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Donne e Islam, ritratti senza veli

Dal 2004, anche le donne possono votare in Afghanistan

(Alexandra Boulat)

Donne di qui e d’altrove. Storie di dolore, di gioia e di coraggio. Le fotografie di Alexandra Boulat propongono un viaggio alla scoperta di un universo al femminile segnato dalle norme musulmane, per svelarne la forza e condividere una parte del loro destino.

Una giovane iraniana gironzola spensierata in un centro commerciale di Teheran. I capelli racchiusi in un velo azzurro, gli occhi e le labbra leggermente truccate e una cintura che ridisegna discreta le forme del suo corpo.

Nello stesso momento, in Afghanistan, una donna tiene tra le mani una scheda di voto e sorride orgogliosa per questo atto civile che per la prima volta le è stato concesso.

Due donne, due storie e due mondi diversi, raccontati attraverso le immagini di Alexandra Boulat e presentati nel quadro dell'esposizione temporanea «Modeste». Per anni, la fotoreporter francese ha viaggiato in Iran, Iraq, Afghanistan, Giordania, Siria, Gaza e Cisgiordania alla scoperta di storie al femminile, che nella loro ordinaria quotidianità racchiudono una forza e un coraggio sconfinati.

Con questa mostra, il Museo internazionale della Croce rossa ha cercato di spingere il visitatore ad interrogarsi sugli stereotipi legati al mondo musulmano, troppo spesso ridotto alle questioni del velo, dei matrimoni combinati o della violenza domestica.

Un compito non facile di fronte a un quotidiano segnato dalla guerra, dall'incertezza e da cambiamenti politici e sociali che determinano e sconvolgono i ruoli nella società. E ancor meno quando a fotografare è una donna e farlo significa immergersi in un universo di relazioni famigliari segnate da una forte matrice patriarcale.

Modeste, ma battagliere

Simbolo di drammi e di speranze, le fotografie di Alexandra ripercorrono ruoli e statuti femminili, senza tuttavia mettere l'accento sulle origini delle persone ritratte, come un invito a chi le guarda a comprenderne l'essenza andando oltre le peculiarità dei singoli paesi.

Sono vittime di guerra, rifugiate, militanti politiche, ma anche universitarie, presentatrici televisive o semplicemente madri e mogli. «La semplicità della loro condizione, come testimonia il titolo scelto dalla stessa fotoreporter, contrasta con la forza delle battaglie che portano avanti», spiega Sandra Sunier, curatrice dell'esposizione. «Per Alexandra Boulat era fondamentale far capire che queste donne non sono di per sé vulnerabili, sottomesse o inermi. Al contrario, a volte dimostrano un coraggio inaudito e fanno sentire la loro voce anche se attraverso canali difficili da comprendere».

È il caso di Shamina, che a soli 25 anni si è cosparsa di benzina e si è data fuoco per sfuggire alla violenza e ai soprusi della famiglia del proprio marito. Il suo dolore trapela dall’immagine di Alexandra Boulat che la ritrae nel reparto di grandi ustionati di Herat, nel nordovest dell'Afghanistan, dove è stata ricoverata d'urgenza. Stesa sul letto, gli occhi socchiusi e il corpo ricoperto da un velo bianco per proteggerlo dagli insetti, Shamina attende soltanto la fine delle sue sofferenze.

Vittime, combattenti o promotrici di pace

«La guerra e la violenza toccano indistintamente uomini, donne e bambini, ma ognuno in modo diverso. Non si tratta quindi di decidere chi sia più vulnerabile, ma in quali condizioni una persona lo diventa. Le donne possono essere vittime, combattenti o promotrici di pace. Sono spinte ad ingegnarsi per tirare avanti, ad assumere ruoli poco famigliari e magari anche ad arruolarsi in difesa dei propri ideali», spiega Sandra Sunier.

«Con questa mostra abbiamo cercato di fermare il flusso continuo di immagini riversate da giornali e televisioni per concentrarci sull'universo femminile, togliere il velo che lo avvolge e spingere il visitatore a percepirne l'intensità». Nei ritratti di Alexandra Boulat, ogni sentimento è presentato in modo discreto, implicito, come un suggerimento più che un'esibizione. «Questo non è il mio modo di vedere il mondo, scriveva la fotografa, ma il modo in qui il mondo mi si presenta».

