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La Convenzione ONU sui rifugiati compie 75 anni, tra crescenti pressioni politiche

Un gruppo di ruandesi in attesa della distribuzione delle razioni alimentari in un centro per rifugiati nella valle di Oruchinga, in Uganda. Fino al 1964, i rifugiati provenienti dal Ruanda costituivano la parte principale delle attività dell’UNHCR in Africa.
Un gruppo di ruandesi in attesa della distribuzione delle razioni alimentari in un centro per rifugiati nella valle di Oruchinga, in Uganda. Fino al 1964, l'assistenza ai profughi provenienti dal Ruanda rappresentava la principale attività dell'UNHCR nel continente africano. UNHCR / McCoy

La Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati celebra questa settimana il suo 75° anniversario, in un momento in cui migrazione e asilo sono temi sempre più divisivi nel dibattito politico.

Il testo che funge da pilastro alla protezione internazionale delle persone rifugiate rimane drammaticamente d’attualità, secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR).

“La loro protezione è importante oggi quanto lo era 75 anni fa”, ha dichiarato a Swissinfo Elisabeth Tan, direttrice della divisione della Protezione Internazionale dell’agenzia dell’ONU.

Redatta nel 1951 in risposta agli orrori della Seconda guerra mondiale, la Convenzione definì come rifugiato una persona che necessita di protezione internazionale a causa di un fondato timore di persecuzione o di gravi minacce alla propria vita, integrità fisica o libertà derivanti da persecuzioni, conflitti armati, violenze o gravi disordini pubblici.

Milioni di europei ed europee erano stati sfollati con la forza, milioni perseguitati e uccisi nei campi di concentramento nazisti, mentre molti combattenti erano stati fatti prigionieri. Chi sopravvisse spesso tornò a casa scoprendo intere comunità devastate e di non avere più un tetto.

Con questo contesto ben presente, la Convenzione fu inizialmente concepita per assistere le persone diventate rifugiate in seguito a eventi avvenuti prima del 1951 e, più specificamente, in Europa. Non era dunque applicabile a tutti e tutte.

“Si trattava in realtà di un trattato destinato a scomparire”, spiega Vincent Chetail, direttore del Global Migration Centre del Graduate Institute di Ginevra. “Era una convenzione rivolta al passato”.

Come gran parte del diritto internazionale nato nel dopoguerra, rappresentava infatti uno sforzo collettivo per garantire che le atrocità di quel conflitto non si ripetessero mai più.

Il predecessore dell’UNHCR, l’Organizzazione Internazionale per i Rifugiati (IRO), ha aiutato un milione di persone a reinsediarsi all’estero. Nell’immagine si vedono sfollati provenienti dai campi in Germania, Austria e Italia mentre salgono a bordo di una nave noleggiata dall’IRO diretta negli Stati Uniti.
Il predecessore dell’UNHCR, l’Organizzazione Internazionale per i Rifugiati (IRO), ha aiutato un milione di persone a reinsediarsi all’estero. Nell’immagine si vedono sfollati provenienti dai campi in Germania, Austria e Italia mentre salgono a bordo di una nave noleggiata dall’IRO diretta negli Stati Uniti. UNHCR

Un “mai più” che ebbe vita breve

Gli eventi degli ultimi 75 anni hanno però dimostrato come il mondo abbia ripetutamente mancato di onorare quella promessa.

Nel 1956, a soli cinque anni dall’entrata in vigore della Convenzione, l’Unione Sovietica invase l’Ungheria. I cittadini ungheresi in fuga non rientravano nei rigidi criteri della Convenzione, costringendo i Paesi confinanti con l’Ungheria e dell’Europa occidentale ad adattarne rapidamente l’interpretazione. Si sostenne che gli eventi del 1956 fossero direttamente collegati all’occupazione sovietica e alla presa di potere dei comunisti in Ungheria nel 1944 e nel 1945; pertanto, le migliaia di ungheresi in fuga potevano avere diritto alla protezione prevista dalla convenzione.

Gli anni Cinquanta e Sessanta furono inoltre segnati da numerosi conflitti extraeuropei legati ai processi di decolonizzazione. Ciò sollevò una domanda fondamentale: perché le persone costrette a fuggire dalle guerre in Africa non avrebbero dovuto beneficiare della stessa protezione?

Nel 1967 le limitazioni temporali (eventi precedenti al 1951) e geografiche (Europa) furono infine abolite, trasformando la Convenzione in uno strumento di protezione universale.

Sul finire del XX secolo e nel XXI secolo, milioni di persone hanno trovato sicurezza grazie alla Convenzione, in seguito ai conflitti in Afghanistan, nell’ex Jugoslavia, in Siria, in Ucraina e in molte altre aree del mondo.

