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Il cinema che viaggia in automobile

Uno scorcio degli scenari presenti in "Die Reise nach Kafiristan" Keystone

Due automobili che hanno fatto epoca, la Ford Deluxe 1939 e la Due Cavalli, sono al centro di due film in cartellone al festival di Locarno: "Die Reise nach Kafiristan" di Fosco e Donatello Dubini e "Alla rivoluzione sulla Due Cavalli" di Maurizio Sciarra. Approcci diversi ad un genere, il road movie, che continua a trovare nel viaggio la metafora migliore per la ricerca di sé.

L’automobile, la strada, il viaggio: elementi che hanno segnato una buona parte della storia del cinema, quasi quanto le bionde, i giustizieri solitari e le pistole. Forse perché il cinema ha trovato il suo terreno più fertile negli Stati Uniti, dove la ricerca della nuova frontiera è una costante antropologica e dove basta piazzare una cinepresa su una qualsiasi strada dell’Ovest per avere delle immagini mozzafiato. O forse perché il cinema è l’unica arte, insieme al romanzo, in grado di coniugare le due categorie dello spazio e del tempo ed è quindi predestinata a rappresentare il viaggio.

Che poi sia essenzialmente l’automobile a incarnare l’idea di viaggio nel cinema è un fatto che varrebbe un approfondimento. Dopotutto la storia della settima arte era iniziata con un treno che irrompeva sullo schermo, terrorizzando il pubblico. Ma il treno è un mezzo di trasporto collettivo, che mal si presta a rappresentare i tormenti e le speranze del protagonista assoluto della cultura occidentale, l’individuo.

L’automobile ha invece dato la speranza, o l’illusione, a milioni d’individui di poter levare gli ormeggi della vita quotidiana e partire. Salvo poi fermarsi al prossimo imbottigliamento… Ma questa è un’altra storia, che probabilmente non diverrà mai cinema.

Sul terreno storicamente affollato del road movie si sono avventurati, come dicevamo, i due fratelli svizzeri di origini ticinesi Fosco e Donatello Dubini e l’italiano Maurizio Sciarra. Scegliendo percorsi, impostazioni e automobili così diverse da valere un approccio comparativo.

Il viaggio a Oriente, la fuga

“Die Reise nach Kafiristan” dei fratelli Dubini racconta la storia del viaggio compiuto nel 1939 dall’etnologa ginevrina Ella Maillart e dalla scrittrice zurighese Annemarie Schwarzenbach alla volta del Kafiristan, una valle allora pressoché inesplorata in Afganistan, a bordo appunto di una Ford Deluxe. Non un documentario, ma la ricostruzione volutamente non del tutto fedele di un viaggio al cui centro gli autori pongono il rapporto fra le due donne.

Donne d’eccezione, per la loro epoca. Ella Maillart era un’avventuriera, etnologa autodidatta, divorata dalla passione per i viaggi, già nazionale svizzera di sci e autrice di successo, soprattutto per la cronaca di un viaggio a piedi attraverso il Tibet. Annemarie Schwarzenbach era la rampolla di una delle maggiori famiglie dell’alta borghesia svizzera, legata a filo doppio con la nobiltà reazionaria prussiana, nipote del generale Wille. Una rampolla però ribelle, lesbica, simpatizzante per la causa antifascista, amica intima di Erika e Klaus Mann, tossicomane, scrittrice e fotografa di talento.

Un terreno impervio, insomma, quello scelto dai Dubini. La figura di Annemarie Schwarzenbach ha assunto, in anni recenti, un’aura mitologica che non può che renderne rischiosa la rivisitazione. Rischi a cui il film si espone, scegliendo di mettere al centro della vicenda le due protagoniste, di farle parlare come libri stampati, di inserire una voce fuori campo che legge brani di vari scritti delle due e pure delle “Città invisibili” di Italo Calvino, sfiorando qua e là un estetismo agiografico.