Della conduttrice televisiva afghana Shaima Rezayee resta soltanto una macchia di sangue su un tappeto a confondersi con gli arazzi. La sua voce è stata messa a tacere, il suo volto è stato oscurato. Il suo corpo non c'è, ma su quello stesso tappeto si intravedono solo il piede della sorella e la sigaretta in una mano quasi a ricordare che non sempre servono lacrime per esprimere il proprio dolore.

Speranza e attesa

Nel suo viaggio attraverso l'Islam, Alexandra Boulat non ha documentato unicamente le tragedie della guerra, ma anche la speranza, la gioia e l'attesa. Il suo obiettivo ha immortalato l'orgoglio di due giovani universitarie, la fierezza di un gruppo di donne poliziotto e la costanza di una levatrice che ogni giorno lotta sul confine tra vita e morte.

Sono donne cresciute in un altro continente, secondo le norme della religione musulmana e spesso in situazioni di conflitto. Eppure, queste battaglie all'apparenza così diverse e incomprensibili, non sono poi tanto diverse dalle nostre, come sottolinea la curatrice Sandra Sunier. «Queste fotografie sono un'occasione di incontro e di scontro, nello stile provocatorio di Alexandra Boulat. Sono un'occasione per andare al di là della diversità alla scoperta dell'altro, non forzatamente per capirlo, ma almeno per accettarlo».

Stefania Summermatter, Ginevra, swissinfo.ch

Alexandra Boulat

Nata a Parigi nel 1962, ha studiato arte grafica e storia dell'arte all'Accademia delle belle arti.

Nel 1989, dopo dieci anni di pittura, decide di seguire le tracce del padre, Pierre Boulat, fotografo del Life Magazine.

Nei 2001 fonda assieme ad altri sei fotoreporter l'agenzia VII.

I suoi reportage sono stati pubblicati dalle più importanti riviste internazionali, in particolare dal National Geographic Magazine, dal Time e da Paris Match.

Per la qualità del suo lavoro, ha ricevuto diversi importanti premi internazionali.

Alexandra Boulat ha seguito da vicino il dramma della guerra nell'ex Jugoslavia, la caduta dei talebani, il conflitto israelo-palestinese. Ha realizzato reportage sulla famiglia di Yasser Arafat e sull'ultima collezione di Yves Staint Lauren nel 2001.

Il suo ultimo lavoro portava sulla donna musulmana in Medio Oriente e a Gaza.

Alexandra Boulat è morta il 5 ottobre 2007.

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MICR

Inaugurato nel 1988, il Museo internazionale della Croce rossa, a Ginevra, è stato visitato finora da circa 2 milioni di persone.

Il Museo propone un'esposizione permanente che illustra la nascita e la storia dell'intervento umanitario: dalla battaglia di Solferino alle guerre mondiali del XXesimo secolo, dalle Convenzioni di Ginevra alle attività attuali del Movimento della croce rossa e della mezzaluna rossa.

L'esposizione temporanea "Modeste" propone i ritratti di donne musulmane che la fotografa francese Alexandra Boulat ha realizzato in Medio Oriente (Iran, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Giordania, Siria, Gaza e Cisgiordania).

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CICR

Il Comitato internazionale della Croce rossa (CICR) è stato fondato nel 1863, quale organizzazione neutrale e indipendente, su iniziativa del ginevrino Henry Dunant (Premio Nobel per la pace nel 1901).

Il CICR, la più vecchia organizzazione umanitaria tuttora esistente, è all'origine della nascita del Movimento internazionale della croce rossa e della mezzaluna rossa, come pure del diritto umanitario, ancorato nelle Convenzioni di Ginevra.

In base al suo mandato, sancito dal diritto internazionale, il CICR si occupa in particolare di aiutare i civili e i feriti in caso di conflitti armati, come pure le persone imprigionate in seguito a guerre o per motivi politici.

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