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Convenzione europea dei diritti umani: si celebrano i 50 anni

A Roma, la Svizzera è rappresentata dalla ministra di giustizia e polizia Ruth Metzler Keystone

Ai festeggiamenti, che si svolgono venerdì e sabato a Roma, partecipano le delegazioni dei 41 Paesi che hanno aderito alla Convenzione, firmata il 4 novembre 1950. La Svizzera è rappresentata dalla consigliera federale Ruth Metzler.

La Conferenza è stata aperta dal ministro italiano degli esteri Lamberto Dini e dal segretario generale del Consiglio d’Europa, Walter Schwimmer. Sempre venerdì, in agenda anche un incontro al Quirinale fra i delegati e il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi.

La giornata di sabato è invece dedicata alle vere e proprie celebrazioni e alla firma del Protocollo aggiuntivo numero 12, che prevede l’interdizione di ogni forma di discriminazione.

Nel suo discorso pronunciato venerdì, la signora Metzler ha sottolineato il ruolo positivo svolto dal testo, che “ha consolidato lo Stato di diritto a livello europeo in modo decisivo.”

Ma la ministra ha anche parlato del rovescio della medaglia. “Il carico di lavoro della Corte europea dei diritti dell’uomo, ha detto, è aumentato del 500 percento in sette anni e per il futuro dobbiamo aspettarci un’evoluzione simile.” Tra le misure immaginabili, il rafforzamento del bilancio e del personale della Corte non basteranno a medio termine. “Sarà necessario rivedere e adattare la Convenzione stessa”, ha indicato Ruth Metzler, che pensa in particolare a una ridefinizione dei criteri che permettono di accedere alla Corte. Bisogna chiedersi se questo organismo “deve occuparsi di tutti i casi, anche di quelli minori che non sono determinanti

La CEDU, firmata nella capitale italiana il 4 novembre 1950, è entrata in vigore nel settembre del 1953 e vi aderiscono oggi 41 paesi membri del Consiglio d’Europa, per un totale di 800 milioni di persone.

La Convenzione sancisce, nei suoi 14 articoli di base, una serie di diritti inalienabili, come il diritto alla vita e alla libertà, la messa al bando della tortura, la libertà di espressione, il rispetto del valore della famiglia così come il diritto a libere elezioni e a processi equi.

Nel corso degli anni la CEDU è stata completata con protocolli aggiuntivi e le procedure previste sono state modificate per rispondere meglio all’esigenza di migliorare la protezione dei diritti umani.

La Svizzera ha ratificato la Convenzione nel 1974, dopo aver concesso il diritto di voto alle donne nel 1971 e dopo aver abolito nel 1973 alcuni articoli costituzionali relativi alla libertà religiosa. La Confederazione ha anche accettato i protocolli aggiuntivi, ad eccezione del primo – a causa delle riserve dei cantoni quanto al diritto all’istruzione – e del quarto, relativo al diritto degli stranieri.

Chi ritiene che i suoi interessi siano stati violati può sporgere denuncia alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, l’organo che vigila sull’osservanza degli articoli della Convenzione. Le sentenze pronunciate dalla Corte, presieduta dal professore basilese Luzius Wildhaber, sono vincolanti per tutti gli stati membri.E se uno stato non le rispetta, può andare incontro ad una sospensione o persino all’espulsione dal Consiglio d’Europa.

Dal 1955 alla metà del 2000, la Corte di Strasburgo ha ricevuto 60 000 denunce per violazione dei diritti umani. I motivi vanno dal rifiuto di registrare un nome di battesimo, alla tortura, alle intercettazioni telefoniche e alle discriminazioni subite dagli omosessuali.

Contro la Svizzera sono state inoltrate più di 2 000 denunce, ma la Corte ha constatato solamente 30 violazioni della Convenzione. Oggetti di queste infrazioni: la durata eccessiva della procedura e del carcere preventivo nel caso Walter Stürm, le intercettazioni telefoniche nella vicenda Hans W. Kopp e l’assenza di controllo giudiziario nel caso Marlène Belilos.

Le decisioni della Corte europea hanno influenzato la legislazione svizzera in materia di diritti civili e penali,sottolinea Ludwig A. Minelli, avvocato e segretario generale della Società svizzera per la CEDU. Nella pratica, il magistrato che ha istruito una causa ora non può più presiedere il tribunale che la giudica.

Secondo Philippe Boillat, vice-direttore dell’Ufficio federale di giustizia e rappresentante della Svizzera davanti alla Corte europea, le sentenze di Strasburgo hanno avuto ripercussioni positive sull’ordinamento giuridico. Nella maggior parte dei casi, esse si sono tradotte in una migliore protezione dei diritti fondamentali dei cittadini.

Il problema principale è, secondo Boillat, il sovraccarico di lavoro della Corte europea, davanti alla quale pendono circa 15 000 denunce. La Conferenza di Roma cercherà di mettere a punto soluzioni che consentano ai giudici di Strasburgo di continuare a produrre decisioni solide e convincenti.

swissinfo e agenzie

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