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Festival di Locarno: apertura tropicale con effetti speciali

Final Fantasy nel cielo tempestoso di Piazza Grande. Swissinfo / SRI

In un clima torrido ha aperto i battenti a Locarno il 54esimo festival internazionale del film. Tutti in Piazza Grande, tra un temporale e l'altro, per il debutto di Marco Solari e Irene Bignardi e la proiezione di un primo assaggio di ciò che ci potrebbe riservare il cinema del futuro: "Final Fantasy" di Hironobu Sakaguchi, una pellicola interamente realizzata con il computer.

21.30. Come da tradizione la telecamera inquadra l’orologio del campanile, proiettato sullo schermo. Sul palco salgono, da soli, la direttrice Irene Bignardi e il presidente Marco Solari. È il loro primo incontro ufficiale con la piazza. Una piazza benevola, che applaude un po’ tutti: i due debuttanti, gli ex direttori, lo scomparso Giuseppe Buffi, presidente per una stagione, e il presidente della Confederazione Moritz Leuenberger, che giunge quasi di soppiatto, ma non è mancato dagli obiettivi delle telecamere.

Si apre così, come da rito, il 54esimo Festival internazionale del film di Locarno. E con una buona dose di fortuna: la pioggia incornicia il film in prima serata, rinfrescando appena il clima tropicale, ma risparmia la proiezione e permette al pubblico seduto in Piazza Grande di ritirarsi asciutto.

La serata è all’insegna di ciò che il cinema è stato e di ciò che potrebbe diventare. Prima che le luci si spengano ed i proiettori si accendano, c’è ancora lo spazio per rendere onore ad un pezzo di storia del cinema, o meglio ad un pezzo di storia della critica cinematografica. Sul palco salgono i responsabili dei leggendari “Cahiers du Cinéma”, rivista che fu di personaggi del calibro di André Bazin, François Truffaut, Jean-Luc Godard. A loro va uno dei Pardi d’onore speciali, in occasione dei 50 anni di pubblicazione.

Poi, finalmente, sullo schermo si compongono le prime immagini di un paesaggio roccioso, dagli altoparlanti risuonano suoni e rumori inquietanti, un enorme occhio, umano ma di fattura visibilmente digitale compare sulla superficie bianca, una schiera tumultuosa di guerrieri metallici avanza sotto una gigantesca luna aliena. Sono le prime battute di “Final Fantasy – The Spirit Within”.

Alla vigilia del Festival, non poche erano state le voci critiche sulla scelta di dare il via al festival con una megaproduzione di tal fatta, tutta tecnica e poca sostanza narrativa. Una scelta senza dubbio azzardata, pur tenendo conto della condivisibile volontà di portare in piazza pellicole accessibili al grande pubblico.

E in effetti, visto il film, qualche perplessità rimane. La storia è mutuata dall’omonimo videogioco di Hironobu Sakaguchi ed è tutta incentrata dalla caccia della protagonista, Aki Ross, ad otto sostanze capaci di creare un’onda spirituale che scacci i misteriosi fantasmi alieni che hanno invaso la Terra e sterminato buona parte dell’umanità.

Ad ostacolarla c’è il bellicoso generale Heim, più propenso ad usare le maniere forti (leggi supercannone orbitante) che a seguire le fumose teorie scientifico-spirituali della dottoressa Ross e del suo mentore dottor Sid. Di mezzo c’è, ovviamente, anche un muscoloso e leale capitano…

Insomma, nulla più che un discreto plot di genere, il cui finale lasciamo indovinare ai lettori. La novità non sta certo qui. Storie simili, che solitamente si prestano anche ad essere lette come metafore della società contemporanea, se ne sono viste a bizzeffe. No, è semmai la tecnica che fa di “Final Fantasy” un film particolare e degno di discussione.

La pellicola è stata interamente realizzata al computer, compresi i protagonisti. Con effetti di sorprendente realismo, tanto che durante la visione viene da chiedersi quale differenza fondamentale – scriverei ontologica, se fossi filosofo – ci sia, dal punto di vista dello spettatore, tra una Aki Ross e una Lara Croft interpretata da Angelina Jolie (tanto per citare un film tratto anch’esso da un videogioco). Lo scarto nell’illusione di realtà appare ormai veramente minimo.

Quattro anni ci sono voluti, per mettere insieme “Final Fantasy”, uno studio appositamente costruito alle Hawai e tanti, tanti milioni di dollari. Di certo una grande occasione per sperimentare tecniche che potrebbero incidere a fondo sulla storia del cinema – e qui si può di nuovo mettere qualche parola buona per la scelta del Festival. Ma c’è ancora molta strada da fare per usare in maniera sensata quelle tecniche.

Perché, ci si può infatti chiedere, investire tanto nell’imitazione di esseri umani, quando le stesse scene si potrebbero girare con attori veri? Perché far uso di tanta memoria virtuale per mettere in scena i soliti bulli e le solite pupe, pur con tutti i crismi del politically correct? Perché non dare libero sfogo alla fantasia, come nella migliore tradizione del cartone animato?

Andrea Tognina, Locarno

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