Alla fine del 2025, l’UNHCR registrava 41,6 milioni di persone rifugiate riconosciute a livello globale. La Convenzione “ha salvato milioni di vite”, afferma Tan.

infografica
Swissinfo / Kai Reusser

Nuove dinamiche migratorie

Il XXI secolo presenta però modelli migratori molto differenti. Persistono profonde disuguaglianze economiche tra Nord e Sud del mondo; spostarsi da un continente all’altro è diventato più semplice e milioni di persone migrano, legalmente o illegalmente, alla ricerca di migliori condizioni di vita.

Queste persone, pur essendo spesso qualificate e motivate a lavorare, non sono rifugiate, anche se alcune possono presentare domanda di asilo. Allo stesso tempo, termini come “migranti irregolari” e “richiedenti asilo” vengono frequentemente confusi e utilizzati come sinonimi dai media, dai governi e dai partiti populisti di destra.

Nel frattempo, sia l’immigrazione legale sia l’accesso all’asilo sono diventati più difficili in molti Paesi. Alcuni Stati respingono automaticamente le richieste di asilo provenienti da persone entrate irregolarmente nel territorio nazionale.

L’UNHCR continua quindi a sollecitare i governi a garantire percorsi sicuri e legali sia per le persone richiedenti asilo sia per quelle che emigrano in cerca di lavoro.

Immigrato illegale: persona nata all’estero che entra o risiede in un paese senza l’autorizzazione ufficiale del governo o in violazione delle leggi sull’immigrazione, ad esempio attraversando un confine senza essere sottoposta a controlli o rimanendo nel paese oltre la scadenza di un visto valido.

Richiedente l’asilo: persona che è fuggita dal proprio Paese d’origine, ha attraversato un confine internazionale e ha presentato formalmente domanda di asilo e protezione in un altro Paese, ma è ancora in attesa di una decisione giuridica sul proprio status. Tutti i rifugiati sono all’inizio richiedenti asilo, ma non tutti i richiedenti asilo vengono riconosciuti come rifugiati.

Immigrato regolare: persona a cui è stato concesso da uno Stato sovrano il permesso ufficiale e autorizzato di entrare, risiedere e, in molti casi, lavorare o studiare all’interno dei suoi confini


Secondo Lionel Walter dell’Organizzazione svizzera di aiuto ai rifugiati, i principi fondamentali della Convenzione rischiano di essere oscurati da quello che definisce un “attacco politico”. A suo avviso, l’impegno a proteggere chi fugge da persecuzioni rimane d’estrema attualità. “La sua importanza è maggiore che mai in un momento in cui il numero di persone costrette a lasciare le proprie case a causa di guerre e persecuzioni ha raggiunto livelli record”.

Il Comitato internazionale della Croce Rossa conta attualmente circa 130 conflitti nel mondo, mentre l’UNHCR stima che oltre 117 milioni di persone siano sfollate di forza, per la maggior parte all’interno dei propri Paesi.

L’esternalizzazione delle procedure d’asilo

Nonostante il dibattito particolarmente acceso su migrazione e asilo, il numero di persone rifugiate in Europa resta relativamente contenuto e nel 2025 è diminuito a causa del forte calo delle domande presentate da cittadini e cittadine siriani.

La Svizzera ospita attualmente circa 200’000 persone rifugiate e richiedenti asilo ma, come diversi altri Paesi europei, sta valutando la possibilità di trasferire parte delle procedure a Paesi terzi.

L’idea dei cosiddetti “return hubs” consiste nell’inviare in Stati terzi – ad esempio l’Albania per l’Italia – le persone richiedenti asilo la cui domanda è stata inizialmente respinta, in attesa del rimpatrio nel Paese d’origine. Tra i Paesi indicati come possibili sedi figurano Etiopia, Tunisia, Ruanda, Uganda e Uzbekistan.

Lionel Walter avverte che tali strutture comportano “un enorme rischio di violazioni dei diritti fondamentali” e potrebbero generare “costi elevati e inefficienze”.

Anche Vincent Chetail esprime dubbi sulla strategia europea attuale, sottolineando che i respingimenti alle frontiere e i rimpatri forzati dimostrano come “gli Stati stiano sviluppando modalità per indebolire la protezione dei rifugiati”.

Elisabeth Tan assume una posizione più prudente. Secondo l’UNHCR, gli hub di rimpatrio potrebbero essere accettabili purché le domande di asilo siano esaminate correttamente e siano pienamente rispettati i diritti umani delle persone coinvolte.

L’agenzia dell’ONU continua invece a esprimere forte preoccupazione per le pratiche che limitano l’accesso all’asilo, tra cui respingimenti, diniego di ingresso e rimpatri forzati.

