Il dramma umano consumato sulle onde di un lago
Martedì a Locarno è stato presentato il primo e attesissimo film svizzero in concorso. Si tratta dell'opera prima del regista grigionese Riccardo Signorell che porta il fiabesco titolo "Scheherazade". Il dramma umano che si svolge interamente su uno yacht ha diviso il pubblico: fischi e applausi hanno concluso la prima proiezione in un palazzetto Fevi da tutto esaurito.
Erano due anni che la selezione in corsa per il Pardo d’oro non vedeva una presenza elvetica. In questa edizione, curata da Irene Bignardi, i film rossocrociati sono addirittura due. Le attese verso le due produzioni sono enormi e il flusso di pubblico al primo appuntamento dimostra l’interesse per la produzione cinematografica nazionale.
Il via l’ha dato “Scheherazade”, il dramma intimista di un esordiente del grande schermo, seguirà nella giornata di giovedì “Happiness is a warm gun” di Thomas Imbach.
La favola della realtà
Certo l’ambientazione di “Scheherazade” è da ritenersi una rarità nel panorama cinematografico attuale. L’azione si svolge infatti in modo lineare, con un’unità di tempo, una giornata d’estate in cui la giovane protagonista compie i suoi diciannove anni, e soprattutto di luogo, l’imbarcazione di lusso del facoltoso padre.
Questa scelta delega al dialogo e all’espressività dei personaggi la costruzione della trama nel suo crescendo di drammaticità. Sull’imbarcazione che solca le onde del lago di Zurigo si incontrano infatti un padre imprenditore senza scrupoli, la figlia che compie gli anni, il collaboratore fidato e successore designato con la fidanzata e, come elemento disturbatore o coscienza di gruppo, il figlio autoesiliatosi per sfuggire ad un mondo di ipocrisia.
L’incontro inizia con dibattiti vuoti, con scambi di cortesie bagnati da fiumi di champagne. È solo con il tempo che si concretizza il dramma. Il figlio si sente rinnegato dal padre e sotto i suoi occhi si delinea la sua sostituzione, nella linea ereditaria, con l’impiegato-fotocopia del padre.
La figlia Luise, oziosa, quasi apatica, è incapace di reagire ad una passione morbosa che il padre le riserva. Nelle prime scene anzi sembra essere solo l’amante, ma l’accusa di incesto, sferrata dal fratello Michael pesa sulla brigata.
Mentre il giovane carrierista non insegue che la sua ambizione ammiccando al vecchio, bevendo i suoi liquori e fumando i suoi sigari, la fidanzata cerca di andare a fondo della cruda accusa dell’escluso. Alla fine, dopo la confessione da parte della diciannovenne, l’epilogo sanguinoso chiude il climax crescente di tensione.
Un dramma a porte chiuse, angosciante, che distilla nel corso delle riprese il malessere che cresce con l’avvicinarsi della notte.
Il modello e l’immagine
La scelta formale ricorda, in verità, i teatri intimisti in voga alle soglie del ventesimo Secolo, dove il destino umano si consumava in un locale chiuso della nuova civiltà borghese e urbana. La tecnica narrativa invece riporta all’esperienza del gruppo di cineasti danesi “Dogma” che fa riferimento a Lars von Tier. In particolare il film “Festen”, è costruito analogamente.
Certamente Signorell, ribattendo ai detrattori presenti in sala, ha riaffermato l’originalità della sua proposta, indicando la sua esperienza umana come base per il copione. Dunque sarebbe la vita stessa, quella di un’annoiata borghesia svizzera che ha perso il rapporto con la realtà, ad aver guidato il regista e gli autori.
La cinepresa segue con incalzante efficacia i cambiamenti di emozione, le più piccole intonazioni o i capovolgimenti di situazione. È proprio nella ripresa, in un ambiente spesso angusto, che si cristallizza la storia di bugie e mezze verità, di superficialità che non riesce ad evitare il dramma.
Malgrado la forza stilistica sia presente, i ruoli troppo definiti e riconoscibili dei singoli personaggi indeboliscono il discorso. La reazione della sala è per questo indicativa, il disorientamento domina sulla presa di coscienza della storia illustrata.
Luise non è Scheherazade, non riesce, con parole meravigliose da mille e una notte a ricondurre il sultano alla ragione. Il dolore si consuma in un solo crepuscolo.
Daniele Papacella, Locarno
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