Totalmente estraneo a Hezbollah il libanese nel mirino del Mossad
Al processo di Losanna contro l'agente dei servizi segreti israeliani, il cittadino libanese, che nel 1998 fu vittima del fallito tentativo di intercettazione telefonica, ha ribadito la sua estraneità all'organizzazione estremista islamica.
Due anni fa, il libanese dirigeva il Centro Ahl-Al-Bait di Berna- un’organizzazione presente anche all’estero oltre che in Svizzera- il cui scopo principale era di «riunire i musulmani in Svizzera per invitarli alla preghiera». Così ha spiegato il testimone, che nel frattempo ha ritirato la propria denuncia, dopo aver concluso un accordo extragiudiziale con la parte avversa.
L’organizzazione da lui rappresentata allestiva pure attività sportive e organizzava collette a favore dei poveri e degli orfani iracheni, iraniani e libanesi. Quale rappresentante del Centro, il testimone si è pure recato a tre riprese in Iran, «per visitare i luoghi sacri e anche per acquistare tappeti persiani destinati all’esportazione». Mai, nel corso delle sue visite – ha affermato – ha incontrato rappresentati di organismi politici quali lo Hezbollah.
Il teste, la cui abitazione a Montreux è stata perquisita nell’ambito del procedimento avviato contro l’agente israeliano, ha indicato che già nel 1998 – quando il Mossad decise di ascoltare le sue conversazioni telefoniche – non abitava più in modo fisso a Berna-Köniz nell’appartamento della ex moglie, una ticinese dalla quale è ormai divorziato. L’uomo ha anche negato di aver avuto ricorso al numero telefonico della moglie per intrattenere «conversazioni segrete».
Un agente della polizia cantonale bernese ha poi descritto minuziosamente come le spie israeliane furono scoperte, nella cantina della palazzina di Köniz, la notte dal 18 al 19 febbraio1998. Chiamati da un’inquilina, disturbata dal rumore che proveniva dal seminterrato, gli agenti si trovarono di fronte a tre persone: una coppia abbracciata e un uomo – l’imputato – che assisteva alla scena con una valigia in mano.
«Trovai la cosa piuttosto strana e chiesi loro cosa stavano facendo: mi fu spiegato che le tre persone, incontratesi per caso, si erano rifugiate nella cantina perché la coppia cercava un «posticino tranquillo». Ma poi anche Issac Bental – pseudonimo utilizzato dall’agente – si è messo a baciare la donna».
L’agente bernese si è ulteriormente insospettito quando ha costatato che i passaporti recavano la stessa data d’ingresso in Svizzera. Nella cantina «si trovavano anche diversi cacciavite ed altro materiale che l’inquilina non aveva mai visto».
Un’ispezione più approfondita permise alla polizia di mettere le mani su un congegno di intercettazione telefonica, composto di un telefonino munito di una tessera Easy caricata con un importo di 2400 franchi, di 24 batterie, di una scatola elettronica e di un congegno ad orologeria che permetteva di consultare l’impianto a distanza.
È un sistema «raffinato» che la polizia federale non conosceva ancora, ha indicato un esperto. Per il momento, gli specialisti federali non hanno approfondito le ricerche – in particolare per stabilire la provenienza delle componenti del congegno – per non distruggere questo prezioso elemento di prova.
swissinfo e agenzie
In conformità con gli standard di JTI
Altri sviluppi: SWI swissinfo.ch certificato dalla Journalism Trust Initiative
Potete trovare una panoramica delle discussioni in corso con i nostri giornalisti qui.
Se volete iniziare una discussione su un argomento sollevato in questo articolo o volete segnalare errori fattuali, inviateci un'e-mail all'indirizzo italian@swissinfo.ch.