I “nuovi italiani” secondo la visione di Beppe Severgnini
A Zurigo, il noto editorialista del Corriere della Sera si è intrattenuto sull'immagine e le caratteristiche della nuova generazione di italiani.
Una generazione fortunata che parla inglese, sa usare Internet e sa farsi amici tedeschi e inglesi dai quali impara serietà e rigore. Questi sarebbero i “Nuovi Italiani”, di cu il giornalista e scrittore Beppe Servergnini ha parlato martedì sera in una conferenza a Zurigo.
Severgnini, brillante allievo di Indro Montanelli, è editorialista del “Corriere della Sera”, per cui tiene la rubrica “Italians”, e corrispondente di “The Economist”in Italia. Ha acquistato notorietà con le sue acute osservazioni di costume, ma anche linguistiche e culturali, contenute nei suoi articoli e nei 6 libri finora pubblicati: “Inglesi” (1990), “L’inglese. Lezioni semiserie” (1992), “Italiani con valigia” (1993), “Un italiano in America” (1995), “Italiani si diventa” (1998), “Manuale dell’imperfetto viaggiatore” (2000).
Un intellettuale e un giornalista, quindi, che conosce molto bene il mondo anglosassone ed ha viaggiato moltissimo, visitando praticamente tutti i paesi del mondo. Nato a Crema nel 1956, Beppe Severgnini ha studiato diritto internazionale a Pavia ed è stato corrispondente da Londra per “Il Giornale” di Montanelli e da Washigton per “La Voce”.
Dalla sua vasta esperienza di giramondo e dalla sua perfetta conoscenza dell’inglese, ha tratto motivo per analizzare criticamente il comportamento degli italiani nel confronto con i paesi del Nord d’Europa e d’America.
Per questa ragione l’Associazione svizzera per i rapporti culturali ed economici con l’Italia ha invitato Severgnini a tenere una conferenza sul tema: “I Nuovi Italiani sono italiani nuovi?” E lui, più che una conferenza ha tenuto una simpatica chiacchierata per rispondere, in definitiva, con un sì alla domanda. La tesi che ha sostenuto è stata quella di una generazione, venuta subito dopo i “sessantottini”, che non ha potuto “giocare” alla politica e che perciò è stata in un certo senso costretta a cercare fuori d’Italia la propria “epopea” generazionale.
Questo fatto, apparentemente negativo, avrebbe dato ai 40-45enni di oggi una serie di straordinarie opportunità: conoscere l’Europa e gli Stati Uniti, imparare bene l’inglese, imparare ad usare, prima degli altri in Italia, i personal computer ed Internet. “La globalizzazione” – ha detto Severgnini -“non la chiamavamo ancora così, ma c’era già e noi l’avevamo capito”. Politicamente, Severgnini e i suoi coetanei erano degli “apolidi”, al contrario della generazione politicizzata che li aveva preceduti, ed in gran parte fanno ancora oggi fatica a scegliere da che parte schierarsi.
Ma soprattutto – ha aggiunto Severgnini – i “Nuovi Italiani” hanno imparato che si può certo essere intuitivi, brillanti, fantasiosi, capaci di sorprendere l’interlocutore, ma bisogna anche “fare i compiti a casa”. Forse americani, inglesi, tedeschi sono prevedibili, ma certamente più affidabili degli italiani”.
La prevedibilità è fondamentale sul lavoro. I Nuovi Italiani lo sanno”, ha detto l’oratore che poi ha concluso così: “Mi piacciono gli italiani perché sono sensibili, meno quando sono ‘overemotional’. Abbiamo un fascino straordinario ma pericoloso, per gli altri e per noi stessi”.
Non si può tuttavia fare a meno di notare che il ragionamento svolto da Beppe Severgnini, figlio di un agiato notaio lombardo, ha il difetto di prendere in considerazione soltanto i membri di quella borghesia italiana che ha i mezzi per mandare i figli a fare esperienza in giro per il mondo. E gli altri italiani che non hanno avuto quella fortuna, o quelli che sono stati costretti ad emigrare in cerca di lavoro, che italiani sono? Nuovi o vecchi? Severgnini non l’ha precisato.
Silvano De Pietro
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