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Ticinogate, Cuomo, Verda e altri scandali

Immagini dal tribunale dove si sta svolgendo l'inquietante processo Keystone

L'istruttoria dibattimentale è entrata nella fase finale. La quarta udienza davanti alle Correzionali di Lugano è stata quasi interamente dedicata agli incontri e all'ascolto delle registrazioni telefoniche che hanno incastrato l'ex giudice Franco Verda e il presunto boss napoletano del contrabbando di sigarette. Ma giovedì nell'aula del tribunale sono emersi anche inquietanti particolari sull'inchiesta parallela dei permessi di dimora facili.

Uno schiacciante replay dei momenti spensierati trascorsi da Verda e da sua moglie Desirée Rinaldi a bordo dell’Artema, lo yacht di trenta metri di Gerardo Cuomo. Le rade di Porto Cervo e quelle di Saint Tropez, con un Franco Verda, annotavano gli agenti della Direzione investigativa antimafia di Bari (Dia), rilassato e disinvolto”. Un quadretto, ha puntualizzato il procuratore straordinario Luciano Giudici, in netto contrasto con quelle angoscianti condizioni depressive e di scemata responsabilità descritte dai periti medici citati dalla difesa di Verda.

E gli agenti della Dia, da mesi alle calcagna di Cuomo, ritenuto dagli inquirenti pugliesi una delle menti del contrabbando internazionale, annotavano, fotografavano e registravano tutte le sue conversazioni telefoniche. Subito dopo il dissequestro, ordinato da Verda il 24 giugno del ’99, dei tre milioni di franchi che appartenevano a Francesco Prudentino, alias “Ciccio la busta” oggi in carcere in Italia per omicidio e associazione mafiosa, Cuomo si attiva subito per fare dare all’ex magistrato gli 800 mila franchi promessi come ricompensa

Al telefono Cuomo sollecita più volte, ma inutilmente Prudentino: “Bisogna mantenere quello che si è promesso”. Capisce che l’altro non vuole pagare. Contatta allora, sempre telefonicamente, il genero di “Ciccio la busta” gli ricorda l’impegno: “Per quei soldi tuo suocero dovrebbe accendere un cero in chiesa”.

I giorni passano ma gli 800 mila franchi non arrivano. Gerardo Cuomo pensa di rivolgersi ad alcuni “amici” napoletani. Al telefono si lamenta di Prudentino, lo definisce ” Un pezzo di merda che non merita niente. Adesso devo pagare io quello che doveva dare lui”.

La presidente della Corte, Giovanna Roggero-Will gli domanda se era davvero intenzionato a dare lui i soldi a Verda: “Affatto – risponde Cuomo – né Franco me lo aveva mai chiesto. Era un modo per far pressione su Prudentino attraverso gli amici”.

Cuomo, invece i soldi alla coppia Verda- Rinaldi li versa, invece, sotto forma di prestiti, che non vengono però mai restituiti. Il tutto per salvare Desirée dal disastro finanziario della sua società Acque minerali San Bernardino: 50 mila franchi una prima volta, poi altri 100 mila e nell’ottobre del ’99 un’altra grossa somma.
“Franco – ha raccontato Cuomo – mi ha telefonato quasi piangendo mentre ero Cannes, servivano 350 mila franchi entro 48 ore altrimenti la Rinaldi avrebbe perso pure il patentino di avvocato. Mi assicurava che mi avrebbe restituito tutto vendendo la sua casa di vacanza di Alassio”. Verda replica sostenendo che era stata la sua compagna a rivolgersi a Cuomo e che lui aveva solo garantito di coprire il debito con la vendita della casa in Italia. 350 mila franchi che il figlio di Cuomo, Marco, consegna a Verda in ufficio.

Ma un altro brutto capitolo di questa storia era stato già scritto qualche mese prima. La Rinaldi deve far fronte ad un precetto esecutivo di 400 mila franchi e non sa come fare. I soldi li trova il suo socio in affari, l’avvocato Marcello Quadri, direttore della San Bernardino, che è riuscito a scovare un partner da far entrare nella società con quattro milioni di franchi. Tale Gianni Mennino, personaggio equivoco che da lì a qualche giorno viene arrestato per un accoltellamento a Lugano. E qui comincia un’altra storia con l’accusa di truffa per Quadri e Mennino, nel frattempo scappato in Spagna, ai danni di un ricco cittadino inglese.

Marcello Quadri non è più oggetto di alcuna procedura penale

In data 20 dicembre 2012, il Ministero pubblico del Canton Ticino ha emesso un decreto di abbandono in merito il procedimento penale per truffa e riciclaggio di denaro nei confronti di Marcello Quadri.

E il Ticinogate, che tra comparse e primi attori, ha tra i suoi protagonisti anche l’avvocato Francesco Moretti, in carcere per l’inchiesta sui permessi di dimora. A lui Cuomo si era rivolto per riottenere il suo permesso di soggiorno. Ma da quanto ha dichiarato giovedì in aula, Moretti aveva lasciato in sospeso la pratica per farlo allontanare dalla Svizzera e facilitare così il rientro nel giro del contrabbando di Ciro Mazzarella, nipote del potente boss Michele Zaza.

A confermare la sua versione le intercettazioni telefoniche e i verbali degli interrogatori condotti dal procuratore Bruno Balestra. Quattro telefonate del giugno ’98, tra Moretti e Alberto Zoppi, giurista del Dipartimento cultura che in “nero” gli faceva da consulente legale nelle pratiche per i permessi. Parlano dell’amico Mazzarella, per favorirlo affermano che è sempre possibile far scattare un preavviso negativo per il permesso di Cuomo.

I due ironizzano: “I delinquenti li teniamo qui e la brava gente la teniamo invece lontana” e Moretti aggiunge: “Finora abbiamo agito con un certo successo. Bisogna però togliere di mezzo Cuomo. L’avvocato accenna alla possibilità di far fare un’interrogazione parlamentare per mettere in cattiva luce Cuomo, e si parla pure di connivenze politiche che lo avrebbero aiutato per la sua permanenza in Ticino.

La posta in gioco era alta. Come risulta da un verbale d’interrogatorio Mazzarella aveva chiesto a Moretti se era in grado di far allontanare Cuomo dalla Svizzera, se ci fosse riuscito gli avrebbe dato l’1 per cento dei guadagni con il contrabbando di sigarette. Per questo l’avvocato aveva ritirato il ricorso, scritto da Zoppi, contro il rifiuto del permesso di soggiorno a Cuomo.

Libero D’Agostino

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