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La passione oltre la morte

Giovedì è stato presentato a Locarno il secondo film svizzero in concorso. La pellicola propone, in un clima surreale, la continuazione di una vicenda realmente accaduta, dopo la morte dei protagonisti. L'omicidio-suicidio da parte di un generale della NATO e della sua amante deputata ecologista aveva suscitato scalpore e riempito i giornali tedeschi a inizio anni Novanta. Adesso lo svizzero Thomas Imbach presenta un ipotetico seguito di un amore impossibile fra opposti.

La scena è quanto mai insolita. Una donna, identificabile con la parlamentare del partito dei Verdi tedeschi Petra Kelly, arriva all’aeroporto, probabilmente quello di Zurigo. Ma non può entrare perché lei, per l’anagrafe è morta.

Analoga la situazione per il suo amante, il generale destroide Gerd Bastian. La cronaca li vuole morti. Lui, con un colpo di pistola ha prima ucciso lei e poi si è tolto la vita. La sensazione è perfetta, la loro presenza una provocazione alla realtà legale del personale al controllo passaporti.

Nel suo film, dal titolo quanto meno accattivante “Happiness is a warm gun”, il lucernese Thomas Imbach parte da questa situazione per costruire la finzione, un futuro ad un amore interrotto improvvisamente e senza ragione intelleggibile.

Obbligati a rimanere nello spazio vacuo della zona franca aeroportuale i due ripercorrono infatti la loro passione fra poli apparentemente inconciliabili per capire. Rievocando “Ultimo tango a Parigi” di Bertolucci, spiegano la loro esperienza erotica, la loro unione che ha escluso l’intellettualità dogmatica di cui i due sono esponenti di spicco e per cui ci si aspetterebbe solo disprezzo reciproco.

Ma l’intento di Imbach non è legato alla realtà contingente. Non gli interessa la posizione ideologica dei due personaggi, nel film è tematizzata solo la vicenda umana che li travolge.

Malgrado dei documenti filmati, tratti dalla vita dei due, e la perfetta somiglianza degli attori a Kelly e Bastian,il declino dei due non c’entra. I due erano cresciuti in piena guerra fredda, il loro amore era nato nel clima politico stravolto dalla caduta del Muro di Berlino. Imbach li osserva però con una distanza e un occhio da individualista, vuotandoli della loro essenza pubblica.

Niente tesi politica, malgrado l’esplosività dei personaggi, niente dimensione sociale. Per Imbach l’unica cosa che conta è la costruzione di una vicenda “dopo il colpo di pistola”. E il buco nelle tempie della donna che continua a sanguinare per tutto il film, quasi simboleggiasse il destino che continua e che lascia i suoi segni.

Nell’abisso dell’immagine

Imbach non si preoccupa dello spettatore, probabilmente attratto dai due nomi noti, almeno al pubblico tedesco. Non spiega la situazione, non concede niente a chi entra ignaro nella sala di proiezione.

“Non è un’opera didattica – ha spiegato – io non voglio insegnare niente, come non voglio descrivere una situazione reale, voglio solo immaginare ciò che succede dopo la morte cruenta dei due”.

La sua inclemenza si dimostra in una valanga di immagini che lui chiama “scelta estetica per carpire la passione”. A ritmo incessante la cinepresa colpisce i protagonisti, li spoglia, ne concede l’intimità e le frustrazioni.

Alla prima molti hanno abbandonato la sala a metà proiezione, ubriachi di immagini, storditi da una vicenda a due che non è, in definitiva, percettibile. Imbach voleva così. Lo dice apertamente di fronte alla stampa.

Un film difficile che polarizza. Interessante per tecnica e immagine, per ambientazione e soggetto, ma che non convince del tutto. I personaggi risultano paranoici e non corrispondono all’immagine che rimane dell’attivista, in prima fila negli anni Ottanta nel movimento ecologista, e del generale NATO, a caccia del nemico rosso.

La storia raccontata da Happiness è una vicenda a sé che poco ha a che fare con i ritagli di storia incastonati sulla pellicola durante il burrascoso percorso di immagini. Forse il trionfo di un postmodernismo antiideologico che si appiglia alla morbosità umana per parlare di cronaca che non è ancora vita o passione.

Daniele Papacella, Locarno

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