Nel baratro del sistema
Cinema impegnato dal Brasile con "Bicho de 7 cabeças". Il film si concentra su un destino di emarginazione in un paese sottosviluppato. Dai conflitti generazionali nella classe media, agli abusi di un sistema - rappresentati dalla psichiatria inerme del paese latinoamericano - si delinea la volontà di aprire una prospettiva in più, verso una realtà difficile. L'opera in concorso a Locarno ha un'altra particolarità: il produttore è infatti l'ex direttore artistico Marco Müller.
Si comincia dalla fine, con una lettera d’addio blu in mano ad un padre segnato dalla sconfitta, ma poi la narrazione segue un percorso lineare, chiaro nella sua cruda documentazione di parole e immagini. La storia di “Bicho de 7 cabeças” è infatti basata su una storia vera, una storia scomoda che, malgrado il testo alla base risalga agli anni ’70, non sembra aver perso della sua forza.
Neto è un adolescente brasiliano come molti. Frequenta gli amici dopo la scuola, fuma uno spinello ogni tanto e non ha voglia, forse non riesce, a comunicare con i genitori. Una situazione normale, forse, in un ambiente di lavoratori che hanno superato la soglia della povertà e ambiscono ad un’ulteriore ascesa sociale.
La vita disordinata di Neto, però, non sostiene le ambizioni inespresse, ma presenti. Una sera viene arrestato dalla polizia mentre imbratta i muri di una casa e poi il padre scopre uno spinello nella sua giacca. Le cose precipitano.
I genitori lo fanno internare in un ospedale psichiatrico nel tentativo di ricondurlo ad un ideale uniformato. La loro fiducia nel sistema è però fatale per il giovane. Crudeltà, violenza, corruzione dominano nella clinica. Si tratta di espressioni di una burocrazia arcaica che segue una dinamica propria, intenta a mantenere una sua legittimità. La psichiatria è simbolo e fenomeno in cui le dimensioni degli abusi assumono carattere distruttivo.
Il film prosegue in un vorticoso ritmo che offusca i confini tra allucinazione e realtà, tra impotenza del protagonista e il sistema che soverchia chi esce dalla norma, senza proporre un’alternativa propositiva. Il finale lo conferma: la pazzia è frutto di un ordine viziato e non permette un riavvicinamento della famiglia.
Il successo dell’esperimento
Sono oltre 200’000 gli spettatori che hanno visto la variante del “Nido del cuculo” in Brasile, un risultato notevole in un mercato che, come ovunque, è dominato dalle produzioni hollywoodiane. Laconica sembra l’affermazione dello sceneggiatore Luis Bolognesi: “Il pubblico brasiliano segue solo le commedie”. Ma la sfida, ormai già vinta, è quella di saper conquistare l’interesse con formule e messaggi coinvolgenti.
“La nostra utopia – ha detto ancora Bolognesi pensando al suo lavoro – è stata il trovare un pubblico per una storia che toccasse i brasiliani”. Ma la vicenda, saldamente ancorata nella realtà di un quartiere metropolitano della costa atlantica, assume carattere universale.
Il progetto, guidato dalla giovane regista Laìs Bondanzky – alla sua prima esperienza con il lungometraggio – è andato in porto grazie al sostegno ottenuto da Marco Müller, fino all’anno scorso direttore del Festival di Locarno. La sua “Fabbrica Cinema” ha infatti garantito la produzione del film. In qualità di partner di realizzazione figura anche la Fondazione Montecinemaverità.
Sull’apporto italo-svizzero al film, lo sceneggiatore si è detto soddisfatto: “Marco Müller è venuto in Brasile alla ricerca di un progetto, fra molti copioni ha scelto il nostro ed è stata una fortuna. Altrimenti non saremmo mai riusciti a finanziare la produzione. Marco ci ha dato molti consigli, ma ci ha lasciati fare”.
La libertà d’azione ha dunque permesso la nascita di un’opera forte – a Locarno si è parlato di “un’estetica della fame” – che testimonia la volontà di una ricognizione matura della società. E la cinepresa è parte del discorso, segue, anzi insegue, la vicenda senza pausa e con occhio disincantato. Il cinema, evidentemente, vuole tornare ad essere necessario.
Daniele Papacella, Locarno
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