Locarno: giovani svizzeri scrutano i confini
Forse è l'età, forse la geografia, forse le complesse biografie personali, ma pare proprio che per molti giovani cineasti svizzeri i confini, quelli fra paese e paese, quelli fra persone, quelli da attraversare nel corso della vita, siano un tema inevitabile. È l'impressione che emerge dalle pellicole presentate nella sezione "Pardi di domani" del festival di Locarno. Una sezione, dedicata ai cortometraggi di giovani autori, che tra l'altro compie dieci anni.
Non è mai facile, ovviamente, cogliere i tratti comuni di pellicole nate da motivazioni e persone diverse. Ogni opera ha una sua storia, ha i suoi riferimenti culturali, le sue specificità. Eppure è difficile sottrarsi all’impressione che nel lavoro dei giovani cineasti attivi in Svizzera il tema dei confini, nelle sue più diverse accezioni politiche, culturali, sociali, biografiche e scientifiche, sia uno dei sentieri più battuti.
Se ne potrebbero del resto trovare le ragioni nelle caratteristiche storiche e culturali della Svizzera, nelle sue difficoltà a posizionarsi in un’Europa che cambia, nelle biografie degli autori, scaturite da una società multiculturale, in cui origini e percorsi individuali si traducono in identità complesse, nella stessa ricerca d’identità propria della giovinezza, una ricerca che è fatta di esplorazione e superamento di confini.
E forse il confine è un tema inevitabile per tutta la società contemporanea, alle prese con limiti che si ridefiniscono e si dissolvono, con biografie che esplodono nei mille rivoli della postmodernità.
Ma appunto, attenersi a categorie generali rimane sempre un’operazione rischiosa, che tende a sovrapporsi, nascondendola, all’anima specifica delle opere. Meglio procedere esemplarmente. Prendiamo allora il cortometraggio “Das Cello”, di Thomas Isler, storia di un giovane rampollo della buona borghesia basilese esiliatosi a Parigi per sfuggire alle sue origini soffocanti. Il confine politico e generazionale dunque è dato. Ma il protagonista Lukas/Luc è obbligato a scavalcarlo di nuovo, per sottrarre un cello nella casa del padre, venderlo ed aiutare così un amico africano a far curare la nonna in un ospedale parigino.
Le cose naturalmente non vanno come previsto e Luc deve confrontarsi con suo padre, con il suo passato di musicista di talento, con la città della sua infanzia e con una violinista, sua vecchia fiamma. Il superamento di confini porta con sé la necessità di ridefinirli. Non c’è vera riconciliazione, questo no. Il padre e la violinista alla fine tornano a Basilea, dopo un incontro a quattro nei pressi della frontiera franco-svizzera, mentre Luc e l’amico africano ripartono per Parigi. Ma Luc si porta appresso il cello e con esso un pezzo di passato, e quindi di identità, che solo un faticoso travalicamento gli ha permesso di ritrovare e reintegrare nella propria biografia.
Un secondo esempio è “Deux”, di Franz-Josef Holzer. Il giorno della vigilia di Natale, Eugène, affetto da crisi epilettiche, si spara un colpo alla testa. Portato d’urgenza all’ospedale, trascorre diverse ore in coma. Mentre il suo corpo è sottoposto alle cure mediche, il suo fantasma (o meglio il suo doppio, da cui il titolo “Deux”) bighellona per le corsie dell’ospedale in compagnia del doppio di una donna in attesa del trapianto di un rene.
Qui insomma la linea di confine è quel territorio indefinito e misterioso che sta tra la vita e morte. Sono i medici che cercano, non senza difficoltà, di tracciare linee più precise, sottoponendo Eugène ai test necessari per stabilirne la morte cerebrale. Quando l’avranno tracciata, i due doppi si ritroveranno ai due lati opposti del confine, la donna dalla parte della vita, grazie ad un rene di Eugène, Eugène dalla parte della morte, ma come donatore di organi.
O ancora “Viaje en taxi” di Nico Gutmann, a differenza degli altri un documentario. Si tratta di una vicenda autobiografica: l’autore, adottato all’età di sette anni da una famiglia svizzera, torna da adulto in Perù alla ricerca della madre biologica. Lo aiuta un taxista, sorta di Virgilio moderno che lo guida per le intricate vie di Lima e in quelle ancora più intricate che servono a superare le incertezze di un incontro difficile. Pure qui dunque, come in “Das Cello” lo spostamento nello spazio corrisponde ad un recupero del passato e quindi di una ridefinizione d’identità. Una ridefinzione non facile, poiché alla prossimità biologica si sovrappone la distanza culturale.
Andrea Tognina, Locarno
In conformità con gli standard di JTI
Altri sviluppi: SWI swissinfo.ch certificato dalla Journalism Trust Initiative
Potete trovare una panoramica delle discussioni in corso con i nostri giornalisti qui.
Se volete iniziare una discussione su un argomento sollevato in questo articolo o volete segnalare errori fattuali, inviateci un'e-mail all'indirizzo italian@swissinfo.ch.