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May ammette, ‘sulla Brexit non possiamo ottenere tutto’

La premier britannica Theresa May KEYSTONE/EPA BLOOMBERG POOL/CHRIS J. RATCLIFFE / POOL sda-ats

(Keystone-ATS) Una riverniciata di realismo e qualche accenno di compromesso, a coprire – almeno per ora – la conferma di una raffica di ‘no’: no al mercato unico e no all’unione doganale; no alla Corte di Giustizia europea e no alla libertà di movimento delle persone.

Theresa May “fa chiarezza”, secondo il capo negoziatore di Bruxelles Michel Barnier, nel suo terzo (chissà se ultimo) discorso-manifesto sulla Brexit, tenuto oggi alla Mansion House di Londra dopo la rinuncia alla ‘location’ di Newcastle causa bufera di neve.

Ma è chiarezza soprattutto su quanto non vuole, o non può, negoziare. L’obiettivo, taglia corto la premier britannica nell’atteso intervento dedicato alle future relazioni con l’Ue, è un accordo di libero scambio “ampio” e “profondo”, “tagliato su misura” stando ai suoi auspici, forse addirittura senza precedenti al mondo. Ma ‘solo’ un accordo di libero scambio.

Il punto di caduta sul quale May spera di “riunire il Paese”. O, mal che vada, ricomporre le fratture nel litigioso Partito Conservatore e nella sua abborracciata maggioranza di governo. Dal leggio della Mansion House lady Theresa s’ingegna di dar prova di concretezza.

Entra nel dettaglio dei capitoli negoziali, dei punti di frizione. Quindi ammette che nessuno, neppure il governo britannico, “potrà ottenere esattamente ciò che vuole”. E parla di “dure realtà” (hard facts) da accettare nella fase di passaggio da uno scenario all’altro: “un momento storico”, osserva, con tutte le complessità del caso.

Una traccia di ottimismo resta quando l’inquilina di Downing Street si dice “fiduciosa” che un accordo sarà alla fine trovato, perché è nell’interesse di entrambe le parti. Ma il sentiero appare stretto, gli svantaggi difficili da negare, le incertezze ancora numerose.

May si aggrappa all’elencazione di 5 principi a cui un un accordo dovrà a suo parere aderire: il primo è il “rispetto del risultato del referendum”, con il recupero del “controllo dei nostri confini, del nostro denaro, delle nostre leggi”; il secondo è che sia un’intesa duratura; il terzo che tuteli “il lavoro e la sicurezza” dei cittadini; il quarto che sia “coerente con il tipo di Paese che vogliamo”, cioè “una democrazia europea aperta e tollerante”; il quinto che non tocchi “l’unione delle nazioni e dei popoli” del Regno. In sostanza si dovrebbe andare nella direzione di un accordo commerciale “il più ampio e profondo possibile”.

“Gli standard regolatori”, riconosce May, sono del resto destinati a restare “simili” anche dopo. Ma non sarà una convergenza totale, al di là della volontà di restare a far parte (pagando) delle agenzie europee che si occupano di farmaci, chimica e aerospazio.

Dopo la fase di transizione “limitata”, che la premier Tory considera importante ma non certo “una soluzione definitiva”, all’orizzonte pare confermato un taglio netto: via dal mercato unico, con ripristino dei controlli di frontiera e sostituzione a regime della giurisdizione della Corte di Giustizia europea a favore di “un meccanismo di arbitrato indipendente”; e via anche dall’unione doganale, con libertà per Londra di tessere intese commerciali con Paesi terzi.

Mentre sulla spinosa questione dell’Irlanda, May ripete di non volere far tornare “un confine rigido”, ma neppure accettare la recente bozza Ue che a suo dire creerebbe barriere fra l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito. In alternativa, invoca vagamente una “partnership doganale” o altre misure (anche tecnologiche) d’alleggerimento dei controlli: come a dire confine ‘light’, però confine.

Barnier si accontenta, almeno della “chiarezza”. Theresa May, commenta a caldo, ha scelto la strada di un legame non strettissimo, quella del ‘free trade agreement’, ma ha scelto. E ha riconosciuto la necessità di “compromessi”. Altri, a Bruxelles come nell’opposizione britannica, restano tuttavia decisi a dare battaglia.

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