l’arte di difendere i propri interessi
Gli accordi bilaterali tra Svizzera e Unione europea sono un esempio dell'efficacia dei negoziatori svizzeri nel difendere gli interessi del paese.
La Svizzera deve parte dei vantaggi ottenuti al peso della sua piazza finanziaria, ma l’abilità e la tenacia dei diplomatici sono altri elementi alla base del successo.
6 dicembre 1992: per una manciata di voti (50,3%), la Svizzera rifiuta di entrare nello Spazio economico europeo. “Una domenica nera”, dice l’allora consigliere federale Jean-Pascal Delamuraz. Lo è specialmente per i filo-europei, che presagiscono un futuro altrettanto nero per il paese, isolato nel cuore del continente.
Il mese successivo, il governo avvia con Bruxelles una serie di negoziati bilaterali.
Undici anni e cinque votazioni popolari dopo, due pacchetti di accordi hanno permesso a Berna di rafforzare i legami con l’Unione europea (UE), pur mantenendo sotto controllo dei settori sensibili.
“La Svizzera – commenta René Schwok, politologo all’Istituto europeo dell’Università di Ginevra – ha ottenuto fondamentalmente quello che voleva”. Certo, gli accordi bilaterali santificano la ripresa unilaterale del diritto dell’Unione, ma le eccezioni hanno un loro peso ben specifico.
Duecento euro per camion
Cominciamo da quelle riguardanti i camion. Nel 1994, i cittadini svizzeri approvano l’Iniziativa delle Alpi, un testo che chiede espressamente di trasferire il traffico merci dalla strada alla ferrovia.
I negoziati sui trasporti durano cinque anni. Berna, che non voleva
ammettere il passaggio di autocarri superiori alle 28 tonnellate, si rassegna alle 40 tonnellate, ma in cambio preleva una tassa di 200 euro per camion in transito. L’accordo viene accolto come una bella vittoria ed un segno di riavvicinamento dell’UE verso la visione svizzera del trasporto di merci.
Dopo l’apertura dei suoi due nuovi tunnel ferroviari sotto le Alpi, la Svizzera potrà sperare nella riduzione del numero di camion – da 1.2 milioni a 650 mila all’anno – che soffocano le strette valli dei cantoni Uri e Ticino.
Casseforti e discrezione
Nel quadro del secondo pacchetto di accordi bilaterali con l’Europa unita
i negoziatori svizzeri hanno portato a casa un’altra importante vittoria: il mantenimento del segreto bancario.
Con l’obiettivo di lottare contro la frode e l’evasione fiscale, l’UE voleva obbligare tutti i propri cittadini a pagare un’imposta sui loro risparmi, indipendentemente dal paese in cui fossero depositati. Una misura che avrebbe supposto trasparenza e scambio di informazioni.
Per evitare alle sue banche di dover essere troppo indiscrete nei confronti dei loro facoltosi clienti, la Svizzera ha proposto, in alternativa, un’imposta alla fonte. L’aliquota, fissata inizialmente al 15%, crescerà progressivamente al 31% entro il 2011.
Per la prima volta nella sua storia la Svizzera preleverà dunque un’imposta a beneficio degli Stati esteri. Ma, in cambio, preserva e tutela una sua particolarità, che consiste nel non punire penalmente la frode fiscale, a patto che non vi siano truffa o falsificazioni di documenti.
La semplice “dimenticanza” resta un’infrazione amministrativa, sottratta a qualsiasi domanda di assistenza giudiziaria internazionale.
Un bel modo di preservare gli interessi svizzeri? “Dal punto di vista della maggioranza del mondo politico – risponde René Schwok – certamente sì. Ma la nozione di ‘interesse svizzero’ non è davvero la stessa per tutti”.
Un’allusione diretta agli storici di sinistra, per i quali la diplomazia elvetica è sempre stata al servizio dell’economia e delle banche. Che, dalla fine del XIX secolo, hanno costruito la loro fortuna sulle masse di capitali in fuga dall’estero.
La flessibilità di un “piccolo”
La Svizzera, tuttavia, non deve tutto alla sua ricchezza, al suo statuto di banchiere del continente e alla sua posizione centrale. I favori che riesce ad ottenere dal gigante europeo sono anche il frutto dell’abilità dei diplomatici che, secondo Schwok, sono molto competenti.
“Sono molto seri e coriacei”, conferma il politologo. “Sfoggiano un’eccellente conoscenza dei
dossier e sanno custodire i segreti in modo esemplare”.
Ma non è tutto: di fronte alla pesante macchina burocratica dell’UE, la Svizzera ha il grande vantaggio di muoversi in modo flessibile e rapido.
“Basti pensare che la commissione di Bruxelles deve consultare governi, parlamenti e ambienti economici dei suoi Stati membri. E durante l’intero giro – commenta Schwok – in almeno uno dei 25 Stati si tengono nuove elezioni”.
In Svizzera, per contro, ministri e funzionari restano ai loro posti più a lungo e sono molto vicini agli ambienti economici. Tutti si conoscono e quando a Bruxelles il negoziatore elvetico deve mostrarsi
flessibile o cambiare velocemente strategia, ottiene in un batter d’occhio il via libera dalla sua gerarchia.
swissinfo, Marc-André Miserez (traduzione: Françoise Gehring)
L’UE è il principale partner economico della Svizzera.
Più del 60% delle esportazioni svizzere le sono destinate, facendone dunque il primo mercato di esportazione, davanti agli Stati Uniti.
Più dell’80% delle importazioni svizzere provengono dai paesi dell’UE, per i quali la Confederazione è il terzo mercato di esportazione, dietro a USA e Cina.
Senza essere membro dell’Unione europea, la Svizzera è riuscita a negoziare degli accordi bilaterali che le permettono, in particolare, di tassare in modo consistente i camion che attraversano il suo territorio e di mantenere il segreto bancario.
Ha accettato di aprire le sue frontiere ai lavoratori europei, ma ha anche ottenuto delle lunghe scadenze e dei margini che le consentono, se necessario, di contingentare la manodopera estera fino al 2014.
Il suo statuto esterno all’UE le permette poi di negoziare accordi di libero scambio con i paesi extracomunitari. E ne ha già firmati una ventina.
La Svizzera è pure molto attiva in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), la cui sede è a Ginevra. Presiede il G10, il gruppo dei paesi importatori di prodotti agricoli, di cui fanno parte anche Israele, Norvegia e Giappone.
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