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La Svizzera e il cinema: sguardi dentro e fuori

Locandine per far conoscere i suoi "sogni colorati": per Mano Khalil, Soletta è una vetrina importante swissinfo.ch

Le Giornate cinematografiche di Soletta mettono in scena il cinema elvetico, i registi stranieri la Svizzera.

Questo contenuto è stato pubblicato il 23 gennaio 2004 - 10:28

Al cinema svizzero mancano mezzi, spazi e professionalità, ma ha un pregio: permette a tutti di esprimersi.

Alle Giornate di Soletta tutto ruota intorno al mondo del cinema. Svizzero? Sì e no. Certo, al Landhaus, cuore della manifestazione, passano tutti i personaggi che contano qualcosa nel panorama cinematografico elvetico, ma sfogliando il catalogo ci si rende conto che per numerose produzioni, la Svizzera non è certo l’elemento determinante. Una volta di più, l’arte varca, o fa varcare, le frontiere.

No, i film svizzeri non sono – con grande dispiacere di qualcuno – materiale da esportazione. All’estero, salvo poche eccezioni, si ve(n)dono poco. Testimoniano piuttosto dell’apertura al mondo di molti cineasti rossocrociati: documentari sul Mali, sul Congo, sul Medio Oriente; favole russe, viaggi in Italia, un episodio della vita di Johann Sebastian Bach…

E testimoniano anche dell’apertura della Svizzera a cineasti provenienti da altri paesi. Cienfuegos, Khalil, Jendreyko, Yesilöz, Zolotuchin: registi che presentano le loro opere a Soletta, che vivono e lavorano in Svizzera, ma che provengono da esperienze culturali diverse.

Dalla Siria alla Svizzera passando per la Cecoslovacchia

Mano Khalil è un curdo siriano. Vive in Svizzera ormai da qualche anno. Ci è arrivato dall’allora Cecoslovacchia dove ha studiato alla scuola statale di cinema. Perché la Cecoslovacchia? La scuola era buona e costava poco, due motivi per i quali si poteva anche chiudere un occhio sui limiti del sistema comunista. In Siria, dove ha studiato legge e storia, non avrebbe mai potuto diventare un cineasta.

«In Svizzera ho la possibilità di pensare liberamente, di realizzare le mie idee», dice Khalil a swissinfo. «In Slovacchia oggi ci sono grossi problemi finanziari. Nemmeno la gente del posto riesce a girare dei film, per me come straniero sarebbe ancora più difficile e in Siria è impossibile che io, un curdo, possa girare un film liberamente».

Come buona parte dei registi presenti a Soletta, Mano Khalil lavora per passione più che per denaro. Il pane in tavola lo porta grazie ad un impiego a metà tempo come tecnico in un teatro. «Meno male che girare un film non costa più tanto come una volta. Si può ad esempio girare in digitale e mettere su pellicola solo il prodotto finito. Certo trovare i soldi per fare un film non è facile. Ma se si lotta, in Svizzera le porte si aprono».

Cinema rossocrociato debole?

Per i critici, le porte si aprono anche troppo e questa sarebbe una delle ragioni della debolezza della cinematografia elvetica. «Chi fa i film in Svizzera si assicura di aver coperto le spese prima di cominciare a girare», spiega a swissinfo Eric Bouzigon che lavora per la casa di distribuzione Frenetic di Zurigo. «Ciò significa che il fatto che il pubblico vada o meno a vedere un film è di secondaria importanza per i realizzatori. Spesso la cosa più importante è avere uno script in grado di convincere l’Ufficio federale della cultura a sostenere il progetto».

Per Bouzigon, oltre alla mancata attenzione dovuta al pubblico, il cinema svizzero, che per tradizione non si appoggia ad un’industria del film paragonabile a quella francese o statunitense, soffre della mancanza di capitali importanti e di talenti.

