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Uno sguardo complesso sulla storia

Jean-François Bergier tra i membri della Commissione indipendente di esperti Keystone

Abbiamo fatto del nostro meglio, ora attendiamo le vostre critiche. Jean-François Bergier, presidente della Commissione indipendente di esperti Svizzera-Seconda guerra mondiale ha introdotto in questi termini la presentazione giovedì dei primi otto volumi che accompagneranno il rapporto finale della commissione. Al centro degli studi le relazioni economiche tra la Svizzera e i paesi dell'Asse, con particolare attenzione per la Germania.

Otto volumi, in tedesco o in francese, dedicati a vari aspetti delle relazioni tra Svizzera e potenze nazifasciste: sono il primo risultato definitivo (alcuni studi intermedi, in particolare sui profughi e sulle transazioni finanziarie erano già usciti in precedenza) del lavoro di cinque anni della commisione Bergier.

Nella sala di lettura della Biblioteca nazionale a Berna, di fronte ad un nutrito gruppo di giornalisti, soprattutto della stampa svizzera, la CIE in corpore e gli autori degli studi hanno presentato la prima parte della loro fatica. Più di tremila pagine di testo, con numerose appendici documentarie, edite dalla Chronos di Zurigo (con le Editions Payot per i volumi in francese), che hanno fatto dire al professor Bergier: “Nessuno potrà rimproverare ai collaboratori della commissione di essere stati pigri, negligenti o malintenzionati.”

Ma il presidente ha anche tenuto a chiarire che il lavoro della CIE non vuole in alcun modo mettere al parola fine al dibattito sul ruolo della Svizzera nell’epoca dei fascismi: “Quali che siano le pecche del nostro lavoro, che i lettori, i colleghi che ci attendono al varco si affretteranno a denunciare”, ha precisato durante la conferenza stampa, “noi apriamo in ogni caso una miniera di informazioni solide, che andranno a beneficio della ricerca futura.”

Di certo gli otto lavori presentati ora e gli altri 17, che dovrebbero uscire a novembre, oltre al rapporto finale vero e proprio, che sarà pubblicato nei primi mesi del 2002, promettono di offrire molte informazioni nuove e dettagliate, su aspetti come – per citare i temi dei tomi presentati – le transazioni finanziare tra Svizzera e paesi dell’Asse, l’impiego di lavoratori forzati nelle imprese svizzere con sede nel Terzo Reich, il ruolo dell’industria chimica ed elettrica, il transito ferroviario attraverso la Svizzera, l’atteggiamento della stampa, la vicenda Interhandel, il commercio di opere d’arte depredate o in fuga.

Non vi saranno, come ha ricordato il membro della CIE Saul Friedländer, rivelazioni sensazionali: “Aggiungiamo complessità a giudizi storici che nell’insieme avevamo già. Ma in fondo è proprio il compito della storiografia capire i processi storici nella loro complessità.” Ciò non toglie, ha tuttavia aggiunto il professore, che alcune valutazioni abbiano subito qualche aggiustamento.

Del resto ci si stupirebbe del contrario, visto l’ampio accesso agli archivi pubblici e privati concesso alla CIE. Nessun’altra commissione analoga del mondo ha potuto godere di una simile libertà di movimento negli archivi, ha voluto sottolineare un altro membro della commissione, Harold James.

Un’affermazione però indirettamente relativizzata da Georg Kreis, che ha messo in rilievo il fatto che i collaboratori della CIE, nelle loro ricerche negli archivi delle aziende private, sono dipesi dalla disponibilità alla collaborazione delle aziende stesse. Difficile muoversi in archivi ignoti senza la guida di chi quegli archivi conosce. Kreis ha lasciato intendere che qualche critica al rapporto Bergier potrebbe venire proprio da alcuni rappresentanti dell’economia, che potrebbero tirar fuori documenti sfuggiti ai ricercatori della CIE.

Ora toccherà ai lettori e agli “altri storici”, quelli che non hanno preso parte ai lavori della CIE, leggere con attenzione e con occhio critico i volumi del rapporto. Una verifica scientifica potrebbe però essere parzialmente ostacolata dalla decisione del Consiglio federale del 3 luglio scorso di permettere alle aziende private di chiedere alla CIE la restituzione delle circa 130’000 fotocopie di documenti fatte nei loro archivi.

Una decisione che, com’è noto, non è piaciuta alla commissione. Jakob Tanner, altro membro del gremio, ha espresso il malessere che prova come storico avendo goduto di un accesso privilegiato a documenti che i suoi colleghi potrebbero non vedere. E ha perciò invitato i rappresentanti dell’economia privata, presenti alla conferenza stampa, a tenere aperti i loro archivi, per il bene della ricerca storica.

La segretaria generale della CIE, Myrtha Welti, ha tuttavia lasciato intendere che la partita su questo fronte non è del tutto chiusa. Il governo ha concesso bensì il diritto delle aziende alla restituzione delle fotocopie, ma potrebbe vincolare questa decisione alla condizione di tenere aperti i loro archivi per i ricercatori. Se ne riparlerà ad ottobre.

Andrea Tognina

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