Come la Svizzera gestisce l’aiuto estero in un periodo di sconvolgimenti globali
La Svizzera, come altri Paesi ricchi, sta riducendo il budget destinato alla cooperazione internazionale e ristabilendo le priorità in risposta a un mondo in crisi, ma anche ai propri interessi nazionali.
Nel 2024 i Paesi europei hanno iniziato a ridurre la spesa per la cooperazione internazionale, in parte per giustificare l’aumento delle spese per la difesa dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia. La Svizzera ha annunciato una riduzione dei finanziamenti di 431 milioni di franchi (539 milioni di dollari) per il periodo 2025-2028.
All’inizio del 2025 è arrivata poi la decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di smantellare USAID, all’epoca la più ricca agenzia al mondo per gli aiuti allo sviluppo. Entro la fine del 2025, secondo l’OCSE, l’aiuto pubblico allo sviluppo aveva registrato il più forte calo globale mai rilevato (-23,1%) e la seconda contrazione annuale consecutiva. I cinque maggiori Paesi donatori al mondo – Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna, Giappone e Francia – hanno contribuito alla maggior parte della flessione.
Da allora la Svizzera ha annunciato ulteriori tagli. Per risparmiare 20 milioni di franchi all’anno, ridurrà di quasi un quarto il budget destinato all’aiuto allo sviluppo, trasferendo una parte di questi fondi all’aiuto umanitario. Il ministro degli esteri Ignazio Cassis ha difeso la decisione richiamandosi ai vincoli di bilancio e alle nuove “realtà” globali, come guerre e altre crisi che fanno aumentare il fabbisogno di interventi d’emergenza.
In Svizzera, il termine “cooperazione internazionale” racchiude l’aiuto umanitario, la cooperazione allo sviluppo, la cooperazione economica allo sviluppo e la promozione della pace e della sicurezza umana. Nel 2026 il budget complessivo destinato alla cooperazione internazionale ammonta a 2,4 miliardi di franchi.
La quota destinata all’aiuto umanitario è destinata ad aumentareCollegamento esterno dal 26% al 40%, mentre il Governo sposta le proprie priorità verso la risposta a crisi e conflitti. La Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) si concentrerà maggiormente sul sostegno ai Paesi a basso reddito nei settori della salute, dello Stato di diritto, del clima e della migrazione. Per risparmiare circa 113 milioni di franchi tra il 2027 e il 2030, la DSC sopprimerà un centinaio di posti di lavoro.
Un vantaggio per il settore privato svizzero
Altri cambiamenti previsti suggeriscono una maggiore attenzione agli interessi nazionali. Mentre la DCS si concentrerà sui Paesi a basso reddito, la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) collaborerà con nazioni a reddito medio per, nelle parole del Governo, “creare condizioni favorevoli al commercio e agli investimenti, al fine di generare una prosperità condivisa”.
I fondi non andranno solo a beneficio dei Paesi stranieri, ma anche delle imprese esportatrici svizzere. In Paesi come il Perù, la SECO sostiene progetti agroforestali per garantire l’accesso a cacao coltivato in modo sostenibile per l’industria svizzera del cioccolato.
La strategia della Confederazione andrà anche a vantaggio delle imprese svizzere interessate a investire nella ricostruzione dell’Ucraina. Berna ha stanziato 500 milioni di franchi affinché Kiev possa acquistare beni e servizi da fornitori elvetici attraverso gare d’appalto pubbliche.
Il pacchetto di aiuti firmato dai due Paesi è stato criticato perché reintrodurrebbe i cosiddetti “aiuti vincolati”, progressivamente abbandonati a partire dagli anni Ottanta a causa delle accuse secondo cui anteponevano gli interessi dei Paesi donatori a quelli dei beneficiari e all’efficacia complessiva degli interventi.
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La Svizzera firma un controverso pacchetto di aiuti per l’Ucraina
Le organizzazioni attive nella cooperazione hanno inoltre sostenuto che questo approccio sottrae risorse già scarse all’aiuto allo sviluppo per destinarle alle imprese. Complessivamente, la Svizzera assegna all’Ucraina 1,5 miliardi di franchi del budget 2025-2028, rendendo il Paese dell’Europa orientale il principale beneficiario dei suoi aiuti.
