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Bruno Ritter e le voci della montagna

Bruno Ritter e il pendolarismo artistico tra Svizzera e Italia ZVG

Bruno Ritter è noto come pittore «beat» della montagna. Vive in Val Bregaglia, al confine tra la Svizzera e l'Italia. Lo abbiamo incontrato a Milano, durante il vernissage della sua mostra «Voci della montagna».

Bruno Ritter non poteva certo sapere che nel 1951, Julian Beck a Brodway aveva appena fondato, dopo molte difficoltà, il Living Theatre; che Marguerite Yourcenar stava per consegnare al suo editore francese dopo aver pronunciato « La libertà basta volerla » il suo grande capolavoro “Memorie di Adriano”; che sotto le luci di New York, Elia Kazan stava per salire sul “Tram che si chiama desiderio” e che il pittore Enrico Baj sotto le colonne dell’Accademia di Brera, stava per lanciare il Movimento nucleare pittorico. Semplicemente perché era appena nato, sotto la stella dell’arte.

Non è un caso, che durante la sua giovinezza, ha dovuto fare i conti con la beat generation partendo da dove è cresciuto, nei pressi di Sciaffusa. E se lo ha fatto, lo ha fatto solo in nome della pittura.

Ed è sulle ali degli anni verdi che si è spinto in autostop fino a girare tutta l’Europa, saltando come un grillo e inseguendo sempre le facce nascoste tra le tele e la fantasia, nella notte. Fino a fermarsi a Zurigo ad insegnare, per qualche tempo. Come spesso accade ai pittori.


Poi, però, bisogna rimettersi in gioco. E Ritter non ci ha pensato due volte: ha scelto di vivere la pittura a ridosso della natura. Per vivere se stesso, i suoi confini e quelli geografici in Val Bregaglia, che è la via più diretta per salire al passo del Maloja e da lì in Engadina.

Valli di passaggio, dicevamo, per un pendolare che ha scelto una solitudine più tonda, tra lo studio e la casa di Borgonovo, un piccolo paesino dove una sua amica gli affitta la casa vicino alla tomba dell’artista Alberto Giacometti. Abbiamo fatto due passi con lui, chiacchierando animatamente, dopo l’inaugurazione della sua mostra, vicino al Teatro alla Scala di Milano.

swissinfo: Chi sono le sue figure di riferimento nella pittura?

Bruno Ritter: Nel 1968 a Sciaffusa c’era una mostra di Edvard Munch. Quei 150 quadri esposti mi hanno convinto che dovevo seguire la pittura. Già lo sapevo che era la mia vita, ma Munch mi ha dato ancor più convinzione. Poi, con grande ammirazione: Goia, Dürer, Giotto, Kokoschka, Schiele,Boccioni, Hrdlicka, Janssen, etc..

swissinfo: Nella sua vita ha viaggiato molto. Ora si sente più stanziale o si sente più stanziale in movimento?

B.R.: Continuo a viaggiare. In tutti i sensi. Quando ho intrapreso questo lungo viaggio in autostop, sono finito in bettole e in musei, a contatto con i vagabondi, ma anche con personaggi del mondo dell’arte che mi hanno formato. Ho sempre cercato di avere una dimensione personale molto anarchica, senza perdere mai il contatto con la diversità dell’uomo. Le mie riflessioni sono germogliate tra l’alpina Maloja e la vagamente mediterranea Chiavenna.

swissinfo: Lei ha lo studio a Chiavenna, ma vive in un piccolo paese di montagna, in Svizzera. E’ per caso un isolamento volontario?

B.R.: All’inizio, sì. In un certo senso. Anche se la gente fatica a distinguere la differenza tra isolamento ed esclusione. Io non mi sento escluso perché c’è poca gente. Del resto si può essere esclusi anche in una grande città. La mia natura è più vicina a questo contesto e mi piace molto la solitudine mentre dipingo. Non sono radicale negli intenti, mi sento libero di stare in compagnia, se sono disponibile.

swissinfo: Reinhold Messner dice, ” Ho i sentimenti della montagna in testa e per questo le ho ascese.” Lei con la pittura che sentimenti ha verso la montagna per tradurli in immagine?

B.R.: Un mio amico mi dice sempre che in montagna bisogna andare con quattro zampe, con tutto il corpo. La montagna mi fa impressione, è massa, e nello stesso momento è fragile. La fragilità e l’incertezza sono il punto di partenza del mio lavoro: l’incertezza di un paesaggio che cambia, il volto della montagna, le stagioni che si rincorrono, il cielo, le impressioni di luci e di ombre.


swissinfo: Qual’è la sua idea di felicità? È nell’opera ” Al bar” dove ci sono quei calici, che sembrano non svuotarsi mai cosa c’è?

B.R.: La felicità…sono momenti rari della vita. È difficile per tutti trovarla con continuità. La pittura mi aiuta molto. Magari per qualcun’altro può essere una donna. Però penso che in ogni caso tutti abbiano il desiderio di essere capiti. Per i calici che non si svuotano è un po’ come il riuscire a stare soli con noi stessi per guardarci di più. L’anonimità in un bar affollato è visibile, così come gli sguardi distanziati e attenti. A volte la compagnia è fragile. E si vede. Quando non lo è, c’è luce. Ci sono i tagli di luce. E’ un ‘armonia, ma non è di tutti.

swissinfo: Qual è la colonna sonora della sua vita? C’è una poesia, un libro che la rappresenta?

B.R.: Qualche anno fa il grande compositore Beat Furrer mi ha regalato “I cechi“. La sua musica mi travolge. Le frasi sono cantate al contrario, però si sentono e la mia poesia è indovinare. Ogni volta è diverso e cambia con lo stato d’animo. Il libro che mi ha emozionato di più sono le poesie tratte da” Rendiconto” di Dino Carlesi. È un mago.

Ci salutiamo. Bruno Ritter si confonde tra la gente e volta le spalle a Milano. La sua strada è su una vecchia mulattiera con i colori, i volumi, le visioni, le masse. Perchè il senso del viaggio è il viaggio stesso.

Ambra Craighero, swissinfo.ch, Milano

Bruno Ritter nasce nel 1951 a Cham, nel canton Zurigo.

Dopo essersi diplomato alla scuola d’arte di Zurigo, insegna per diversi anni nelle scuole superiori del cantone.

Nel 1982 si trasferisce a Canete, in provincia di Sondrio.

Nell’isolamento del piccolo villaggio, inaugura un percorso di intenso lavoro artistico, intimamente legato alla vita della montagna.

Dal 1994 vive a Borgonovo, in Val Bregaglia, ma porta avanti un pendolarismo artistico tra la Svizzera e l’Italia, dove apre il proprio atelier nella città di Chiavenna.

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