Ritorno ai principi fondamentali

L’UNHCR invita gli Stati membri delle Nazioni Unite a tornare ai principi cardine della Convenzione. Se applicati correttamente, sostiene Tan, essi rappresentano uno strumento efficace per gestire le frontiere senza rinunciare alla tutela delle persone che necessitano di protezione internazionale.

Tan ricorda inoltre un recente sondaggioCollegamento esterno secondo cui circa due terzi degli elettori e delle elettrici sostengono il diritto delle persone in fuga da guerre e persecuzioni a cercare protezione in altri Paesi.

Sul dibattito incombono però le difficoltà finanziarie delle Nazioni Unite e l’incertezza legata alla posizione degli Stati Uniti. Nel settembre dello scorso anno il Segretario generale dell’ONU Antonio Guterres aveva annunciato una riduzione del 15% del bilancio ordinario dell’organizzazione per il 2026.

Per il 2026 l’UNHCR ha approvato un budget di 8,5 miliardi di dollari, pari a circa 2,1 miliardi in meno rispetto all’anno precedente. Le attività a sostegno delle persone rifugiate sono state ridimensionate e migliaia di posti di lavoro sono stati soppressi.

Sotto la presidenza Trump, gli Stati Uniti hanno inoltre sospeso l’accoglienza della maggior parte dei rifugiati, salvo poche eccezioni.

Nelle ultime settimane sono circolate anche indiscrezioni su una possibile uscita degli Stati Uniti dall’UNHCR, come già avvenuto con l’Organizzazione mondiale della sanità e il Consiglio ONU per i diritti umani.

Per decenni Washington è stata il principale finanziatore dell’agenzia. Un eventuale ritiro sarebbe, secondo Chetail, “totalmente irresponsabile, estremamente pericoloso” e costituirebbe “una vera catastrofe”, in grado di costituire un rischio esistenziale per l’UNHCR.

Tan evita di sbilanciarsi su una questione tanto delicata nel giorno del 75° anniversario, limitandosi a dichiarare in una conferenza stampa delle Nazioni Unite: “Ci dispiacerebbe assistere a un ritiro. Siamo naturalmente in contatto con gli Stati Uniti e continueremo il dialogo”.

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Le sfide del futuro

Il possibile disimpegno americano non è l’unica preoccupazione. Sempre più persone sono costrette a spostarsi a causa della scarsità di cibo e acqua provocata dai cambiamenti climatici.

Attualmente il cambiamento climatico, così come le carestie o le catastrofi naturali, non costituisce di per sé un motivo per ottenere l’asilo. Tuttavia, secondo l’UNHCR, nell’ultimo decennio gli eventi meteorologici estremi hanno causato circa 250 milioni di sfollamenti interni nel mondo.

Al tempo stesso, i conflitti armati, che giustificano la protezione internazionale, stanno diventando sempre più spesso una conseguenza della scarsità di risorse essenziali come l’acqua, aggravata proprio dal cambiamento climatico.

Quest’estate siccità e cattivi raccolti hanno colpito anche l’Europa, mentre gli incendi boschivi hanno costretto centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le proprie abitazioni in Spagna e Francia.

Anziché ampliare la convenzione per includere nuovi motivi per concedere la protezione dei rifugiati — Tan teme che, dato l’attuale dibattito polarizzato, “quasi certamente la protezione ne risentirebbe” —, l’UNHCR vorrebbe che gli Stati rispettassero i propri altri impegni umanitari, sostenendo i paesi colpiti da calamità naturali e le persone sfollate a causa di esse.

Nel frattempo emergono nuove forme di conflitto. Gli abitanti delle città dell’Ucraina orientale, ad esempio, spesso non vedono mai soldati nemici, ma sono costretti a fuggire quotidianamente dagli attacchi dei droni.

Il fenomeno solleva una domanda più ampia: i cittadini europei potrebbero un giorno avere nuovamente bisogno delle protezioni garantite dalla Convenzione sui rifugiati, come accadde durante la Seconda guerra mondiale e come accade oggi a chi vive in Ucraina?

“Non possiamo sapere quando potremmo aver bisogno di questa Convenzione”, conclude Chetail. “La vita può cambiare molto rapidamente. Questa Convenzione riguarda tutti noi”.

Tra i 41,6 milioni di persone rifugiate riconosciute ufficialmente, il 70% è ospitato in Paesi confinanti con zone di conflitto; la Turchia e l’Iran ospitano ciascuno oltre 3 milioni di rifugiati, il Bangladesh conta circa un milione di rifugiati rohingya provenienti dal Myanmar, mentre la Colombia ha accolto oltre 700’000 persone provenienti dal Venezuela.

Articolo a cura di Virginie Mangin/ds

Traduzione dall’inglese e verifica di Daniele Mariani

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