In Ecuador 7 referendum per scegliere fra Moreno e Correa
(Keystone-ATS) Poco più di 13 milioni di elettori ecuadoriani sono chiamati oggi alle urne per rispondere a sette quesiti posti dal presidente Lenin Moreno.
Le domande segnano la frattura finale fra il suo governo e quello del suo predecessore e mentore politico, Rafael Correa, che lo ha denunciato come un traditore e si è dedicato a fare campagna per il voto per il “No”.
Il voto, proposto da Moreno nell’ottobre scorso, riguarda infatti alcuni punti cruciali della politica sviluppata da Correa durante il sue decennio al potere (2007-2017) e in primis la riforma costituzionale del 2015, che ha autorizzato la rielezione indefinita, aprendo così la possibilità di un nuovo mandato dell’ex presidente.
Formalmente, si tratta di 5 referendum – che puntano a modifiche della Costituzione – e di due “consultazioni popolari”, ovvero domande poste dal governo per misurare l’appoggio dei cittadini ai suoi progetti politici. Oltre all’abolizione della rielezione indefinita, i referendum riguardano l’inabilitazione politica dei condannati per corruzione, la proibizione delle attività minerarie nelle zone protette del territorio, l’abolizione della prescrizione giudiziaria per gli abusi sessuali contro minorenni e la ristrutturazione del Consiglio di Partecipazione Cittadina e Controllo Sociale.
Quest’ultima proposta – se fosse approvata – rappresenterebbe lo smantellamento di una delle strutture costituzionali create da Correa per aumentare la partecipazione politica popolare in nome della sua “rivoluzione cittadina”, che è stata però oggetto di forti critiche da parte di diversi settori, che la vedono come inutile, burocratica e politicamente manipolabile.
Un’altra iniziativa politica significativa di Correa che potrebbe essere abolita – dalla seconda consultazione popolare – è la cosiddetta “Legge del plusvalore”, che impone una tassa del 75% sul valore di rivendita dei terreni immobiliari, ed è stata osteggiata dagli operatori del settore della costruzione.
I sondaggi sulle intenzioni di voto prevedono una vittoria dei “Sì” in tutti i referendum, sebbene con diverse percentuali. Se questi risultati fossero confermati, segnerebbero la rottura finale fra Moreno – che è stato vicepresidente di Correa durante il suo secondo mandato – e il suo ex padrino politico, tornato dal Belgio, dove si era ritirato nel marzo scorso, solo per dare battaglia per il “No”.
L’allontanamento di Moreno da Correa è stato graduale ma si è accentuato negli ultimi mesi, con la rimozione del vicepresidente Jorge Glas – un fedelissimo di Correa, condannato per corruzione nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti della multinazionale Odebrecht – e la frattura di Alianza Pais, il partito della “rivoluzione cittadina”, ormai diviso fra settori pro-Moreno e pro-Correa. Moreno ha lanciato segnali di un nuovo orientamento politico anche verso l’estero, esprimendo il suo desiderio di migliorare i rapporti con gli Usa e di risolvere il caso di Julian Assange, il cofondatore di Wikileaks rifugiato da 5 anni nell’ambasciata ecuadoriana di Londra.