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Tessera AVS in un portafoglio

Oggi in Svizzera

Care svizzere e cari svizzeri all’estero,

Come finanziare l'AVS? La domanda occupa la politica svizzera fin dagli albori del cosiddetto "primo pilastro" del sistema previdenziale elvetico, instaurato nel 1948.

Nel contesto dell'introduzione della tredicesima rendita di vecchiaia, la questione è più pressante che mai e oggi il Consiglio federale ha presentato le sue proposte per la prossima grande riforma, AVS 2030. Scopriamo quali sono i punti salienti.

Buona lettura!

Elisabeth Baume-Schneider
Elisabeth Baume-Schneider durante la conferenza stampa su AVS 2030. Keystone / Keystone / Peter Schneider

Incentivare, ma non obbligare, a lavorare fino a 70 anni e oltre. La ministra dell’interno Elisabeth Baume-Schneider ha presentato il piano del Consiglio federale per modernizzare la Legge federale sull’Assicurazione vecchiaia e superstiti (AVS) e garantire il finanziamento del primo pilastro del sistema previdenziale svizzero nel periodo 2030-2040.

Con la riforma AVS 2030, ora in consultazione, il Governo vuole rendere meno attrattivo il pensionamento anticipato e più interessante il differimento, incentivando la popolazione a lavorare più a lungo dopo il raggiungimento dell’età di riferimento di 65 anni. Ad esempio, il reddito minimo a partire dal quale vengono prelevati i contributi AVS verrà aumentato da 16’800 franchi a 22’680 franchi per coloro che continuano a esercitare un’attività lucrativa dopo questa età.

Oggi, chi continua a lavorare e a pagare i contributi AVS, per migliorare le future rendite, può farlo solo fino ai 70 anni. Questo limite, secondo il Consiglio federale, va abolito.

Secondo l’Esecutivo, la riforma AVS 2030 dovrebbe generare entrate supplementari per l’assicurazione pari a circa 600 milioni di franchi all’anno fino al 2040. Il Consiglio federale rinuncia così ad aumentare l’età di riferimento. Il tutto dipenderà però dal finanziamento della 13esima mensilità della rendita di vecchiaia, tema sul quale il Parlamento non ha ancora trovato un accordo.

Bandierine di Svizzera e UE
Bruxelles osserva con apprensione la campagna in Svizzera sulla cosiddetta “Iniziativa per la sostenibilità”, in votazione il 14 giugno. Keystone / Anthony Anex

Deputate e deputati europei seguono con attenzione il dibattito attorno all’iniziativa dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) “No a una Svizzera da 10 milioni” (Iniziativa per la sostenibilità). Secondo loro, se il popolo elvetico l’accettasse in votazione il 14 giugno, le buone relazioni tra Berna e Bruxelles sarebbero rimesse in causa.

“Questa iniziativa è un attacco mascherato contro le nostre relazioni“, afferma l’eurodeputato francese Christophe Grudler a Keystone/ats. Il testo obbligherebbe il Consiglio federale a prendere delle misure per limitare l’immigrazione qualora la popolazione in Svizzera superasse i 9,5 milioni di abitanti. In ultima istanza, il Governo dovrebbe mettere fine all’accordo sulla libera circolazione delle persone, “un pilastro fondamentale dell’Europa”, secondo il deputato tedesco Norbert Lins.

Un “sì” comporterebbe “grandi incertezze” e “turbolenze inutili” nel processo di ratifica del pacchetto di accordi Bilaterali III, dichiara la deputata croata Zeljana Zovko. Sia Zovko che Lins sottolineano che i Bilaterali III prevedono già una clausola di salvaguardia in materia di immigrazione che permetterebbe di tener conto delle specificità svizzere.

Secondo Grudler, gli effetti di un “sì” non cambierebbero nell’immediato le relazioni della Confederazione con l’UE. Ciò rischia di prodursi qualora la soglia dei 10 milioni si avvicinasse e il Governo elvetico si vedesse costretto ad agire. Per ora, la Commissione europea non si è espressa sullo scenario ipotetico di un’approvazione dell’iniziativa, ma in marzo la sua presidente, Ursula von der Leyen, aveva detto di “essere convinta che la Svizzera, in quanto partner affidabile, rispetterà gli impegni internazionali presi nei confronti dell’UE”.

Arbitro e giocatore di calcio a terra
Secondo la Suva, un infortunio calcistico su tre è provocato da un fallo. Keystone / Louis Dasselborne

Circa 40’000 infortuni, che si traducono in 680’000 giorni di lavoro persi e in 200 milioni di franchi di costi per le assicurazioni ogni anno. È il bilancio della passione per il gioco del calcio in Svizzera. Queste cifre fornite dalla Suva (il più grande assicuratore infortuni nella Confederazione) sembrano apocalittiche, ma sono in realtà il segnale di una tendenza positiva.

Come sottolinea SRF, dal 2016 gli infortuni sui campi di calcio sono rimasti costanti, mentre il numero di giocatori registrati è aumentato considerevolmente (280’000 nel 2016, 350’000 oggi). Il numero di donne che pratica questo sport è quasi raddoppiato. Proporzionalmente, dunque, ci si infortuna molto meno che 10 anni fa.

Secondo Daniel Schaub, presidente dell’Associazione calcistica della Svizzera nordoccidentale, ciò è dovuto a una migliore formazione di allenatrici e allenatori, soprattutto da un punto di vista del riscaldamento, della gestione dello sforzo e del recupero. Sono state anche lanciate delle campagne per sensibilizzare al fair-play.

SRF sottolinea inoltre che, contrariamente ai pregiudizi, il calcio non è significativamente “più pericoloso” di altri sport, con lo sci che si distingue come un’altra attività che conduce a lunghe assenze dal lavoro per infortunio.

Persona si accende una sigaretta
Sul podio per le buone pratiche, secondo Tabacco Control Scale, si trovano Irlanda, Regno Unito e Paesi Bassi. Peggio della Svizzera fa solo la Bosnia-Erzegovina. Keystone/DPA/Fabian Sommer

La Svizzera continua a dimostrarsi una cattiva allieva nell’ambito della lotta contro il tabagismo. Nell’ultimo rapporto di Tobacco Control Scale, la Confederazione si piazza ancora una volta in penultima posizione su 37 Paesi europei considerati.

Secondo il rapporto, che si riferisce al 2025, la Svizzera resta una roccaforte dell’industria internazionale del tabacco. È uno dei Paesi in cui il settore ha più influenza nelle politiche di sanità pubblica e l’unico Stato tra quelli valutati a non aver ratificato la Convenzione quadro dell’Organizzazione mondiale della sanità per la lotta al tabagismo. Sono inoltre sottolineate importanti lacune negli ambiti del divieto di pubblicità, della regolamentazione dei nuovi prodotti e della prevenzione.

L’aumento del prezzo sembra essere una delle misure con il maggior impatto sul consumo. I Paesi che sono più progrediti in classifica sono quelli che hanno aumentato le tasse sui prodotti del tabacco. La fiscalità elvetica in questo ambito, però, è la stessa dal 2013 e i prezzi continuano a essere “anormalmente accessibili” nel confronto europeo, sottolinea Le Temps.

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