico».

Con 10 impiegati e un bilancio annuale di cinque milioni di franchi che prevede un ampio spazio per il marketing e anche una propria soluzione didattica d’accompagnamento ai visitatori, la Daros amministra una fra le più significative collezioni private a livello internazionale.

Fra i commentatori si riscontrano posizioni contrastanti verso la scalata dei privati alla cultura. Da una parte gli scettici mettono in dubbio la possibilità di sopravvivenza a lungo termine per questi nuovi musei e evidenziano l’infausto connubio fra commercio e arte. Altri più ottimisti vedono nell’iniziativa privata semplicemente un arricchimento dell’offerta culturale svizzera.

Daniele Papacella

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