Il coinvolgimento del settore privato non si ferma qui. Per attirare più capitali verso lo sviluppo, la Svizzera fa sempre più affidamento su meccanismi come la finanza mista, o blended finance, che utilizza denaro pubblico per coprire i rischi e incoraggiare le imprese a investire in mercati ancora poco esplorati. A livello globale questo approccio ha mobilitato circa 260 miliardi di dollari aggiuntivi, ma resta controverso. Secondo chi lo critica, sono i contribuenti e le contribuenti a farsi carico dei costi per ridurre le spese e aumentare i profitti delle imprese, che tendono a preferire i più redditizi Paesi a reddito medio rispetto alle nazioni più povere.
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Nei Paesi più poveri, a perdere sono istruzione e cultura
Nel quadro delle misure di risparmio, il Governo svizzero sta gradualmente ponendo fine a impegni bilaterali di sviluppo di lunga data in America Latina, così come in Bangladesh, Albania e Zambia, suscitando preoccupazione tra le ONG. Talha Paksoy di Solidar Suisse ha affermato che non esiste “alcuna giustificazione” per lasciare il Bangladesh dopo mezzo secolo di impegno in “un Paese duramente colpito”, che deve far fronte a instabilità politica, cambiamenti climatici e condizioni drammatiche nei campi profughi dei Rohingya.
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Incomprensioni per il ritiro svizzero dal Bangladesh
Alcuni settori sono colpiti più di altri. Berna sta gradualmente mettendo fine ai finanziamenti destinati all’alfabetizzazione e alle competenze matematiche di base, concentrandosi invece sulla formazione professionale e sull’istruzione in situazioni di emergenza, per esempio nelle zone di conflitto. Sono stati soppressi anche i programmi che sostengono finanziariamente le istituzioni culturali svizzere affinché possano invitare artiste e artisti del cosiddetto Sud globale a esibirsi o formarsi in Europa.
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Queste decisioni arrivano nonostante diversi studi mostrino che simili investimenti producono benefici. Sostenere persone creative provenienti dalle regioni più povere in un settore dominato dai Paesi ricchi genera effetti che vanno oltre i vantaggi economici individuali. Secondo un precedente rapporto della DSC, oltre a creare posti di lavoro, un maggiore accesso alla cultura favorisce la partecipazione democratica e la coesione sociale in un periodo di “crescente autoritarismo”.
Per quanto riguarda l’istruzione di base, il Fondo monetario internazionale stima che garantirla a ogni bambino e bambina aumenterebbe la produzione economica mondiale di 700’000 miliardi di dollari nel corso del resto di questo secolo.
Il sostegno dell’opinione pubblica resta elevato nonostante i tagli
La popolazione svizzera sembra già convinta di questi benefici. Recenti sondaggi condotti dal Politecnico federale di Zurigo (ETHZ), hanno messo in luce che le persone intervistate vogliono che i fondi per gli aiuti siano destinati a bisogni fondamentali come l’istruzione e la salute. Circa l’86% è favorevole ad sostenere i Paesi a reddito più basso. Anche in Francia (64%), Germania (59%) e Gran Bretagna (51%) la maggioranza sostiene gli aiuti, nonostante i tagli decisi dai rispettivi Governi.
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La popolazione svizzera è a favore dell’aiuto allo sviluppo
Di fronte alla riduzione delle risorse disponibili, l’attenzione si sta spostando verso altre fonti di finanziamento, come le fondazioni private e le banche di sviluppo, che offrono prestiti a condizioni favorevoli per gli investimenti nei Paesi a basso reddito. Nel frattempo, molti enti locali e regionali svizzeri mantengono le loro partnership con città del cosiddetto Sud globale, in particolare per affrontare sfide comuni come il cambiamento climatico e lo sviluppo urbano.
Questi donatori, per loro stessa ammissione, non possono compensare lo storico calo degli aiuti da parte dei Paesi più ricchi del mondo, ma cercano di avere un impatto maggiore con i fondi e le competenze che possono mettere a disposizione.
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A cura di Tony Barrett/vm/ac
Tradotto e verificato da sibr
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