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Al lavoro, dite la vostra - per il bene della democrazia

Impiegati dell'azienda Swissmetal a Dornach (Soletta) durante un evento informativo organizzato dal sindacato UNIA. Keystone / Steffen Schmidt

Gli impiegati che sul posto di lavoro hanno voce in capitolo sono generalmente più inclini a partecipare al processo democratico anche fuori dall’azienda. Un esperto mette tuttavia in guardia dalle nuove tendenze sul mercato del lavoro, che minerebbero la democrazia.

Questo contenuto è stato pubblicato il 04 aprile 2021 - 11:00

Una democrazia non vive soltanto del fatto che cittadine e cittadini si rechino regolarmente alle urne per esprimere la loro opinione. In particolare in Svizzera, dove il sistema di milizia è molto radicato, la partecipazione non si limita a votazioni ed elezioni. Molti compiti di pubblica utilità vengono svolti da volontari che lavorano a titolo onorifico. In diversi Comuni sono ad esempio le commissioni composte da membri residenti ad assumersi gli oneri più disparati, dall’assegnazione dei contributi alla cultura alla pianificazione della manutenzione delle strade.  

La partecipazione democratica può essere coniugata in numerosi altri modi: dal prender parte a una manifestazione sino alla raccolta di firme, o all’esposizione di striscioni e cartelloni davanti alla propria finestra. Una varietà che rende viva la democrazia.

La formazione in democrazia

Eppure il processo democratico va appreso. Cosa si intende esattamente ce lo spiega Joachim Blatter, professore di teoria politica all’Università di Lucerna: "Bisogna imparare ad attivarsi, a lasciarsi coinvolgere. Al tempo stesso occorre tuttavia riconoscere che il sistema richiede forza d’animo e perseveranza e che non basta alzare una volta la voce". D’altro canto, la democrazia funziona solo se cittadine e cittadini hanno imparato a scendere a compromessi e ad accettare le sconfitte. In una democrazia semidiretta come quella svizzera questi elementi sono ancora più importanti che in una democrazia rappresentativa.

Per farsi le ossa in democrazia le possibilità non mancano: in famiglia, tra amici, a scuola, in un’associazione e anche sul posto di lavoro. "Secondo me la democrazia in azienda è una premessa imprescindibile affinché possa prosperare anche sul piano pubblico", sottolineava recentemente la professoressa di filosofia Rahel Jaeggi in un’intervista a SWI swissinfo.ch a proposito dell’importanza del posto di lavoro.

La prima ad individuare un legame tra compartecipazione in azienda e diritti democratici è stata la politologa inglese Carole Pateman nel 1970. Il suo pensiero si riassume come segue: un impiegato che sul lavoro può dire la sua ne è galvanizzato e questo lo motiva a partecipare con maggior convinzione al processo democratico. Più tardi altri studiosi hanno evidenziato che vivere la democrazia sul posto di lavoro permette di far proprie determinate competenze applicabili anche a livello statale. Un elemento che favorisce ulteriormente la partecipazione.

Cosa ci dicono le cifre sulla teoria di Pateman

È possibile individuare un nesso tra la compartecipazione sul posto di lavoro e la partecipazione democratica anche a livello empirico? Negli Stati Uniti in particolare sono stati effettuati numerosi studi che attestano la relazione. Diversi gruppi di ricerca hanno infatti trovato una correlazione positiva tra il lavoro sindacale e la partecipazione alle urne.

Per anni in diversi Paesi i temi di natura socioeconomica e i rappresentanti dei relativi interessi, come i sindacati, hanno assunto un ruolo centrale nella formazione dei partiti - in particolare socialdemocratici - e nella relativa partecipazione e mobilizzazione democratica, afferma il politologo Joachim Blatter.

Non in Svizzera però. Storicamente il nostro Paese non ha mai vantato un movimento sindacale particolarmente robusto - e oggi molte nazioni hanno seguito questo esempio. Possiamo dedurne che in Svizzera in passato il posto di lavoro come piattaforma per esercitare i processi democratici sia stato meno importante che in altri Paesi? "Sì, direi proprio di sì", conferma Blatter. "Tuttavia, negli ultimi 10-15 anni le grosse differenze tra Stato e Stato sono sfumate."

Uno studio approfondito sull’influsso che la consultazione in azienda esercita sulla partecipazione democratica è stato pubblicato nel 2017 da tre economisti statunitensi e australiani. Sulla base delle informazioni fornite dall‘European Social Survey 2010/2011 hanno analizzato i dati di oltre 14'000 impiegati provenienti da 27 Paesi europei, Svizzera compresa. Nove indicatori descrivono l’ampiezza della partecipazione politica, ad esempio se si ha preso parte alle ultime elezioni nazionali, aderito a una manifestazione o firmato una petizione. Quattro parametri indicano invece se la persona interpellata gode di un diritto di partecipazione aziendale e in che misura, ad esempio se può decidere il luogo di servizio o l’orario di lavoro.

I ricercatori hanno potuto stabilire che maggiori sono i diritti di compartecipazione in azienda più elevata è la probabilità di partecipazione al processo democratico anche al di fuori del posto di lavoro. Lo studio ha pure permesso di stabilire che questo nesso emerge in tutti i Paesi presi in esami. 

Dove ci porta questa tendenza?

Sempre con un occhio di riguardo alla democrazia, due cambiamenti rilevati sul mercato del lavoro preoccupano il professor Blatter.

- L’internazionalizzazione dell‘economia: in passato era possibile fare carriera e al tempo stesso impegnarsi attivamente in politica o in seno a un’associazione, afferma Blatter. Oggi invece la concorrenza internazionale è molto più agguerrita. "Oggi chi ha ambizioni professionali deve metterci l’anima e non ha più tempo per la politica". Questa tendenza ha fatto sì che ci si concentri piuttosto su sé stessi perdendo di vista le esigenze della collettività, sia in azienda che al di fuori di essa. "Se questa è la norma e la socializzazione nel mondo del lavoro, l‘effetto spillover condiziona la società e la democrazia".

- Exit inizia a prevalere su voice: "Quando qualcosa non ci va a genio ci sono due possibilità: o si tenta di cambiare le cose facendoci sentire, ossia ricorrendo all’opzione voice, oppure si abbandona, optando per la variante exit, continua Blatter. Oggi il mondo - e quindi anche la realtà lavorativa - è caratterizzato da una fluidità incredibile: "Quando qualcosa non va più a genio si cerca subito un’alternativa". Questa tendenza crea dinamismo, ma se prende il sopravvento diventa un pericolo per la democrazia. "Il dinamismo aiuta a muovere le persone; la stabilità aiuta a trovare il compromesso", puntualizza Blatter, "e una democrazia sana ha bisogno di entrambi".

Sul mercato del lavoro Blatter scorge tuttavia anche tendenze rassicuranti. Molte aziende avrebbero abbandonato la distribuzione di bonus unicamente basati sul raggiungimento di obiettivi individuali. In tal modo i dipendenti sviluppano un maggior senso di collettività, di centrale importanza per una democrazia. "Rappresentare solo i propri interessi non basta. Bisogna anche saper pensare agli altri e conquistarsi così la maggioranza".

Inoltre, per i sistemi democratici non è un male che la gerarchizzazione del mondo del lavoro sia diminuita. "In passato c'erano troppi impiegati che si limitavano ad eseguire quello che chiedevano i superiori". Oggi la maggior parte delle persone deve decidere molto più autonomamente come svolgere i propri compiti e raggiungere gli obiettivi. In tal senso, per le grandi masse il mondo del lavoro odierno è più stimolante.

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