Fondi delle banche: tanta pubblicità, ma rendono meno dei passivi
I dati smontano il mito: i fondi attivi, costosi e promossi con grandi pubblicità dalle banche, rendono meno di quelli passivi, che rappresentano la scelta più razionale e solida per un investitore.
(Keystone-ATS) È quanto emerge da uno studio della società di consulenza VermögensZentrum (VZ), che accusa il mondo della finanza di presentare un quadro spesso distorto della realtà.
Molti risparmiatori – ricordano i ricercatori – investono in fondi comuni attivi, di frequente su raccomandazione della propria banca. Quello che spesso non sanno è che, nella stragrande maggioranza dei casi, avrebbero più successo a lungo termine costruendo il proprio portafoglio con fondi passivi a basso costo come gli ETF.
Le banche sostengono la scelta dei fondi attivi con messaggi pubblicitari convincenti: gestori esperti che “adattano flessibilmente il portafoglio”, “riducono i rischi e colgono le opportunità” in un “contesto di mercato complesso”, grazie a “team globali di analisti” che possono “battere i mercati”. Si contrappone questa agilità alla presunta rigidità dei fondi passivi, “vincolati a un indice” e incapaci di spostarsi verso titoli difensivi o di nuova crescita. Il messaggio è chiaro: l’attivo è sinonimo di protezione e rendimento superiore.
Ma quanto sono solide queste affermazioni? L’analisi degli esperti del VZ le ha sottoposte a un fact-check sintetizzato in un documento di 30 pagine, arrivando a conclusioni che demistificano il marketing. Ecco in estrema sintesi gli otto principali risultati emersi dall’analisi:
1. Fondi “attivi” fasulli – Molti fondi spacciati per attivi non si discostano in modo significativo dall’indice di riferimento. Il risultato? Costi elevati e rendimenti inferiori senza un reale valore aggiunto.
2. Strategie caotiche – Non esiste un consenso su cosa funzioni: i gestori perseguono una moltitudine di approcci diversi, spesso contraddittori.
3. Costi proibitivi – I fondi attivi comportano costi annuali molte volte superiori a quelli dei fondi passivi, erodendo sistematicamente il capitale.
4. Alta probabilità di performance inferiore al mercato – È molto improbabile che un fondo attivo generi un rendimento extra sul lungo periodo. La probabilità cala ulteriormente se nel portafoglio sono presenti più fondi attivi.
5. Pubblicità ingannevole – La comunicazione commerciale presenta spesso un’immagine distorta della realtà, enfatizzando casi isolati di successo.
6. Nessuna protezione garantita nelle crisi – I fondi attivi non offrono uno scudo affidabile contro le perdite di borsa. Alcuni attenuano le cadute, altri le amplificano.
7. I temi caldi sono trappole costose – I fondi tematici (ad esempio quelli legati al clima o all’intelligenza artificiale) sono tipicamente cari, poco diversificati, performano male e scompaiono velocemente dal mercato.
8. Gli ETF sono sufficienti – Esistono nicchie coperte solo da fondi attivi, ma non sono necessarie per il successo di un investimento a lungo termine.
Secondo VZ ciò che molti ignorano è che l’universo degli ETF, dalla loro introduzione in Svizzera nel 2000, è cresciuto a tal punto che da anni gli investitori possono implementare qualsiasi strategia di investimento con questi strumenti trasparenti e a basso costo, senza correre il rischio di subire un rendimento significativamente inferiore al mercato.
Il verdetto del fact-checking è netto. Stando a VernmögensZentrum un portafoglio passivo, ampio, diversificato e a basso costo è la scelta più affidabile per la maggior parte degli investitori. Per chi volesse comunque considerare fondi attivi, l’analisi fornisce una griglia critica essenziale per valutare le promesse di marketing alla luce dei fatti e, soprattutto, dei costi. Investire in consapevolezza significa spesso scegliere la semplicità di un indice rispetto alla costosa illusione di batterlo, concludono gli esperti.