In sé l’episodio biografico è ben confezionato e si presta agilmente ad una lettura che inserisca la vicenda individuale nel contesto storico. La Maillart viaggia perché non può farne a meno e perché mira al riconoscimento sociale, la Schwarzenbach viaggia per fuggire e per trovare un “paradiso” in cui ricomporre le fratture della sua esistenza. Ma la realtà irrompe nel viaggio impedendone il compimento: giunte in Afganistan, le due donne apprendono dello scoppio della seconda guerra mondiale e la loro avventura finisce. Annemarie Schwarzenbach, come avverte una didascalia alla fine del film, morirà pochi anni dopo, all’età di 35 anni, per una banale caduta in bicicletta.

Rimane però qualche perplessità, che probabilmente è inerente all’oggettiva difficoltà di affrontare un personaggio “maledetto” come Annemarie Schwarzenbach. I paesaggi – deserti e città del Medio Oriente – sono stupendi, i personaggi e le interpreti hanno una presenza scenica ed un fascino innegabili, ma il film appare come disincarnato. Forse una scelta, fatta per suggerire l’illusione di ogni viaggio, per marcare esteticamente l’impossibilità di sfuggire ad una realtà storica feroce ed ormai globale. O forse un’involontaria dimostrazione dell’ardua impresa di rendere contemporaneamente conto del mito e delle persone Schwarzenbach e Maillart. Persone però, e questo è un merito, che il film invita a conoscere più a fondo.

Il viaggio in Occidente, la rincorsa

Agli antipodi rispetto “Die Reise nach Kafiristan” si muove “Alla rivoluzione sulla Due Cavalli” di Maurizio Sciarra, uno dei tre film italiani in concorso. La vicenda è presto riassunta. Victor, un giovane portoghese in esilio a Parigi apprende della caduta della dittatura nel suo paese il 25 aprile 1974 e convince l’amico italiano Marco ad accompagnarlo a Lisbona con la sua Due Cavalli. Durante il viaggio ai due si aggiunge Claire, vecchia fidanzata francese di Victor. Dopo molte peripezie i tre arriveranno in Portogallo, un po’ in ritardo sugli avvenimenti ma ancora con la ferma intenzione di respirare a pieni polmoni aria di rivoluzione.

Un road movie dei poveri, dunque, a bordo dell’automobile-mito di un’intera generazione. Un road movie scanzonato che vuole, nell’intenzione del regista, mostrare un altro volto degli anni di piombo, diverso da quello arcigno dei vari fautori della lotta armata. Cosa non da poco, in queste settimane in cui in coda alle manifestazioni anti-G8 a Genova si torna ad evocare la minaccia terroristica e ad oscurare buona parte di un movimento che per la prima volta dopo i Settanta torna a dire che “un altro mondo è possibile”.

Victor, Marco e Claire sono portatori sani dei valori di una generazione, amano liberamente, aspettano il grande evento, lo rincorrono. Sperano in una rivoluzione che cambi il mondo e lo trasformi in una grande festa, piena di musica e bandiere rosse. Alzano il pugno chiuso quasi di nascosto e con pudore. Non citano mai né Marx, né Lenin, né tantomeno Stalin. Soprattutto si amano e bisticciano e ridono.

Un film leggero, intriso di un’ironia salutare, che evita di erigere monumenti senza per questo scivolare nel qualunquismo. I protagonisti sono inevitabilmente pasticcioni, attraversano un’Europa ancora ben diversa da quella di oggi, ancora segnata dall’epoca dei fascismi, mettendosi ripetutamente nei guai e giungono alla rivoluzione ovviamente in ritardo, addirittura dopo il treno degli esuli da Parigi. Ma portano con sé valori e passioni che sono già una piccola rivoluzione e giunti a Lisbona sapranno festeggiare gli eventi a modo loro, in una deliziosa trovata del regista che sarebbe peccato svelare qui.

Un film buono? Difficile a dirsi. Ma certo un film da amare e di cui ridere, prima che tutto diventi di nuovo troppo serio.

Andrea Tognina, Locarno

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