«Al cinema elvetico non resta che gloriarsi delle coproduzioni. “Ce jour-là“, ad esempio, è un film che molti definiscono svizzero perché è ambientato nel nostro paese e perché è stato finanziato anche con soldi “svizzeri”, in realtà il regista, Raoul Ruiz, è cileno e il suo film è sostanzialmente francese».

Tra ricchezza e mancanza di professionalità

Mano Khalil è meno critico sullo stato di salute del cinema elvetico. «In Svizzera ci sono molti film. È incredibile quanti film si girino. È logico che in questa massa si trovino anche dei lavori poco interessanti. Del resto non tutte le nazioni devono chiamarsi Francia o Italia e produrre film che regolarmente vincono dei premi internazionali».

«Soletta» continua Khalil «è una settimana riempita di cinema svizzero. Riscuote l’interesse di tutta la nazione e questo in fondo è abbastanza». Karam Abd El-Maskoud giornalista di Al Ahram, uno dei più importanti quotidiani in lingua araba, è d’accordo. È a Soletta per il festival e non capisce chi si stupisce della sua presenza. «Io scrivo di cinema e qui si mostrano dei film. Anche un piccolo festival può diventare un grande festival».

«Se proprio dovessi fare un appunto al cinema svizzero» dice Khalil «allora direi che le scuole potrebbero essere migliori. In Svizzera capita troppo spesso che gente senza una formazione pensi di saper girare dei film. La qualità ne risente. Io ad esempio ho lavorato come cameraman per una ragazza che stava per diplomarsi in una scuola di cinema svizzera e che non conosceva la differenza tra il lavoro con materiale digitale e il lavoro con materiale classico».

Gli svizzeri e l’esotico, gli esotici e la Svizzera

Anche l’amore per le cose “esotiche”, molto spiccato nei cineasti svizzeri, è a volte un ostacolo alla qualità. «Girare un film all’estero costa caro», spiega Mano Khalil. «E molti lavorano improvvisando. Ma se si vuole fare un film sull’Himalaya, bisogna conoscere le persone che ci abitano, comunicare con loro, capire la loro cultura. Non basta partire con una telecamera, passare un mese in Cina e tornare per montare le immagini raccolte».

Se molti cineasti svizzeri s’interessano a paesi e culture stranieri, i registi stranieri che vivono in Svizzera sono più orientati verso lo studio del loro rapporto col paese che li ha accolti. «Il mio sogno sarebbe di girare un film sulla mia gente nel mio paese» afferma Khalil. «Ma dal momento che è impossibile, mantengo i motivi “curdi” e li ambiento in Svizzera.

Come in “Bunte Träume” – sogni colorati – il film che Mano Khalil presenta quest’anno a Soletta. È la storia di un pittore curdo che vive a Berna, del suo rapporto con gli svizzeri, del suo essere in tensione tra due culture.

«È un po' la mia storia» conclude Khalil «ed è importante per me presentarla a Soletta. Credo sia importante essere qui per tutti quelli che lavorano in Svizzera e hanno bisogno di crearsi dei contatti. Più importante ancora che andare al Festival di Locarno. Soletta è il posto ideale per chi vuole farsi un’idea di cosa succeda a livello cinematografico in questo paese».

swissinfo, Doris Lucini, Soletta

Fatti e cifre

Giornate di Soletta, 39esima edizione: 19-25 gennaio 2004
Quasi 250 opere in cartellone, tra lungo e cortometraggi, film d’animazione e documentari
Retrospettiva dedicata all’attore svizzero Jean-Luc Bideau
Paese ospite: Polonia

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In breve

Parallelamente alle proiezioni sono state organizzate delle tavole rotonde sui seguenti temi:

1) Ci sono star in Svizzera? Il cinema svizzero ha bisogno di star?

2) Il successo commerciale dei documentari

3) Quanto vale il Premio del cinema svizzero?

4) Nuove pubblicazioni sul cinema.

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